Perché l’industria del cibo ricavato dagli insetti è crollata

Gli allevamenti su larga scala costano troppo. Il cibo prodotto è di scarsa qualità. La promessa dell'economia circolare è solo una chimera

insetti

Il falso mito del cibo ricavato dagli insetti come una possibile alternativa alla zootecnia convenzionale, soprattutto alla carne bovina, perché avrebbero permesso di produrre proteine con un’impronta ambientale molto più piccola, è crollato. Lasciando una lunga scia di sprechi di soldi, aspettative e promesse mancate.

Per anni sembrava che il futuro dell’alimentazione dovesse passare per la trasformazione di larve grilli e mosche allevate in giganteschi capannoni costati centinaia di milioni di euro. Ma il mercato del cibo ricavato dagli insetti, in alternativa a quello prodotto dall’agricoltura tradizionale, non si è mai visto, non è mai decollato. E ovunque nel mondo le aziende che avevano scommesso sul cibo prodotto con meno terreno, meno acqua e meno emissioni nocive, sono fallite.

I fattori principali di questa sono questi:

  1. Produrre insetti su scala industriale costa troppo.
    Gli allevamenti devono mantenere temperatura, umidità e illuminazione controllate e hanno costi elevati di energia e mangime. In Europa il costo di produzione è rimasto superiore a quello di proteine consolidate come soia e farine animali. Persino la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ha alimentato la leggenda del basso costo di produzione del cibo ricavato dagli insetti, sostenendo, per esempio, che i grilli richiedono circa un sesto del mangime dei bovini per produrre la stessa quantità di proteine.
  2. La qualità del cibo prodotto dagli insetti non è mai stata accettabile. Alcuni insetti hanno quantità interessanti di proteine, grassi, ferro, zinco e altri micronutrienti, ma hanno caratteristiche di gusto, odore e consistenza che la stragrande maggioranza dei consumatori trovano poco appetibili. Se non immangiabili.
  3. Il grande mercato previsto non è arrivato.
    L’idea era vendere enormi quantità di proteine di insetto come alternativa a carne, pesce e soia. Ma il consumatore continua ad avere una forte resistenza psicologica verso il consumo di insetti. I prodotti trasformati — pasta, barrette, farine — hanno più possibilità, ma rimangono una nicchia.
  4. Nel mangime animale il prezzo conta più della sostenibilità.
    Questo è forse il punto più importante e meno intuitivo. Una farina di insetti può avere vantaggi ambientali, ma se costa molto più della soia o della farina di pesce, un produttore di mangimi difficilmente la sceglie. Il
  5. È saltata anche una parte della promessa “circolare”. Si immaginava un sistema in cui gli insetti avrebbero trasformato enormi quantità di rifiuti alimentari in proteine. Nella realtà europea, però, ciò che può essere utilizzato come mangime per gli insetti è sottoposto a restrizioni: non si può semplicemente alimentarli con qualsiasi scarto organico. Di conseguenza, una parte della materia prima compete con altri usi già esistenti.
  6. La sicurezza richiede controlli specifici. Batteri, contaminanti, residui e condizioni di allevamento devono essere gestiti correttamente: non  è sufficiente che una specie di insetto sia commestibile in natura.
Nel giro di pochi anni sono così crollati quasi tutti colossi del settore:
• Ynsect (Francia): oltre 600 milioni di dollari raccolti, finita in liquidazione. Ynsect aveva costruito un modello basato su una gigantesca automazione industriale per allevare il Tenebrio molitor (il verme della farina) e trasformarlo in proteine e olio, ma la produzione e le vendite non hanno mai raggiunto livelli tali da consentire all’azienda di sopravvivere.
• Aspire Food Group (Canada): amministrazione controllata. La fabbrica non è mai riuscita a raggiungere una produzione economicamente sostenibile e ha fatto anche danni pesanti all’erario canadese non versando le tasse dovute.
• Enorm (Danimarca): fallita. La domanda di farina e olio di insetti è risultata molto inferiore alle aspettative.
• AgroLoop (Ungheria): bancarotta. La startup ungherese produttrice di proteine da insetti è fallita appena 13 mesi dopo l’inaugurazione del suo impianto industriale da circa 30 milioni di euro a Üllő, vicino a Budapest.
• Goterra (Australia): amministrazione volontaria. Puntava principalmente a mettere piccoli impianti modulari vicino alle fonti di rifiuti alimentari e usare larve di mosca soldato nera per trasformare gli scarti in mangime e fertilizzante. Un progetto molto ben finanziato ma mai decollato.
Solo queste cinque aziende avevano raccolto e sprecato quasi 800 milioni di dollari e l’intero comparto ha visto sfumare circa 2 miliardi di dollari di investimenti.
Foto di copertina tratta dalla pagina Facebook Foodiverso

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