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Cosi’ le donne restano prigioniere in cucina

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Nove donne su dieci sono ancora confinate in cucina. E quasi l’80 per cento del lavoro familiare è tutto sulle spalle delle nostre signore che, sotto questo punto di vista, non hanno fatto un centimetro avanti negli ultimi dieci anni. In pratica, ci riempiamo la bocca con i convegni sulle quote rosa, festeggiamo l’arrivo di una donna ai vertici  della politica,  delle imprese e del sindacato, ma quando si tratta di fare i conti con i piatti da mettere a tavola, la biancheria da stirare e la lavastoviglie da caricare, le distanze tra i due pianeti, maschi e femmine, restano abissali. L’Istat ci ha  consegnato una fotografia, molto ben documentata, su che cosa significa oggi, concretamente, la questione femminile e su quanto le donne rischiano di arretrare invece di avanzare. Allo squilibrio dei lavori domestici, infatti, bisogna aggiungere la frequente abdicazione del padre dal suo ruolo e dalle sue funzioni e  il peggioramento di fondo del quadro familiare che finiscono per penalizzare proprio le donne. Pensate che in alcune regioni, come la Sicilia e la Campania, una famiglia su quattro ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese, mentre hanno superato la soglia del 10 per cento i nuclei familiari dove vive anche un disabile. La combinazione di questi elementi spinge le donne a lavorare sempre di più  (lo fanno ormai il 52 per cento delle madri e l’81 per cento delle donne senza figli), ed a rinunciare al tempo libero (20 minuti in meno al giorno) magari solo per una sistemata ai capelli dal parrucchiere. La donna appare quasi condannata al doppio lavoro, ufficio e casa, a una doppia responsabilità, impiegata di fronte al capo e cuoca con il marito e i figli, e quindi a una moltiplicazione, senza pause, del suo stress. La deriva di questo percorso in retromarcia si riflette poi, con effetti a catena, sulla stabilità delle coppie dove si scaricano le tensioni in aumento, sulla funzionalità della famiglia, che perde una condizione per il suo funzionamento naturale, e perfino sull’educazione dei figli, affidati a terzi, quando possiamo permettercelo, oppure abbandonati con qualche gadget tecnologico, la televisione o il computer, trasformato in baby sitter.

Si parla molto di politiche per la famiglia, di aiuti che si annunciano sempre e non arrivano mai, e sicuramente lo studio sul campo dell’Istat offre delle indicazioni importanti per interventi legislativi e amministrativi: di fronte all’ingiusta disparità del lavoro familiare, è chiaro che la donna è il soggetto più debole della famiglia e dunque vanno sostenuti tutti gli interventi che alleggeriscono il carico e restituiscono alle donne più libertà nelle loro vite così compresse. Ma, se vogliamo dirla tutta, non tocca né al parlamento, né al governo, né agli enti locali, riportare un minimo di buon senso nei nostri stili di vita. Se noi maschietti, per esempio, iniziassimo a essere meno assenti in casa, a non dare per scontato che c’è sempre qualcuno a garantirci un piatto caldo a tavola e la camicia stirata la mattina, ecco, se partissimo da queste piccole cose, la rete familiare potrebbe funzionare con più equilibrio. E la questione femminile non si risolverebbe nell’ennesima sconfitta per le donne mai così schiacciate dal peso della loro generosità.