La ricchezza e il benessere non sono facili da gestire. C’è l’istinto a continuare ad accumulare, fino a una forma di dipendenza dal denaro e dalla roba, che non sono più mezzi, ma diventano fini. C’è la paura di retrocedere, di perdere qualcosa di ciò che si possiede: la capacità di fare soldi, anche in modo onesto, non ha nulla a che vedere con la propria solidità di persona, fornita di una naturale ligereza, laddove il denaro rischia di appesantire la vita.
Direte: meglio una vita pesante da ricco o benestante, che una vita leggera da povero. Verissimo. Però quando il denaro (e la roba) diventa un fattore identitario, che magari copre altre fragilità, il vero rischio è di non riuscire a condividerlo, in qualche modo, con gli altri. Ci si barrica in un fortino, per auto-proteggersi, e si spreca questo piacere assoluto della condivisione del proprio benessere.
Facciamo un esempio molto concreto. Nel kit degli oggetti che fanno parte della roba di proprietà di un ricco\benestante c’è quasi sempre una barca da mettere a mare. Quante persone che appartengono a questo club di privilegiati, in quanto a reddito a patrimonio, vediamo girare in barca da soli, accompagnati soltanto dall’amico super fidato, che in questa circostanza assume l’incarico di cameriere a tempo pieno, h24, o dal personale di bordo? Possiamo mai pensare che si tratta di persone felici e soddisfatte per il modo con il quale consumano i propri soldi in perfetta soledad?
Un altro caso di scuola è la risposta a chi chiede un prestito per affrontare un momento di difficoltà. Il diniego, assolutamente comprensibile, non è dovuto tanto ad avarizia, ma a cecità, all’incapacità di vedere l’altro con lo sguardo empatico, aperto, pronto a un gesto di generosidad, senza se e senza , e senza aspettare l’ascensore di ritorno.
Casi del genere dimostrano che l’incapacità di condividere la ricchezza e il benessere non nasce tanto dall’avarizia e dalla taccagneria, ma da un modo di affrontare la vita che fa acqua da tutte le parti. Il denaro può trascinarci alla hybris, a una forma di delirio di onnipotenza, alla tacita convinzione che, in fondo, grazie ai soldi, siamo autosufficienti e bastiamo a noi stessi. Un fosso nel quale sprechiamo uno dei più grandi piaceri della vita: stare bene, rasentare la felicità e la serenità, con gli altri, e non da soli. Questa è l’essenza della condivisione del benessere.
Il ricco che non sa condividere il suo benessere, non va censurato con lo sguardo moralista o con qualche predica da pulpito ecclesiale, piuttosto va interpretato e in qualche modo compatito. I soldi, e la roba, per essere gestiti bene, hanno bisogno anche di una impalcatura culturale, e non solo di idee per moltiplicarli: basterebbe leggere qualche romanzo da letteratura classica, per esempio, per avere un’idea del baratro nel quale si può finire quando non si riesce a condividere la propria ricchezza. Quasi peggio del buio della povertà.
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