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Il boom dell’eco-lavoro: se l’ecologia diventa un mestiere

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 Vittorio Zucconi    WASHINGTON

Ingobbito sulla bici con rimorchio che arranca e poi precipita nei valloni di San Francisco, Jacob Riggins trascina un materasso nuovo ancora avvolto nella plastica, spinto dalla certezza di pedalare verso la salvezza dell’umanità. Insieme con altri due uomini e tre donne dotati di polpacci di titanio e cuori di acciaio, Jacob è socio, comproprietario e fattorino della «Pedal Express» una micro azienda che si fa ironicamente chiamare Ped-Ex, per sfotticchiare il gigante mondiale delle consegne, la Fed-Ex, e ha portato ilvecchio modello del «pony» ciclista zigzagante nel traffico con un plico urgente a una categoria semi industriale. «Consegnamo tutto a qualsiasi recapito senza problemi di parcheggio e i nostri mezzi di trasporto funzionano tutti ad acqua e sudore». "Tutto" è un’iperbole pubblicitaria, perché il *** massimo carico accettato da questa nuova impresa di risciò post moderni, di trasporti a motore umano è di due quintali e mezzo e tra una borraccia d’acqua e un fitto di sudore qualche caloria deve pur essere masticata e messa nel serbatoio umano. Ma lui, come gli ex operai delle acciaierie che si arrampicano sulle turbine a vento nelle colline della California, come i battilastra della Testa Auto che fabbrica automobili interamente elettriche, come i docenti di Cornell odi Berkeley che insegnano ingegneria dell’ambiente, si sente parte di una nuova categoria di lavoratori baciata dal sol dell’avvenire: i "Green Collar", i colletti verdi. Tutti coloro che si guadagnano da vivere svolgendo lavori ecologicamente corretti e prosperano, o sperano di prosperare, mentre contribuiscono al risanamento della Terra malata.

La sola categoria per quale ogni ricerca prevede una crescita costante e forte nei prossimi decenni. L’espressione "Colletti Verdi", rubata agli agricoltori che sono una specie in via di estinzione in America, è vecchia di 35 anni. Risale al 1976 quando un professore di diritto nella università statale del verdissimo Vermont la usò in un saggio scritto per il Congresso americano, «Lavorare per l’ambiente: la prossima rivoluzione dei colletti verdi».

Erano le prime luci di quel movimento ambientalista e conservazionista chela decade ’80 e ’90 con la rivincita della spensieratezza reaganiana e clintoniana sul pessimismo anni ’70, e la crescente irrilevanza politica di Ralph Nader e dei suoi naderiti, avrebbero oscurato emarginalizzato, fino alla resurrezione con l’incubo del "riscaldamento globale" e del boom cinese a tutto gas.

Economisti, studiosi del mercato del lavoro, sindacati, avevano guardato a lungo questa nuova, ipotetica categoria di lavoratori per l’ambiente con notevole scetticismo, fino a quando la politica, e soprattutto l’onda di Barack Obama, se ne impadronirono lanciando i «green job», i lavori verdi, come un perfetto slogan capace di sposare la fame di occupazione con le preoccupazioni ecologiche. II "colletto verde", colore che all’America – dove il verde è il colore dei dollari – piace sempre, può sembrare come la formula classica del troppo bello per essere vero, un mistico matrimonio fra il profitto e la santità ambientalista. Ma tra i finanziamenti pubblici e gli effettivi posti di lavoro, lo scetticismo sta rapidamente calando. Nessun argomento, nessuno studio o allarme sono convincenti come i dollari, in un’economia di mercato, e quando Washington ha staccato un assegno di 70 miliardi per incentivare studi e imprese nel solare, nell’eolico, nei bio-combustili, nella ristrutturazione di edifici e impianti per renderli più «verdi», il mondo dell’economia ha rizzato le orecchie. Seguito a ruota dal mondo dell’accademia che si è visto piovere in testa una manna di 500 milioni di dollari per offrire corsi, lauree, master e dottorati in economia ambientalista.

