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L’incubo del catrame sulla Costa Smeralda

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NICOLA PINNA  SASSARI

Delfini e balene schivano il petrolio, ma la marea nera avanza più veloce: è partita da Porto Torres e in dieci giorni ha raggiunto l’angolo opposto della Sardegna: da ovest a est dell’isola. Ora minaccia la Costa Smeralda, il suo mare cristallino e le spiagge candide. È vicinissima all’Arcipelago di La Maddalena, ma ieri mattina per fortuna il vento ha cambiato bruscamente direzione. L’invasione di catrame, tra gli isolotti del parco nazionale, potrebbe essere rimandata solo di poche ore. Negli ultimi due giorni, tra le calette di Santa Reparata e Valle della Luna, nel territorio di Santa Teresa, i volontari con la tuta bianca e gli operai hanno raccolto più di sette tonnellate di catrame, ma un’altra grande quantità è ancora sciolta nell’acqua. Forse si è depositata nei fondali, compromettendo l’habitat naturale e danneggiando l’immagine turistica della Gallura e della Sardegna.

La colpa di questo disastro è stata scoperta subito: un guasto nella centrale elettrica di Fiume Santo. Si è rotto un tubo mentre una nave stava scaricando il combustibile necessario per alimentare i motori dell’impianto E.On. L’allarme è stato lanciato dopo 12 ore. Ormai le cisterne erano vuote. Quanto olio nero è finito in mare? «La quantità stimata all’inizio è sicuramente diversa da quella reale, ma dobbiamo accertare con precisione il danno – spiega Livio Russu, vice direttore della centrale elettrica di Fiume Santo -. Noi comunque siamo pronti a fare tutto il possibile per restituire alla Sardegna le sue coste com’erano prima. Abbiamo messo al lavoro quasi cento uomini e lavoreremo finché sarà necessario».

Quando è scattato il piano di emergenza, l’olio combustibile aveva già invaso il Golfo dell’Asinara. La Capitaneria di porto era convinta di riuscire a fermarla, ma i conti erano sbagliati. Le scogliere del Nord Sardegna sono imbrattate di catrame che rilascia miasmi. La battaglia dei volontari dei paesi e degli operai schierati dal colosso tedesco dell’energia è vana. Ieri mattina a Platamona, nel litorale tra Sassari e Sorso, si è consumata pure una beffa: la mareggiata ha insabbiato e trascinato in mare i sacchi pieni di catrame che erano stati sistemati tra la spiaggia e le dune. Per ripulire bisognerà ricominciare daccapo.

I sindaci e la direzione del parco nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena e la Provincia Olbia-Tempio hanno chiesto al Ministero dell’Ambiente la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Da Roma nessuna risposta. «Per il momento le nostre coste non sono state contaminate – assicura il presidente del parco di La Maddalena, Giuseppe Bonanno – Il meteo e le correnti ci preoccupano, non possiamo escludere che la chiazza arrivi nell’Arcipelago». Quando sarà finita la bonifica bisognerà calcolare anche l’effetto negativo sul turismo della prossima estate. L’inquinamento del mare, vero tesoro della Sardegna, rischia di far precipitare le prenotazioni.

Nelle Bocche di Bonifacio, uno dei tratti di mare più burrascosi del Mediterraneo, il traffico è sempre caotico. I seimila mercantili che passano ogni anno trasportano oltre 130mila tonnellate di merci inquinanti: carichi ad altissimo rischio per una zona protetta da parchi nazionali e convenzioni internazionali. L’ultima l’hanno siglata a giugno il ministro dell’Ambiente e il collega francese: a Palau, in Sardegna, hanno sancito la nascita del parco internazionale delle Bocche di Bonifacio. Un’area protetta virtualmente: le petroliere continuano il loro viavai. Solo l’Onu può vietare il passaggio delle carrette del mare e per farlo occorre modificare la convenzione internazionale sui traffici marittimi. In realtà sarebbe bastato un provvedimento dell’Omi (Organizzazione marittima internazionale), ma far coincidere gli interessi economici con la tutela dell’ambiente non è mai stato molto semplice. Per ora, dunque, soltanto i mercantili italiani e francesi passano alla larga dal santuario dei cetacei. Comunque sia, c’è sempre l’incubo del petrolchimico di Porto Torres.