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Senza limiti: ma qual è il prezzo da pagare

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Senza arrivare agli eccessi declinati in Limitless, è innegabile che la frenesia e la competizione del mondo in cui viviamo spingano molti a cercare un "aiutino" per tenere il passo con le esigenze del lavoro, della famiglia, dello sport. Per analogia al doping, c’è chi pensa che fare uso di sostanze "potenzianti", che gli esperti chiamano neuroenhancer, sia in qualche modo sleale. «Ma soprattutto è pericoloso — interviene Piergiorgio Strata, presidente dell’Istituto nazionale di neuroscienze —. I meccanismi che regolano lo stress permettono di superare situazioni di emergenza, ma non possono restare attivati a lungo, senza fasi di recupero, a meno di provocare seri danni all’organismo».

«Inoltre si va a interferire con funzioni delicate come quelle cerebrali di cui ancora conosciamo troppo poco — interviene lo psichiatra torinese Vito Antonio Amodio —. Ancora non sappiamo quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine di queste sostanze sui circuiti neuronali». Eppure sono stati proprio numerosi scienziati, interpellati dalla prestigiosa rivista Nature, ad ammettere, in un sondaggio anonimo online, che non solo le ritengono lecite (l’80% dei quasi 1500 che hanno risposto), ma di farne personalmente uso (il 20%). Se infatti non esiste ancora una pillola magica come l’NZT, ci sono già sul mercato diversi farmaci che hanno una loro indicazione terapeutica, ma che vengono usati anche off label, cioè "fuori indicazione", da persone che non hanno disturbi e che vogliono solo incrementare la loro concentrazione, memoria, ideazione e così via.

«Il più usato a questo scopo è il metilfenidato, che dovrebbe essere utilizzato solo per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività dei bambini, ma che, in realtà, è diffuso nei college americani per facilitare gli studi — prosegue Strata —. In Italia è difficile poterlo usare a questo scopo, perché la sua prescrizione è regolamentata severamente attraverso un registro istituito presso l’Istituto superiore di sanità». Ci sono, poi, il modafinil, approvato per alcuni disturbi del sonno, che invece viene utilizzato per restare svegli notti intere, o i classici beta bloccanti, prescritti comunemente per patologie cardiovascolari, usati invece per tenere a bada il batticuore scatenato da una presentazione importante o da un esame. «Non è un fenomeno così nuovo — interviene Giovanni Umberto Corsini, neurofarmacologo dell’Università di Pisa —. Molti studenti in vista della maturità si appoggiavano alle anfetamine, da cui derivano alcuni di questi prodotti, quando si potevano facilmente acquistare in farmacia. E l’uso della cocaina per migliorare le performance, soprattutto in termini di ideazione, è purtroppo molto comune. Tutti, poi, ci aiutiamo con una o più tazze di caffè».

Dov’è il limite, dunque? Qual è la differenza? È anche una questione semantica: in inglese la parola drug non distingue tra droga e farmaco. «Queste sostanze, la cui efficacia nelle persone sane è ancora tutta da dimostrare, portano però sicuramente con sé il peso di importanti effetti collaterali — prosegue Corsini —. Possono produrre assuefazione e dipendenza e a volte anche gravi psicosi». «È una questione di rapporto tra rischi e benefici — aggiunge Amodio—. Gli effetti collaterali o la possibilità di gravi reazioni avverse possono essere giustificati per curare una malattia, ma non per migliorare le proprie prestazioni». A meno che i limiti insiti nella natura umana non siano considerati di per sé inaccettabili. Non a caso Limitless, Senza limiti, è il titolo del film. La nostra società non prevede battute d’arresto, la stanchezza non è contemplata. La naturale tristezza che segue un lutto è trattata con gli antidepressivi; la timidezza si può trattare con una versione spray dell’’ossitocina, un farmaco nato per favorire le contrazioni uterine ma che favorisce anche l’empatia e che, per questo, può garantire maggior successo nelle professioni a contatto con il pubblico. È facile intuire quanto potrebbe essere esteso il mercato di prodotti di questo tipo e quanto i potenziali clienti sarebbero disposti a pagare pur di ottenere il massimo da sé stessi: «Per questo l’interesse delle case farmaceutiche in questo campo potrebbe essere altissimo — commenta Amodio —. All’avanzare delle conoscenze sul funzionamento del cervello, esplose negli ultimi anni grazie alle recenti tecniche di neuroimaging, salgono alla ribalta nuove possibili molecole da usare a questi scopi».

Oltre a migliorare la memoria, si cerca anche come poterla modificare, per esempio cancellando ricordi spiacevoli: «In alcuni casi ciò potrà servire a prevenire sindromi post traumatiche, — commenta Reichlin — ma accentua il sospetto che queste pratiche di "potenziamento" possano andare a compromettere l’identità stessa dell’individuo, che si forma e si evolve anche a partire dalle sue esperienze, comprese quelle negative». Un lavaggio del cervello che sa davvero di fantascienza e che non si serve solo di pillole: la rivista New Scientist ha dedicato recentemente uno speciale approfondimento alle tecniche che attraverso stimolazioni elettriche o magnetiche, superficiali o profonde, potrebbero potenziare oppure inibire l’una o l’altra funzione del cervello, controllandone l’attività. Queste procedure già esistono e sono usate per curare formi gravi di depressione, epilessia, Parkinson, ma, in teoria, potrebbero servire anche ai sani. Elettrodi impiantati nel cervello, o trattamenti periodici attraverso il cranio: questa sì che è fantascienza. O un futuro non troppo lontano?