Perché muoiono tante balene grigie

Un'altra strage legata alla crisi climatica. eppure si tratta di cetacei fondamentali per l'ecosistema dell'Oceano Pacifico

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Le balene grigie stanno scomparendo: soltanto nel 2025 ne sono morte 179, contro una media di 43 esemplari tra il 2006 e il 2023, e nella prima metà del 2026 già si contano 146 vittime. Il fenomeno, il cui epicentro è sulla costa occidentale degli Stati Uniti, registrato da tempo dalla NOAA Fisheries, l’Agenzia federale statunitense, una divisione della  National Oceanic and Atmospheric Administration, che si occupa della gestione delle risorse marine, della pesca e della conservazione di mammiferi marini come balene, delfini e foche, si sta accentuando come conseguenza della crisi climatica.
Uno studio dell’università del Maryland, pubblicato su Science, ha collegato le grandi morie di balene grigie del Pacifico orientale ai cambiamenti dell’ecosistema artico, a loro volta influenzati dal riscaldamento globale.  Le aree dove le balene grigie si alimentano (soprattutto i mari di Bering e dei Chukchi) stanno subendo profondi cambiamenti: meno ghiaccio stagionale, variazioni delle correnti e della produttività marina. Le balene grigie mangiano soprattutto piccoli crostacei che vivono nei sedimenti del fondale, e se le condizioni oceanografiche cambiano, queste prede possono diminuire o diventare meno disponibili.
  • Una balena grigia deve fare migliaia di chilometri verso le aree riproduttive senza nutrirsi molto: se parte con riserve energetiche insufficienti, può arrivare debilitata, non riuscire a riprodursi o morire. Inoltre, le  balene indebolite possono spingersi in zone insolite in cerca di cibo, aumentando il rischio di collisioni con navi o altri impatti.

Le balene grigie sono grandi cetacei ( possono raggiungere anche 12-15 metri di lunghezza e un peso tra le 30 e le 40 tonnellate) appartenenti alla specie Eschrichtius robustus,  parenti delle balene franche e delle balenottere, ma hanno caratteristiche molto particolari che le distinguono dagli altri grandi cetacei. Si chiamano “balene grigie” perché il loro corpo è di colore grigio ardesia, spesso con macchie bianche e cicatrici. Quelle macchie non sono vere e proprie variazioni di colore: sono soprattutto dovute a parassiti, ferite e cicatrici accumulate nel corso della vita. Una balena anziana può apparire quasi marmorizzata. A differenza di molte grandi balene che filtrano il plancton, le balene grigie sono specializzate nel cercare cibo sul fondale marino, e aspirano fango e sedimenti e trattengono piccoli organismi (soprattutto crostacei chiamati anfipodi) usando i fanoni, sottili strutture di cheratina simili a pettini. Per nutrirsi, compiono una delle migrazioni più lunghe tra i mammiferi: possono percorrere circa 15.000–20.000 km all’anno tra le zone di alimentazione nell’Artico e le lagune dove si riproducono in Messico.

Le balene grigie si nutrono rovistando nei fondali marini. Quando aspirano il fango per catturare piccoli crostacei, rimescolano i sedimenti e riportano in circolo sostanze nutritive. Questo processo può favorire la produttività del fondale e influenzare la vita di molti altri organismi. Anche se da adulte hanno pochi predatori naturali, le balene grigie sono una componente importante dell’ecosistema. I loro corpi, dopo la morte, possono diventare una fonte di nutrimento per molti animali marini: le carcasse di grandi cetacei che arrivano sul fondale (“whale falls”) sostengono comunità di organismi per anni.

Le balene grigie sono considerate una sorta di “sentinella” dell’ambiente marino. La loro condizione fisica riflette ciò che accade nelle aree dove vivono e si alimentano: se molte balene sono magre o muoiono, può essere un segnale di cambiamenti profondi nella catena alimentare, come quelli osservati nell’Artico. Per questi motivi alcune associazioni ambientaliste americane hanno rivolto una petizione al governo degli Stati Uniti, chiedendo il reinserimento della balena grigia nella lista delle specie protette, da dove sono state rimosse nel 1994. In passato queste balene erano state cacciate fino all’estinzione, ma a partire dagli anni Settanta la loro popolazione era tornata a crescere fino a un picco di 27mila esemplari censiti nel 2016, grazie proprio alle misure di conservazione che oggi si chiede di introdurre nuovamente.

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