Oggi Sait Dursun, 44 anni, arrivato in Italia nel 2002 come rifugiato, lavora a Roma e crea giocattoli partendo dal legno che nessuno vuole più, recuperando vecchi mobili, tavole, cassette della frutta che l’abbondanza e l’inciviltà fanno accumulare accanto ai cassonetti.
A insegnargli l’uso degli strumenti per lavorare il legno è stato suo padre, in un villaggio sperduto ai piedi del monte Ararat, che di mestiere riparava gli attrezzi dei contadini del posto. Sait stava ad osservarlo, piano piano rubando con gli occhi quelle abilità, e cominciando a costruire giocattoli in legno sia per lui che per gli altri bambini del villaggio. La materia prima era poca, come sempre accade nei luoghi dei conflitti, così Sait ha imparato anche un’altra arte, quella del riciclo, del dare vita a un nuovo oggetto partendo da qualcosa destinato a finire.
Arte che lo accompagna ancora oggi: presso lo spazio sociale del Villaggio Globale del quartiere Testaccio di Roma, da sempre spazio aperto, accogliente, solidale e multiculturale, Said ha aperto un piccolo laboratorio autogestito, una falegnameria che affianca al suo lavoro ufficiale di interprete presso per le commissioni territoriali per il riconoscimento del diritto d’asilo.
(Immagine in evidenza e a corredo del testo screenshot del video di RepubblicaTV
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