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Un piano concreto per sfamare il mondo

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di DESDMOND TUTU

 

ESISTONO problemi talmente grandi e a tal punto complessi che è facile essere indotti a credere che non avranno mai soluzione. La fame è uno di questi. Dubito che sia mai esistito un periodo nell’intera storia dell’umanità nel quale tutto il genere umano ha avuto da mangiare a sufficienza. Perfino oggi, in un mondo nel quale è possibile comunicare a distanza di migliaia di chilometri soltanto premendo un tasto, otto milioni di esseri umani patiscono cronicamente carestie in Africa orientale. In tutto il pianeta sono circa un miliardo gli uomini, le donne e i bambini che anche questa notte andranno a dormire affamati.

Malgrado tutto, l’esperienza di tutta una vita mi ha insegnato che non esiste problema così grande da essere insolubile, né ingiustizia così radicata da non poter essere estirpata. E tra queste vi è la fame. La fame non è un fenomeno naturale, bensì una tragedia provocata dall’uomo. Non si ha fame perché non c’è abbastanza da mangiare: si ha fame perché i meccanismi che trasportano i generi alimentari dai campi alla tavola sono mal funzionanti. In questa ennesima epoca di crisi – caratterizzata da fenomeni climatici estremi, da risorse naturali in assottigliamento – sfamare tutti diventerà sempre più difficile.

Come siamo potuti arrivare a questo punto? I nostri governi dovrebbero addossarsene la responsabilità. Le loro politiche di governo e di amministrazione stanno favorendo un sistema fallito che offre benefici a poche industrie

potenti e pochi gruppi di interesse a discapito di molti. Hanno speso miliardi di dollari per il settore dei biocombustibili e per i coltivatori a Nord, ma hanno abbandonato 500 milioni di piccoli coltivatori che messi insieme sfamano però un terzo del genere umano. Hanno speso più di un decennio a discutere di cambiamento del clima, ma si sono impegnati a riduzioni delle emissioni tali da metterci sicuramente in dirittura d’arrivo verso un catastrofico riscaldamento. Hanno lasciato che i mercati alimentari andassero fuori controllo e hanno negato alle donne – che producono buona parte degli alimenti consumati nel mondo – il diritto di possedere della terra, le risorse e le opportunità di cui godono le loro controparti maschili. Il futuro, in ogni modo, non è già deciso. Sta a noi plasmarlo e dargli forma. Oggi Oxfam lancia la sua nuova campagna globale per un mondo senza fame, la campagna "Grow" che non si basa su riflessioni utopistiche di persone di buona volontà ma illuse. Si tratta di un programma concreto basato sui risultati ottenuti realmente da governi, società e comunità, per esempio il governo e il popolo brasiliano che sono riusciti a dimezzare il numero delle persone che pativano la fame in appena 15 anni.

In ogni caso, si rende necessario un approccio completamente diverso nelle nostre modalità di produzione e di condivisione dei generi alimentari. I governi, soprattutto quelli dei potenti Paesi del G-20, devono dare il via alla trasformazione, devono investire nei produttori poveri e assicurare loro il sostegno di cui necessitano per adattarsi al cambiamento del clima. Devono emettere normative che regolino gli instabili mercati delle materie prime e porre fine alla prassi di risarcire le aziende che trasformano ciò che è commestibile in combustibile per i motori. Devono inoltre approntare un accordo sul clima globale che tenga effettivamente sotto controllo il cambiamento del clima.

Naturalmente molti governi e imprese opporranno resistenza al cambiamento delle loro modalità operative, delle loro abitudini, delle loro ideologie e del loro modo di perseguire il profitto. Dipenderà pertanto da noi – da voi, da me – convincerli, scegliendo alimenti che sono prodotti in modo corretto e sostenibile, riducendo al massimo la nostra impronta di anidride carbonica, schierandoci con Oxfam e pretendendo che le cose cambino. Non sarà facile. Ma non è mai valsa la pena lottare per niente di più importante.
L’arcivescovo emerito Desmond Tutu è premio Nobel
per la Pace e ambasciatore internazionale di Oxfam