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Speculazioni sulle materie prime: un’altra crisi alimentare?

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La nuova crisi alimentare ha già causato un drastico incremento del prezzo dello zucchero, portandolo ai massimi storici negli ultimi trent’anni. Allo stesso tempo grano e frumento sono aumentati del 70% rispetto a un anno fa, e cosi hanno fatto molti altri generi alimentari. Tra le cause compaiono diversi fattori, sia climatici che economici, primo fra tutti la speculazione sulle materie prime. Questo è forse l’unico settore che dovrebbe essere escluso da attività meramente finanziarie, visto che dai prodotti trattati dipende la sopravvivenza dell’uomo e quindi indirettamente del pianeta.

Purtroppo soffiano già venti di inflazione, che fanno decollare i prezzi dei prodotti che da queste materie prime derivano. Per difendersi da un ulteriore futuro aumento, le industrie e gli altri protagonisti dei mercati alimentari, che siano i trader a Ginevra e Chicago o i governi dei Paesi in via di sviluppo, stanno riempiendo i loro magazzini. Gli Stati, nello specifico, vogliono evitare nuove rivolte per il prezzo del pane o del riso.

L’Arabia Saudita, uno dei maggiori importatori di frumento, ha recentemente dichiarato di voler raddoppiare le sue scorte, e come lei tanti altri Paesi. Hussei Allidina, della famosa banca d’affari Morgan Stanley, sostiene che il grande contributo del frumento all’inflazione alimentare espone la coltura ad una possibile corsa all’accaparramento, poiché i governi cercano di combattere la crescente inflazione alimentare interna. «A seguito dei disordini politici che hanno interessato la Tunisia, molti Paesi si sono rivolti al mercato globale per aumentare le proprie scorte», ha aggiunto Allidina. Proprio la Morgan Stanley, con la Bank of America, Goldman Sachs, Citygroup e JPMorgan Chase controllano attualmente più dell’80% dei prodotti derivati del settore.

Le derrate stivate nei magazzini statali e sottratte ai mercati incidono sulla disponibilità dei prodotti e sui loro prezzi. Infatti, quando a comprare sono i governi, i tradizionali meccanismi del mercato, secondo cui ad un aumento del prezzo corrisponderebbe una diminuzione della domanda, non funzionano più. Gli Stati sono disposti ad acquistare le materie prime a qualunque prezzo, spalancando le porte alla speculazione finanziaria.

L’altro grande attore che influisce sui prezzi delle derrate alimentari insieme ai governi si trova a migliaia di chilometri dai Paesi in via di sviluppo, e più precisamente a Ginevra e Chicago. Nella capitale svizzera hanno sede le 400 società di trading che decidono i destini e il prezzo di quello che mangiamo. Nel settore lavorano 8mila persone, con un giro d’affari annuo pari a oltre 600 miliardi di euro. Al di là dell’oceano, invece, la Chicago Board of Trade è la prima borsa che ha cominciato a segnare i prezzi dei prodotti alimentari controllandone il loro andamento.

Nella sua ultima riunione il G20, tenutosi proprio in Svizzera, si è occupato del problema dei rincari del cibo e della speculazione. Sarkozy ha ripetuto che «non possiamo permettere che pochi speculatori affamino milioni di persone». Inoltre non è pensabile che un operatore di mercato possa comprare in pochi minuti un terzo del fabbisogno di grano del suo Paese pagandolo con titoli, cioè meri pezzi di carta. La Francia, che detiene la presidenza del G20, ha fatto delle commodity e della sicurezza alimentare una priorità assoluta, proponendo azioni concrete contro la volatilità delle materie prime. Per garantire una maggiore trasparenza nei mercati, Parigi suggerisce che sia fatta una distinzione tra operatori speculativi e commerciali. Per lottare contro la speculazione, il governo francese è a favore di una maggiore regolamentazione dei mercati, inserendo i cosiddetti “limiti di posizione”, un sistema che impedisce a un operatore di comprare in grandi quantità, con la creazione, sebbene artificiale, di un fenomeno di scarsità.
Anche il Direttore generale della Fao Jacques Diouf condivide le preoccupazioni della Francia, denunciando che «abbiamo creato un ambiente che permette la pura speculazione» e invocando un ritorno alle regole che governavano i mercati prima del 1999, quando i futures erano strumenti di copertura dal rischio, utilizzati prevalentemente da produttori e consumatori, piuttosto che da soggetti finanziari.
L’indice Fao dei prezzi alimentari è in costante crescita da sette mesi, sfiorando i massimi storici dal 1990, anno della sua creazione. Secondo Luc Guyau, presidente del consiglio Fao, «l’aumento è più speculativo di quelli del 2008 e non è giustificato da un calo reale della produzione».
Non tutti gli attori internazionali la pensano allo stesso modo; il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea smentiscono Sarkozy, sostenendo che non sono i titoli derivati ad aver provocato l’impennata dei prezzi. Secondo Gilles Desplanches, responsabile del settore delle commodities alla Bnp-Paribas, gran parte dei rincari alimentari di questi mesi derivano dai cataclismi naturali. Ciò detto, Michel Barnier, Commissario Europeo per il mercato interno e i servizi, ha recentemente dichiarato: «Trovo che la speculazione sulle commodity agricole, laddove esista, sia scandalosa»

