Eco-design: quando è solo lusso di facciata

Non bastano materiali e tecnologia per parlare di sostenibilità. Servono anche caratteri di giustizia sociale.

Design eco sociale Meltemi

di Marco Manfra

Nell’alveo dello sviluppo sostenibile, e in particolare del progetto di prodotto, servizio e sistema, l’eco-design è diventato una parola d’ordine. Materiali riciclati, riduzione delle emissioni, ottimizzazione dei cicli di vita, efficienza energetica: un lessico ormai familiare, spesso corretto e talvolta persino necessario. Eppure, proprio nel momento in cui la sostenibilità entra stabilmente nei cataloghi e nelle strategie di marketing, con l’obiettivo implicito di crescere per crescere, rischia di smarrire la sua reale forza trasformativa.

Il problema non è l’eco-design in sé, né le teorie che lo hanno fondato, bensì la sua progressiva neutralizzazione culturale nel mondo reale, che finisce per lasciare ai margini questioni decisive di ordine sociale, materiale e politico. Gran parte del design contemporaneo oggi considerato “sostenibile” si concentra sui mezzi – tecnologie più efficienti, prodotti meno impattanti, processi ottimizzati – senza interrogarsi sui fini.

In questa torsione, anche i prodotti diventano parte del problema. Più che mettere in discussione i modelli di produzione e consumo, l’eco-design finisce spesso per ridefinire il valore economico dei prodotti: l’attributo “sostenibile” si traduce in un sovrapprezzo, spingendo oggetti ordinari verso una dimensione di consumo selettivo. La sostenibilità smette di essere un criterio diffuso e diventa un segno distintivo, accessibile a pochi.

Lo stesso avviene in molti modelli di “prodotto come servizio”: formule di noleggio o abbonamento – dall’illuminazione agli elettrodomestici – che promettono efficienza e riduzione degli sprechi, ma mantengono la proprietà e il controllo nelle mani del produttore, vincolando l’utente a infrastrutture centralizzate e a costi continuativi. Ciò che appare come alternativa al consumo può trasformarsi in una sua riorganizzazione più che in una reale riduzione.

Si riducono alcuni sprechi, ma non si mettono in discussione i modelli di produzione e consumo che li generano. Si migliora l’efficienza, ma la logica estrattiva che governa le filiere globali resta intatta. In questo modo, la sostenibilità diventa compatibile con qualsiasi sistema, anche con quelli che producono disuguaglianze sociali, precarietà o sfruttamento del lavoro, e marginalizzazione dei territori, riecheggiando quel “semplicistico restauro dell’ideologia della crescita lineare” di cui già nei primi anni Duemila metteva in guardia Ulrich Beck.

A questo si aggiunge un equivoco particolarmente insidioso, vale a dire quello della cosiddetta “dematerializzazione”. L’idea che la transizione digitale possa automaticamente ridurre l’impatto ambientale ignora un dato fondamentale: viviamo ancora in una società profondamente materiale, legata agli atomi più che ai bit. Anche i servizi apparentemente immateriali, tanto cari al design contemporaneo, dipendono da infrastrutture fisiche energivore, da processi estrattivi e da un consumo idrico spesso invisibile ma tutt’altro che trascurabile. Il tema dell’acqua – dalla produzione industriale ai data center, dall’agricoltura intensiva alle filiere globali – mostra con chiarezza come la sostenibilità non possa essere affrontata senza una lettura concreta e sistemica della materia.

È in questo contesto che emerge un nodo spesso rimosso: la questione sociale. Ogni progetto, anche il più tecnicamente “verde”, redistribuisce potere, risorse e responsabilità. Decide chi sostiene i costi ambientali, chi beneficia delle innovazioni, chi resta escluso. Tecnologie avanzate per l’efficienza idrica o per l’agricoltura di precisione, ad esempio, possono ridurre l’impatto ambientale ma, allo stesso tempo, rafforzare – ancora – la dipendenza dei piccoli produttori da sistemi centralizzati, costosi e poco accessibili. Senza un’attenzione esplicita alla dimensione sociale, anche il più virtuoso eco-design – e la sostenibilità ambientale più in generale – rischia di produrre soluzioni teoricamente corrette, ma nella pratica ancora socialmente inique e scollegate dalla realtà.

