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Anche il latte deve diventare sostenibile

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«Produrre di più, consumando sempre meno»: è questa la strategia uscita dal Summilk, il convegno mondiale su latte tenutosi di recente a Parma, che ha considerato l’impatto ambientale dell’intera filiera lattiero-casearia. Detta così sembra un paradosso, ma non lo è. Per capirla, secondo Assolatte, bisogna partire dalla stalla, responsabile della produzione del 93 per cento delle emissioni di CO2 dell’intera filiera: una percentuale che tradotta in cifre è pari a 1.328 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, in pratica il 2,7% delle emissioni totali, stando agli ultimi studi eseguiti dalla Fao e risalenti al 2007. Come agire per diminuire queste emissioni e quelle di metano di derivazione enterica proveniente dagli allevamenti intensivi?

PIÙ LATTE, MENO MUCCHE – «Riducendo il numero di animali per unità di prodotto», suggerisce Donato Rotundo, responsabile dell’area ambiente di Confagricoltura. Se un solo animale produce infatti 70 quintali di latte all’anno (18-19 litri al giorno) inquinerà di meno di due vacche da ognuna delle quali vengono munti annualmente 35 quintali di latte. Un obiettivo, questo, perseguibile aumentano le lattazioni, diminuendo il periodo di asciutta o selezionando animali con un miglior rapporto tra energia ingerita e latte prodotto. Anche sulla loro dieta si può tuttavia intervenire, incrementando la digeribilità della razione o introducendo precursori dei propionati in modo da favorire la produzione di acido propionico (che si rinviene nello stomaco dei ruminanti, ndr). A conti fatti gli allevamenti intensivi, quelli che concentrano nell’azienda agricola più bovini, risultano meno CO2-emittenti per chilo di latte prodotto: si dovranno infatti fare meno viaggi per trasportare il latte dalla stalla al caseificio. In altre parole, usando un numero inferiore di animali per produrre gli stessi litri di latte e rendendo più efficienti i giri di raccolta partendo dalle stalle, si raggiunge lo scopo di inquinare meno.

LA GESTIONE DEI RIFIUTI – Dai cosiddetti co-prodotti che si formano dalla lavorazione del latte si producono anche mangimi di qualità. Un esempio tipico è costituito dal siero del latte che viene prima usato per la produzione della ricotta e successivamente per l’alimentazione dei suini. L’Italia è inoltre prima in Europa per la gestione dei prodotti invenduti presso la distribuzione: Assolatte ha infatti messo a punto linee guida per organizzare in modo corretto il rientro del latte e dei prodotti caseari al fine di poterli utilizzare come risorse nell’alimentazione animale. Aziende agricole virtuose si sono infine dotate di un impianto di biogas per rendere innocuo, e addirittura redditizio, il metano prodotto dalla fermentazione dei liquami prodotti dai bovini. Nella Regione Lombardia sono circa 150-200 le realtà che li posseggono. Una di queste è la cooperativa nata a Pieve Fissiraga (in provincia di Lodi) che vi confluisce il letame prodotto da duecento vacche da latte, 200 animali giovani e 3.500 suini: il metano captato viene trasformato in energia elettrica (120-150 kilowattora). «Poiché l’impianto è da mille KW, viene alimentato anche da truciolato di mais e altri cereali», spiega Antonio Boselli, allevatore e agricoltore a Pieve Fissiraga e presidente della sede territoriale di Milano, Lodi e Brianza di Confagricoltura. «Insieme all’energia si ottiene un “digestato” che è un ottimo concime per i terreni: mantiene gli stessi sali minerali contenuti nei liquami di partenza mentre l’azoto si è trasformato in azoto ammoniacale subito disponibile per le piante e dal potere ammendante, che migliora cioè le caratteristiche del suolo stesso». Dotarsi di un impianto di biogas dunque conviene. A fronte di un investimento di 3 milioni di euro si sottrae all’ambiente il metano (un potente gas serra) prodotto dai bovini, si può aumentare la produzione di calore ed energia per contribuire al raggiungimento degli obiettivi della direttiva della Comunità europea e vendere l’energia prodotta a 28 centesimi al KW, ottenere un buon concime e incentivare l’agricoltura tradizionale.

I LATI POSITIVI – La filiera lattiero-casearia non può essere però messa in correlazione solo con la produzione di anidride carbonica perché sarebbe troppo riduttivo. Il latte è comunque la bevanda con la più alta ricchezza nutrizionale e contemporaneamente con un limitato impatto ambientale in termini di produzione di CO2. Il suo impatto climatico rispetto alla densità di sostanze nutritive (Ndci-index, Nutrient Density to Climate Impact) è infatti pari allo 0,54 contro lo 0,28 del succo d’arancia, lo 0,25 delle bevande di soia e lo 0,1 di quelle di avena. È inoltre un alimento che offre la migliore qualità nutrizionale al minor prezzo (un bicchiere di latte fresco intero costa meno di mezza tazzina di caffè al bar). «Non bisogna quindi muovere solo accuse al settore dell’agricoltura, e in particolare a quello della zootecnica, di avere un forte impatto emissivo, ma anche tenere conto della realtà italiana con dati alla mano», dice Donato Rotundo. «Nel nostro Paese la prima fonte di emissioni di gas serra è data dal settore energia che produce l’83 per cento delle emissioni, segue l’agricoltura con un 6,7 % e solo al terzo posto si posiziona la zootecnia con un 3,5 per cento. Ciononostante c’è un’attenzione costante sul problema gas serra provenienti dagli allevamenti come testimonia il fatto che dal 1990 al 2007 le emissioni di metano sono diminuite del 93 per cento e quelle di protossido di azoto del 7,8 per cento».

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PRODUZIONE SOSTENIBILE – L’industria lattiero-casearia italiana ha portato al Summilk le sue esperienze all’avanguardia in materia. In particolare Granarolo ha reso noto due progetti innovativi sulla produzione sostenibile. Uno analizza il ciclo di vita di sette categorie di prodotti lattiero-caseari e valuta le loro interazioni con l’ambiente, considerando i luoghi di produzione e il trasporto della materia prima, la lavorazione e la trasformazione (in termini di energia e rifiuti), la distribuzione del prodotto finito e la conseguente raccolta e dismissione finale del packaging, al fine di identificare azioni e percorsi tesi a ridurre l’impatto ambientale durante tutto il processo produttivo. L’altra iniziativa, svolta insieme all’Università di Bologna, riguarda la mappatura di tutte le stalle che forniscono latte Granarolo con un sistema geosatellitare per valutare le possibili fonti di rischio ambientale, per esempio dagli inceneritori alle centrali termoelettriche, dalle autostrade agli impianti industriali, che possono influire in modo determinante sulla qualità del latte.