Ma il problema non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. Gli eventi climatici eccezionali degli ultimi tempi hanno devastato l’agricoltura in tutto il mondo. L’Europa, che dipende in gran parte dalle importazioni, non sarebbe mai in grado di autosostenersi: con l’industrializzazione degli ultimi cinquant’anni si sono persi 96 milioni di ettari di terreni coltivabili.

Per difendere le popolazioni più povere e i produttori da aumenti improvvisi dei prezzi e dalla loro volatilità sono necessari controlli efficaci sulle speculazioni finanziarie relative alle materie prime agricole. E’ fondamentale garantire la piena trasparenza e la chiara supervisione dei mercati sui prodotti alimentari, limitando la partecipazione di attori puramente finanziari nei mercati delle commodity futures, impedendo alle istituzioni finanziarie l’acquisto di azioni negli alimenti e nei terreni agricoli.

«Quando accade che siano i mercati mondiali delle commodities a stabilire il prezzo delle derrate principali, i contadini non sono più liberi di produrre e commerciare. La grande distribuzione, in tutto il mondo occidentale, determina non soltanto la qualità dei cibi che accetta di vendere, ma anche i prezzi che sono quasi sempre ingiusti per gli agricoltori», commenta Carlo Petrini. «Sovranità alimentare significa che tanto chi vende quanto chi compra deve avere il potere di dettare le sue condizioni e trovare un accordo senza che ci siano altre imposizioni da soggetti terzi. Per questa ragione va incoraggiato il commercio all’interno delle comunità e tra le comunità, il più possibile diretto e senza intermediari. È molto importante che all’interno delle operazioni finanziarie che toccano le comunità venga garantita la possibilità di non esserne escluse, in modo da trarne un effettivo vantaggio», conclude Petrini.

Tra le misure presentate dai governi dei Paesi in via di sviluppo volte a impedire che i costi degli alimenti compromettano le loro economie, figurano l’imposizione di prezzi massimi, i divieti sulle esportazioni e regole tese a contrastare la speculazione. Gli economisti ritengono che provvedimenti quali il controllo dei prezzi non siano efficaci in quanto distorcono i mercati e scoraggiano gli agricoltori. Gruppi come la Banca Mondiale e le Nazioni Unite hanno esercitato forti pressioni sui governi perché aumentino gli investimenti in nuove produzioni e infrastrutture agricole.

Proprio su questo tema si è espresso Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, nel suo discorso al Development Committee della Banca Mondiale, suscitando una serie di reazioni in tutta la comunità agroalimentare italiana. Il governatore ha puntato il dito sugli effetti della globalizzazione in campo agricolo e commerciale e sull’assenza di regole condivise, che potrebbero frenare l’appetito degli speculatori internazionali. «Nonostante l’incertezza circa le radici del fenomeno, l’urgenza di gestire l’insicurezza alimentare e la malnutrizione chiede risposte rapide». Nella sua relazione Draghi indica i costumi alimentari occidentali, che si stanno diffondendo rapidamente sulle ali della globalizzazione, e l’utilizzo del suolo agricolo per la produzione di biocarburanti, in rapida crescita in questo scorcio di secolo, quali due tra le cause più evidenti di questa crisi alimentare. «La natura sfaccettata della crisi alimentare – conclude il governatore della Banca d’Italia – richiede una risposta coordinata da parte della comunità internazionale. Uno sviluppo sostenibile ha bisogno di buone istituzioni in grado di offrire opportunità per tutti e soddisfare le necessità dei più poveri» .

Alessia Pautasso
a.pautasso@slowfood.it