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Il dramma dei giovani senza né tessere né tutele

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Ilvo Diamanti ci ha ricordato ieri su Repubblica un dato agghiacciante che non fa rumore: un giovane su quattro è disoccupato, al sud è addirittura uno su tre. È una notizia? Pare di no. Di recente alcuni ministri hanno polemizzato con il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, perché ha fatto notare che se si contano anche gli inattivi e i cassintegrati, il dato medio dei disoccupati italiani supera l’11 per cento. Ed è più alto dunque dell’8,5 rilevato dalle statistiche ufficiali dell’Istat. Il Governo ha bollato questo dato come «ansiogeno». La notizia dello scontro tra l’esecutivo e Bankitalia è andata su tutti i giornali ed è stata discussa per giorni. Ma i ministri Tremonti, Sacconi, Brunetta si sono mai sognati di definire «ansiogeno» il dato sulla disoccupazione giovanile, che per l’Istat è fisso da mesi oltre il 25 per cento? Non risulta.
Diamanti ci ha anche ricordato che il 60% degli italiani ritiene che i giovani avranno una posizione sociale peggiore rispetto a quella dei genitori. Eppure «i giovani non si ribellano», anche perché non si fidano quasi più di nessuno. L’unico riferimento rimasto alle nuove generazioni «in grado di sostenere e di tenere insieme una situazione tanto precaria e traballante» è la famiglia.

Negli anni Cinquanta un politologo americano che aveva studiato un paesino della Basilicata aveva già dato un nome a questa chiusura nei confronti degli altri. Edward C. Banfield aveva battezzato questa incapacità di progredire, questa diffidenza nei confronti del mondo extrafamiliare che impediva lo sviluppo del bene della comunità, dunque del benessere collettivo “familismo amorale”. Oggi sembra di essere tornati a quella diffidenza sterile: Diamanti cita sondaggi secondo i quali due giovani su tre pensano che gli altri «ci potrebbero fregare».

Ma da dove viene e da cosa è alimentata questa delusione collettiva, questa sensazione di solitudine e di abbandono che pervade le generazioni sotto i 40 anni, le prime che stanno oggettivamente peggio delle precedenti? Forse un’indizio ci viene, ancora una volta, dalla lettura dei giornali. Prima dell’estate, quando l’Istat ha pubblicato il suo rapporto annuale 2009, abbiamo imparato che la famiglia è stata letteralmente l’ammortizzatore sociale della crisi. I giovani hanno assorbito quasi l’80 per cento della disoccupazione che si è abbattuta sul mondo del lavoro: figli sono andati a casa e i padri sono stati graziati dal ricorso massiccio alla cassa integrazione. Soprattutto, siamo venuti a conoscenza di un numero che fa accapponare la pelle: due milioni di giovani stanno a casa dei genitori senza lavorare, senza studiare e senza seguire corsi di formazione di alcun tipo. Cosa fanno? Mistero.
Come nel caso del dato sulla disoccupazione giovanile, nessuno se ne è curato, nel dibattito pubblico. Dopo il rapporto dell’Istat l’attenzione dell’opinione pubblica è stata monopolizzata per mesi da un fatto economico altrettanto interessante ma che gode sulla stampa di un trattamento ben diverso rispetto ai giovani: il caso Fiat. Le vicende attorno a Melfi e Pomigliano hanno fatto cadere immediatamente nel dimenticatoio il destino di due milioni di “Neet”, come li ha battezzati l’istituto di statistica, di giovani che stanno a casa senza fare un tubo. E che stanno ipotecando anche il futuro del Paese.

La verità è che non c’è nessuno che rappresenti i giovani politicamente. Da almeno tredici anni si parla della necessità di una riforma seria degli ammortizzatori sociali senza che nessun Governo riesca mai a far saltare fuori i 15 miliardi di euro circa che servirebbero per introdurre una riforma della disoccupazione seria. Né si riesce a far nulla per liberare milioni di giovani dal giogo del precariato in cui restano intrappolati per anni e anni. E se non c’è una rappresentanza politica seria che si faccia carico delle istanze delle nuove generazioni, non c’è neanche un sindacato che se ne preoccupi seriamente.

I dati sui tesserati 2009 dei tre principali sindacati italiani fanno riflettere sulla loro capacità di rappresentare gli interessi degli under 35. Com’è noto la maggior parte di essi fa il suo ingresso nel mondo del lavoro attraverso contratti a tempo o atipici o flessibili: la Banca d’Italia ha certificato nella sua ultima relazione annuale che il 60 per cento dell’occupazione a tempo riguarda le persone sotto quella soglia di età. Persone spesso impiegate con una delle decine di contratti atipici che affliggono il nostro mercato del lavoro: cocopro, interinali, finti autonomi, dipendenti a termine eccetera. Milioni di persone che coprono ormai tra il 12 e il 20 per cento della forza lavoro complessiva, nelle stime più autorevoli.
Ebbene, se guardiamo agli iscritti ai principali sindacati è evidente perché nessuno riesca a rappresentare i lavoratori flessibili e dunque gli interessi dei giovani. Fanno eccezione i contratti a tempo determinato, spesso protetti dalle categorie di riferimento (metalmeccanici, tessili, eccetera). Ma per milioni di parasubordinati, co.co.pro o interinali il destino attuale è chiaramente quello di una quasi assoluta mancanza di rappresentanza: nella Cgil sono 41.628 i tesserati del sindacato degli atipici (Nidil), neanche l’un per cento dei 5,746 milioni di iscritti. I pensionati, tanto per citare una categoria sovrarappresentata, sono oltre la metà, quasi 3 milioni. Le percentuali non cambiano molto nella Cisl: su 4,531 milioni di iscritti i “giovani/disoccupati” sono 53.744. Siamo sempre attorno all’un per cento o poco più. I pensionati, anche in questo caso, sono massicciamente rappresentati con ben 2,201 milioni di tesserati, quasi la metà. E neanche i dati del terzo sindacato più importante sono molto diversi: la Uil conta 2,174 milioni di iscritti. I pensionati in questo caso sono “appena” un quarto, 574.985 ma i 20.100 tesserati tra i “lavoratori atipici” sono di nuovo l’un per cento appena, più o meno, del totale.

Non meraviglia dunque che non ci sia il minimo dibattito pubblico sul dramma dei giovani. Chi dovrebbe farsene carico? Tuttavia, come scrivemmo già tempo fa, i giovani vanno anche a votare. Il sospetto che oltre a tenersi lontani dai sindacati si stiano tenendo lontani dalle urne, è ormai confermato. Basti vedere i dati disaggregati delle ultime elezioni regionali. E forse gli acuti osservatori che si scervellano da anni senza risposte credibili sull’astensionismo in vertignoso aumento nel nostro Paese, dovrebbero rivolgere uno sguardo più attento anche a loro.