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Aeroporti troppi sprechi, via gli scali bonsai

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Il mondo in overdose di aeroporti si prepara – causa austerity dei conti – a lanciare la crociata contro gli scali fantasma. Nel mirino, le decine di terminal formato bonsai spuntati come funghi nell’era della deregulation selvaggia dei cieli, ridotti oggi a piccole cattedrali nel deserto. Con pochi passeggeri, tanti debiti e conti puntellati ogni anno da generosi aiuti pubblici.
 
A guidare la guerra contro gli sprechi in pista sono stati finora Italia, Stati Uniti e Spagna. Con Washington – alle prese con un deficit pubblico da brividi – a fare da apripista a tutti.
Il Tesoro Usa già da qualche mese si è messo a spulciare i dati sulle uscite per vedere dove poteva risparmiare qualche dollaro. E alla voce airports, a fianco delle somme stanziate per strutture colossali come il Jfk a New York o l’Hartsfield Jackson di Atlanta (90 milioni di passeggeri nel 2009), ha trovato 1,2 miliardi l’anno spesi per tenere in vita 2.834 piste dove in 12 mesi non era atterrato nemmeno un volo di linea. Finanziamenti destinati ora ad andare incontro a una bella sforbiciata.

Spagna e Italia, dove i conti dello Stato non sono messi poi tanto meglio, si sono avviate sulla stessa strada. Il governo Zapatero sta valutando come riorganizzare i suoi scali dopo che i mille campanilismi iberici (tutto il Mediterraneo è paese) hanno generato – sotto la poderosa spinta del boom delle low-cost – una vera e propria ammucchiata aeronautica: cinquanta nuovi aeroporti nati nel giro di pochi anni, dissanguando in molti casi le casse degli enti locali. Morale: oggi molte di queste realtà sono coperte di debiti. Mentre altre dopo qualche mese di gloria sulle ali delle bizzarre rotte partorite dalla fantasia dei vettori a basso costo – Vueling è arrivata a collegare Lleida e Barcellona, città lontane appena 135 km.! – si ritrovano oggi con un pugno di mosche (e di passeggeri) in mano. Tradite dall’ex aerolinea di riferimento, fallita o emigrata altrove, e con due o tre miseri voli al giorno sul tabellone della partenze.

La guerra agli scali fantasma rischia però di fare il botto proprio nel Belpaese. Sul tavolo del governo c’è un documento che scotta: il piano per la riorganizzazione del sistema aereo nazionale messo a punta da Nomisma, One Works e Kpmg. Più di un centinaio di paginette di numeri tabelle, analisi e cifre che arrivano a una conclusione drastica: in Italia ci sono 24 aeroporti di troppo. Foggia, Parma, Rimini, Forlì, Brescia, Cuneo, Perugia, Bolzano e tanti altri. Strutture senza passeggeri – a Siena ne passano sì e no un migliaio l’anno – o con forti limiti di crescita strutturali come Ciampino cui lo Stato dovrebbe, suggerisce il piano, sospendere gli aiuti pubblici (2-3 milioni l’anno l’uno solo per il servizio assistenza volo e i pompieri) condannandoli con ogni probabilità a una lenta eutanasia.

Strutture come queste – dicono gli esperti – hanno bisogno di un traffico minimo di 500mila persone l’anno per sperare di arrivare all’equilibrio economico. E nel 2009 in Italia sopra questa soglia di sopravvivenza ce n’erano solo 25 su 100.

Chiudere i mini-aeroporti, nel paese dei localismi, non sarà naturalmente una passeggiata. A Roma, per dire, mentre con la mano destra si pensa a dove e come tagliare, con la sinistra si lavora per varare un nuovo scalo (su cui lo studio One Works è molto perplesso) a Viterbo. In Sicilia Stato e Regione litigano per chi dovrà aprire il portafoglio per Comiso, struttura che ha già divorato 53 milioni di euro di soldi pubblici, pronta da due anni ma ancora congelata. E destinata a questo punto a nascere già vecchia. In Toscana è derby fratricida – come tradizione regionale – tra Firenze (rimasta un po’ al palo, 1,3 milioni di transiti da gennaio a fine settembre) e Pisa (già a 3,2 milioni grazie ai low-cost). Ma non contente di questo affollamento aeroportuale le autorità locali stanno cercando di far risorgere dal nulla pure Siena.

Sopra il Po, con un pizzico di dirigismo, si sta cercando di mettere un po’ d’ordine sull’asse Torino-Venezia dove ogni 50 chilometri c’è una pista d’atterraggio. Troppe, come ovvio. E i risultati a volte sono scontati: a Brescia Montichiari, stretta tra la concorrenza di Bergamo a ovest e di Verona a est è decollato mestamente pochi giorni fa l’ultimo volo di linea in tabellone. Ieri il sito della società di gestione, alla voce arrivi e partenze, era mestamente vuoto e durante la settimana ospita ormai solo qualche volo charter. Tanto che la società di gestione ha deciso di tappare i buchi del traffico passeggeri puntando tutto sul servizio cargo.
La focalizzazione su business precisi, dicono gli esperti, è l’unica strada per evitare il crac. La Lombardia – con la Sea in cabina di regia – vuole fare di Bergamo la capitale dei low-cost, di Malpensa l’hub intercontinentale, di Linate il city airport per i voli a breve raggio e di Brescia, appunto, lo snodo per le merci. E se la crociata contro i mini-aeroporti chiuderà i rubinetti dei soldi pubblici, questi panda dei cieli – grazie alla specializzazione – avranno una chance in più per sfuggire all’estinzione.