La tortura dei consigli non richiesti

Sono dispensati a mani basse rompendo i confini della discrezione e dell'ascolto. E non sempre sono segnali di generosità

consigli non richiesti
Sono pronti a dare consigli su tutto. Al figlio dove deve studiare, loro che a stento sono riusciti a prendere una licenza media. Alla figlia per non sbagliare marito, loro che hanno alle spalle un divorzio e un paio di separazioni volanti post-matrimoniali. All’amico che non riesce a staccarsi dalla sua città, loro che hanno sempre vissuto nello stesso luogo.Gli autori dei consigli non richiesti sono una specie di tribù che troviamo nel corso della vita come i semafori lungo le strade. Piazzati agli incroci, quando abbiamo bisogno solo di fermarci e prendere una pausa, si mimetizzano per il ruolo che, di volta in volta, vogliono ricoprire: sono gli apparenti altruisti che hanno bisogno di dare una verniciata di generosità alle loro sembianze, sono gli esperti laureati all’università di Tuttologia di Tubinga che vorrebbero essere capaci di indossare gli abiti dei “bravi maestri”, sono i confidenti che si auto-promuovono al servizio di chi non ha alcuna voglia di fare confidenze.
Difficile frenare i dispensatori di consigli non richiesti, sia quando sono al di sopra di ogni sospetto e stanno cercando soltanto di fare un gesto di (inutile) generosità sia quando tentano goffamente di mostrare una competenza, un’esperienza, una poltiglia di sensazioni che li autorizzano a dire, implicitamente: “Io questo te lo posso spiegare….”.
Per chi ha l’abitudine a distribuire consigli non richiesti molti confini saltano, o non vengono proprio presi in considerazione. Il primo è tra il silenzio e l’autorizzazione. Di fronte a una specie di zanzara che gira attorno alla nostra testa per dire la sua, se scegliamo il silenzio, in automatico l’interlocutore lo traduce come assenso, e si sente autorizzato a proseguire nella sua lista della spesa, talvolta la somma aritmetica di pensieri banali quanto superflui. Un secondo confine è quello tra la confidenza è la discrezione. D’accordo: con un amico o un parente, pronti a ricoprirci di consigli, gioca a loro favore il fattore intimità, tipico di queste relazioni umane intense. Ma anche la confidenza deve fare un passo indietro, di fronte all’esigenza di  riservatezza e di discrezione. Chi ha deciso che dobbiamo per forza parlare di un problema che abbiamo? Perché dobbiamo condividere un dolore che sentiamo soltanto nostro?
Il terzo confine, che di rito il dispensatore di consigli non richiesti è pronto a valicare impunemente, è quello tra parlare e ascoltare. Talvolta invece dei consigli da rubrica di rotocalchi per cuori infranti, abbiamo semplicemente bisogno di essere ascoltati. Di dire la nostra, un’opinione, uno sfogo, un racconto. E non abbiamo alcuna voglia nè tantomeno la necessità di ascoltare la replica sotto le mentite spoglie del consiglio non richiesto.
Infine, il consiglio non richiesto è un indice di superbia. All’atto violento di intervenire a gamba tesa nel perimetro dell’intimità di una persona, si abbina la certezza di essere utili con le parole che si vanno a pronunciare sotto forma di consigli. Mentre resta validissimo quanto aveva scolpito Publilio Siro, poeta e drammaturgo romano, con questa sua sentenza: “È molto facile dare consigli; è molto difficile darne di buoni.” Per cui la cosa migliore è, il più delle volte, darsi un pizzico e tacere.

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