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Slow Food chiede all’Europa una politica agricola a misura d’uomo e d’ambiente

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A Bra, città natale di Slow Food, l’occasione è solenne. Nel centro polifunzionale dedicato a Giovanni Arpino sono schierate tutte le autorità locali di ieri e di oggi e il gotha degli imprenditori italiani dell’agroalimentare, da Lavazza a Barilla al patron di Eataly Oscar Farinetti, partner strategici dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, di cui venerdì 27 gennaio si celebra l’inaugurazione dell’ottavo Anno Accademico. Salgono sul palco l’intero corpo docenti, vestito con il tradizionale tabarro, il sindaco della città in fascia tricolore, i rappresentanti degli studenti, il fondatore di Slow Food, Carlin Petrini, con mantello nero alla Harry Potter e il magnifico rettore, Piercarlo Grimaldi, con tanto di ermellino in spalla. Grimaldi invita sul palco l’ospite d’onore al quale, in fondo, tutto ciò è dedicato, come messaggio subliminale:  il Commissario Europeo all’Agricoltura e allo Sviluppo Rurale Dacian Ciolos. Suona l’inno goliardico internazionale “Gaudeamus igitur” e tutta la sala si alza in piedi.

Al di là del protocollo accademico e del folclore l’occasione è veramente importante, perché nel 2012 gli Stati Membri dell’Unione Europea dovranno negoziare, con la Commissione di Bruxelles e con il Parlamento Europeo, la proposta di riforma della PAC, la Politica Agricola Comune che vale il 40% del budget comunitario e che quest’anno compie 50 anni. E li dimostra tutti. Perché, come ricorda Ciolos nella sua prolusione, nel 1962, uscita da pochi anni dalla Guerra, la preoccupazione principale dell’Europa era produrre tanto e per tutti, a qualsiasi costo, così da far dimenticare i morsi della fame, ancora troppo vivi nella memoria collettiva. Ma gli effetti collaterali di questo modello di agricoltura intensiva, basato sulla chimica e sullo sfruttamento ad oltranza del suolo, non hanno tardato a mostrarsi ed emergono, oggi, in tutta la loro drammatica evidenza: perdita di fertilità del terreno, inquinamento delle falde acquifere, riduzione della biodiversità, dissesto idrogeologico, pomodori cinesi che attraversano gli oceani per scalzare quelli nostrani. E ancora, soprattutto, agricoltori in crisi d’identità, con un età media superiore ai 55 anni, per il discredito in cui questo fondamentale mestiere è caduto e lo scarso appeal nei confronti delle nuove generazioni.

Slow Food ha sentito dunque la necessità di agire e di avanzare una proposta propria, in 19 lingue europee. Si chiama “Verso una nuova politica agricola comune. Il documento di posizione di Slow Food sulla PAC”.  “L’Europa ha bisogno di una PAC forte – spiega Petrini – in grado di affrontare con successo le sfide ambientali, sociali ed economiche che oggi abbiamo di fronte”. E non è casuale che quelle ambientali siano le prime ad essere citate. “La produzione di cibo globale, industriale e intensiva – si legge infatti nel comunicato di presentazione – è la principale causa di distruzione dell’ambiente, di biodiversità e della perdita di ecosistemi”. Con il risultato che una parte del mondo è affetta da malattie legate all’obesità, mentre l’altra metà è minacciata dalla malnutrizione. Questa la pars destruens.  Ma una ricetta costruttiva Slow Food l’ha bene in mente: produzione di piccola scala e largo ai giovani, che oggi, in agricoltura, sono solo il 7%, al di sotto dei 35 anni.

Ciolos sembra a suo agio dentro questa proposta e regge bene il confronto con gli studenti che, ben preparati sul tema (e forse anche un po’imbeccati dai docenti), lo incalzano: cosa farà per sostenere l’agricoltura biologica e le tipicità locali? Come contrasterà il problema del “land grabbing” e dei biocarburanti in Africa? Come saranno gestite le informazioni al consumatore sulle etichette? Che ruolo avranno i fitofarmaci e la chimica nella nuova agricoltura? Il Commissario, quarantenne smart e poliglotta, capisce al volo che quello non è il luogo dove dare risposte “politiche” e indecifrabili, e risponde per punti, con concretezza e una certa passione. “La nuova PAC sosterrà non solo a livello di principio, ma economicamente, l’agricoltura biologica ed ecologica, che preserva la biodiversità”.  “Gli Stati membri manterranno tuttavia la libertà di definire il sostegno all’agricoltura secondo criteri ecologici, economici e sociali”. Del resto, aggiunge, “non serve vietare attraverso leggi e regolamenti, ma è meglio stimolare un cambiamento di processo e di cultura“. Per questo, anche a livello extracomunitario, “l’UE intende stimolare l’agricoltura locale, in Africa, per prevenire gli abusi”. Il punto fondamentale con il quale il Commissario – oggetto, in questi mesi, di pressing e critica da parte delle principali associazioni di categoria nazionali – conquista il pubblico è però un altro: la terra non è solo un bene economico, ma anche pubblico. “Chi è proprietario di un terreno non ne possiede la fertilità”, questa resta patrimonio del territorio e della collettività e va preservata, con le nuove politiche di “greening”, di rotazione delle colture e di sostegno a forme di agricoltura più rispettose e meno invasive, come quelle – appunto – integrata, biologica o biodinamica.

Su questo punto lo incalziamo noi, in conferenza stampa, facendo presente che le associazioni italiane del settore, come UpBIO, riconoscono “più luci che ombre” alla sua proposta di PAC. Ma quali sono ancora “le ombre”, le criticità da affrontare perché l’agricoltura europea possa diventare realmente più “verde”? “Il punto che, credo, ci venga rimproverato – risponde Ciolos allargando la questione – è di non aver fatto abbastanza in quest’ottica, di non essersi spinti ancora più in là. Ma il rischio sarebbe stato quello del rigetto. Non si possono cambiare metodi di produzione consolidati e abitudini dall’oggi al domani, ci vuole gradualità. La direzione in cui intendiamo procedere è comunque quella”.

Ora Ciolos dovrà saper resistere all’assalto degli Stati membri, voraci e in cerca di consenso elettorale. E per farlo gli tornerà forse utile il tabarro, di cui il rettore dell’Università del Gusto gli fa omaggio al termine della cerimonia. Lui accetta di buon grado e rivolto a Petrini, che si alza indossando il lungo mantello nero da mago, scherza: “ora capisco come Carlo riesce a far miracoli. Spero di riuscirci anch’io!”