Si pensi, ad esempio, all’auto elettrica: presentata come soluzione alla riduzione delle emissioni, sposta in realtà l’impatto lungo la filiera, dall’estrazione delle materie prime per le batterie alle infrastrutture energetiche necessarie. Al tempo stesso, l’elevato costo di accesso e la dipendenza da sistemi tecnologici e reti di ricarica centralizzate rischiano di escludere ampie fasce di popolazione, riproducendo disuguaglianze sotto una nuova veste “verde”.

Anche gli strumenti oggi più diffusi per valutare la sostenibilità, come l’analisi del ciclo di vita (LCA), mostrano limiti evidenti. Pur essendo fondamentali sul piano quantitativo, faticano a restituire una visione qualitativa, culturale e antropologica della materia e del prodotto. Misurare non significa necessariamente comprendere: senza una riflessione sul valore d’uso, sulle pratiche sociali e sui contesti di produzione e appropriazione, il rischio è quello di ridurre la complessità del progetto a una mera sommatoria di indicatori.

Esistono però altri modi di intendere il progetto. In molti contesti, occidentali e non occidentali, pratiche comunitarie e saperi locali mostrano come la gestione delle risorse possa essere al tempo stesso ecologica e solidale. Sistemi di autogestione dell’acqua, modelli cooperativi di produzione e autoproduzione, tecnologie appropriate o vernacolari basate su materiali locali e manutenzione condivisa dimostrano che la sostenibilità non può più essere ridotta a una questione tecnica concentrata nelle mani di pochi, ma va intesa come un fatto culturale e relazionale. In questi casi il design non introduce semplicemente nuovi oggetti, rafforzando – laddove possibile – legami, responsabilità collettive e forme di cura del bene comune.

Un esempio significativo è quello delle reti di “repair café” e delle officine di quartiere: spazi in cui la riparazione diventa pratica accessibile e condivisa. Qui il progetto non introduce nuovi prodotti, ma prolunga la vita di quelli esistenti, riduce la dipendenza dal mercato e, al tempo stesso, ricostruisce competenze diffuse, autodeterminazione e relazioni sociali.

Parlare di sostenibilità significa scegliere da che parte stare. Significa decidere se il progetto debba limitarsi ad attenuare gli effetti di un sistema insostenibile o contribuire a trasformarne le cause. Un eco-design che ignora lavoro, disuguaglianze, accesso alle risorse e partecipazione delle comunità rischia di diventare retorica rassicurante o, nei casi peggiori, greenwashing. Al contrario, un design che assume la giustizia sociale come fondamento può diventare uno strumento potente di transizione socio-ecologica autentica.

La vera sfida non è progettare oggetti “più verdi”, ma ripensare il senso stesso del progettare – e del prodotto o del servizio – come pratica culturale e sociale, in grado di coniugare ambiente, società e corresponsabilità collettiva. Solo così la sostenibilità può tornare a essere una promessa credibile, e non uno slogan.

Questi e altri temi sono al centro del recente libro Design eco-sociale. Coesistenza, presenza, corrispondenza(Meltemi, 2026). In questo volume, l’“eco” si trasforma in “eco-sociale” e la cultura del progetto viene reinterpretata come pratica che intreccia dimensione ambientale e giustizia sociale.

Design eco sociale

Attraverso riflessioni teoriche e casi studio, il libro esplora la possibilità di un cambio di paradigma profondo: passare dal progetto come mera soluzione tecnica a un design concepito come spazio di relazione tra persone, materiali e territori, dove sostenibilità significa equità, cura condivisa e responsabilità collettiva.

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