Dopo la Cornell e la University of California at Berkeley, oggi sono 150 i college che li hanno in curriculum, dai grandi come la Texas University ai piccoli "Community Colleges" pubblici per lauree biennali. E in questi giorni, dopo tanto scetticismo, forse per risollevarsi il morale dal nuovo capitombolo della Borsa, la network televisiva più ascoltata (e temuta) da Wall Street, da banche e finanziarie, la Cnbc, ha benedetto il futuro dei "Colletti Verdi".

«Siamo ormai oltre la hype, l’esagerazione ideologica», ha sentenziato. L’industria dell’energia eolica prevede 95 mila nuove assunzioni entro la fine del 2011, quasi raddoppiando il proprio personale. La maggior parte di loro saranno operai, ingegneri automobilistici, disegnatori, metalmeccanici, fabbri, "colletti blu" o "colletti bianchi" trasformati in manutentori, installatori, progettisti di quegli impianti che dovranno fornire, per legge, il 30 per cento dell’energia elettrica utilizzata in 29 dei 50 stati americani, entro il 2030. Soltanto la "weatherization", l’aggiornamento termico e atmosferico di edifici vecchi per risparmiare il mostruoso spreco di energia che oggi si disperde, produrrà un milione e 300 mila posti di lavoro entro questa decade. «Un settore Dal "restauro termico" dei vecchi edifici si potranno avere 300 mila nuovi occupati economico d i v i cchia fino a ieri — scrive un rapporto preparato per la conferenza dei sindaci — sta diventando uno dei più vitali, efficienti e promettenti nel nostro Paese». Con un vantaggio socialmente e politicamente ghiottissimo: se la produzione di materiali per l’isolamento, di turbine, di pannelli, di impianti per la raffinazione di biocombustibile può essere delocalizzata nei cinque continenti, i palazzi da ristrutturare «non possono essere trasportati in Cina», come dice il segretario del sindacato dei carpentieri e muratori. Ci sono, oggi, circa dieci milioni di «colletti verdi» al lavoro inAmerica divisi in 330 categorie designate dalle statistiche governative. E se la cifra è ancora bassa, la combinazione fra obblighi di legge per il passaggio a energierinnovabili ela manna dei finanziamenti pubblici forma un cocktail irresistibile e un volano potente. Economico, naturalmente, maanche psicologico, umano.

Essere un "green collar" è "trendy", è "cool", è cosa buona e giusta. La segretaria che passa a fare esattamente lo stesso lavoro e rispondere agli stessi telefoni dalla direzione del personale in una centrale a carbone a una fabbrica di pannelli solari, si considera con orgoglio parte della "rivoluzione verde", passata dalla forza oscura a quella luminosa. L’operaio che spruzzava vernici sulla carrozzeria di un Suv divora combustibili fossili e ora spruzza la stessa vernice su un’auto parsimoniosa e pulitina. Così si sente parte della soluzione e non più del problema. Come il coltivatore di carciofi «organici» (l’equivalente americano del nostro «biologico») che ha rinunciato ai pesticidi peri propri campi è un colletto due volte «verde», un protettore di Madre Natura, non più un parassita. E’ molto difficile definire con certezza che cosa differenzi un lavoro "ecologicamente corretto" da uno inquinante, trattandosi spesso dell’identica fatica, ma la risposta che un riparatore ha dato alla network Cnbc scendendo dalla scala ce -leste che lo aveva condotto nel ventre di una turbina in California offre la definizione più efficace. «Faccio esattamente quello che dieci anni or sono facevo alla General Motors, ma ora so che il risultato del mio lavoro sarà energia pulita per i miei figli, non un macchinario puzzolente che arricchisce gli sceicchi sauditi evomitapolveri e scarichi nell’aria che respirano». E richiede, al massimo, uno stick di deodorante. Alle erbe naturali, è ovvio.