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Libia, Europa in trappola

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di Gea Scancarello

Solo dieci giorni fa, i primi di marzo, Muammar Gheddafi sembrava finito. La cronaca, però, dà la sua offensiva militare in netta ripresa. E l’imbarazzo dell’Occidente in ascesa.
Pungolata dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dal primo ministro britannico David Cameron, pronti all’intervento armato, l’Europa ha infine optato per un compromesso quasi storico. Riconoscere il governo degli insorti a Bengasi, disconoscere la leadership del Colonnello, abdicare all’intervento militare in attesa di future risoluzioni Onu.
IL VICOLO CIECO. «Il modo perfetto per cacciarsi in un vicolo cieco», ha commentato a Lettera43.it Vittorio Emanuele Parsi, mediorientalista dell’università Cattolica di Milano. «Così, se Gheddafi dovesse riconquistare il territorio, vedrebbe comunque l’Unione europea come il fumo negli occhi. Per contro, l’Europa non ha alcun mezzo allo stato attuale per accelerare o favorire la deposizione del raìs».
ROMA COMPROMESSA. La situazione più difficile pare essere quella italiana. Passata dalla strenua difesa del Colonnello all’allineamento con coloro che non lo vogliono più. Se Gheddafi dovesse vincere, a farne le spese sarebbe in primis l’Eni, il più importante partner economico di Tripoli, le cui concessioni sarebbero verosimilmente revocate.
Resta l’ipotesi che «Gheddafi scelga una vittoria simbolica, con tutte le sue asperità verbali e ingiurie, ma lasciando aperti contratti e scambi commerciali», ha ipotizzato Parsi. In quel caso, all’Italia – ma anche a Washington e Bruxelles – toccherebbe appellarsi alla magnanimità del Colonnello. Davvero una brutta fine.

Resistere all’Occidente, il sogno di ogni raìs. A lungo accarezzato da Saddam Hussein, e naufragato con lui nella botola in cui lo costrinse l’invasione di George W. Bush. Oggi, il testimone è passato in mano a Muammar Gheddafi, che lo difende con qualche chance in più.
Iracondo e delirante, il Colonnello aveva mandato un messaggio in bottiglia a Obama e company: «Me ne andrò da qui solo da morto».
Erano le ore in cui gli insorti accerchiavano Tripoli: quelle parole suonarono come una rassicurante profezia alle genti lontane dal Nord Africa.
Ma da giorni il leader libico è arzillo, benché silente. Forse rassicurato dai successi militari della sua controffensiva (leggi). Di certo, consapevole che se il suo piano dovesse riuscire, non sarà più lui a umiliarsi di fronte a un pubblico pagante. Toccherà, invece, probabilmente, a quelli che sull’altra sponda del Mediterraneo avevano pensato troppo in fretta di essersi disfatti di lui.

Il petrolio, ricatto perenne di Tripoli

Fretta, a dire il vero, non è il termine giusto. Piuttosto, scarso tempismo. Europa e Stati Uniti (leggi) hanno atteso giorni  per prendere una decisione. Pungolati dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dal primo ministro britannico David Cameron, pronti all’intervento armato, hanno infine optato per un compromesso quasi storico. Riconoscere il governo degli insorti a Bengasi, disconoscere la leadership del Colonnello, abdicare all’intervento militare in attesa di future risoluzioni Onu.
IL VICOLO CIECO. «Il modo perfetto per cacciarsi in un vicolo cieco», ha commentato a Lettera43.it Vittorio Emanuele Parsi, mediorientalista dell’università Cattolica di Milano. «Così, se Gheddafi dovesse riconquistare il territorio, vedrebbe comunque l’Unione europea come il fumo negli occhi. Per contro, l’Europa non ha alcun mezzo allo stato attuale per accelerare o favorire la deposizione del raìs».
BASTONE E CAROTA. Del ritrovato ruolo di forza, d’altra parte, il raìs sembra essere consapevole. La sua tecnica è quella del bastone e della carota: prima le rassicurazioni sui «contratti petroliferi che saranno comunque onorati», poi le minacce di dare tutto in mano ai cinesi.
Intanto, l’Eni trema. E all’asse politico-economico italiano – il premier Silvio Berlusconi, il fido numero uno del colosso energetico Paolo Scaroni e il disinvolto ministro degli Esteri Franco Frattini – non resta che sperare in un qualche miracolo divino. O dei cacciabombardieri.

Lo strapotere di un Colonnello vittorioso

Dal cielo passa in effetti l’unica soluzione che l’Occidente ha per superare la crisi e disfarsi del regime. «Adesso che la Lega Araba l’ha chiesta, le organizzazioni internazionali potrebbero avere un qualche appiglio in più per creare una no-fly zone (leggi): si tratterebbe d’altra parte non più di favorire gli insorti, ma di proteggerne la posizione a Bengasi», ha spiegato Parsi. «Nel frattempo, ovviamente, bisogna trovare una soluzione politica: perché è chiaro che se Gheddafi rimane, agli occhi del mondo arabo apparirà come colui che ha sconfitto l’Occidente. E il suo potere sarebbe rafforzato».
L’IMBARAZZO EUROPEO. L’Europa potrebbe anche lasciarlo idolatrare dagli arabi – almeno quelli sopravvissuti al suo genocidio – se non fosse per la difficoltà politica ed economica di relazionarsi con l’ex alleato destituito e mai scomparso. E dovrebbe attaccarsi alla sua magnanimità per ristabilire i rapporti: almeno quelli economici.

Vittoria simbolica o accordi con Cina e Turchia

«Gheddafi potrebbe scegliere una vittoria simbolica, con tutte le sue asperità verbali e ingiurie, ma lasciando aperti contratti e scambi commerciali», ha ipotizzato Parsi. «Oppure potrebbe prendere in mano la propria rivincita, affidando raffinerie e pozzi a cinesi e turchi: non a caso molto defilati nella gestione della crisi».
I RISCHI PER ROMA. Di certo, chi non ne verrebbe fuori bene sarebbe Roma. Intanto per il tradimento ferale. «Non ho voluto disturbare Gheddafi», disse Silvio Berlusconi il 18 febbraio, a rivolta appena scoppiata. «È chiaro che Gheddafi è fuori controllo», si corresse il 26. Non meglio Frattini: «Non dobbiamo intervenire nella crisi libica» (20 febbraio). Fino a «Gheddafi deve lasciare la Libia» (9 marzo).  
Se non bastasse la figuraccia con i partner europei, il voltafaccia non è passato inosservato nemmeno a Tripoli. «L’Italia cambi atteggiamento, o faremo i conti», ha minacciato il figlio del raìs, Seif. E i conti potrebbero arrivare sul tavolo dell’Eni, primo partner economico del regime, molto presto.
LE ARMI NON FANNO PAURA. L’unica cosa che l’Europa non deve temere realmente sono le armi del Colonnello. «Quelle, purtroppo, gli possono bastare ad ammazzare il suo popolo, ma non costituiscono una reale minaccia per l’Occidente», ha aggiunto Parsi. «Per l’Ue e per gli Stati Uniti si tratterebbe soprattutto di dover accettare il fatto di aver perso ogni aggancio in Nord Africa, accollandosene i rischi e gli imbarazzi».
Per l’Italia, forse, di doversi umettare le labbra per nuovi baci all’anello del dittatore.