Roberto Mancini e i robot per far giocare i bambini ricoverati

Non sostituiscono i medici e la terapia, ma aiutano a vincere stress e ansia. Gli ospedali dove vengono utilizzati

robot
Roberto Mancini, 56 anni, laureato in Informatica, ha iniziato a pensare al suo progetto rivoluzionario di assistenza ai bambini ricoverati negli ospedali pediatrici, attraverso l’uso dei robot. Scendendo in bicicletta per l’altopiano di Asiago, venne catapultato sull’asfalto, e non indossava il casco:  lesioni al midollo e al cervelletto, emiparesi, disturbi della memoria. Dalla allora la sua vita è cambiata e Roberto ha deciso di impegnarsi a fondo nella sua materia, per aiutare ogni persone fragile con la robotica.
 La sua idea è nata da una domanda semplice: come si può rendere meno spaventoso un ospedale per un bambino? Esami, visite e ricoveri possono essere momenti pieni di ansia; così Mancin ha pensato di trasformare i robot in piccoli compagni di gioco capaci di distrarre e rassicurare i piccoli pazienti. Il protagonista di questa avventura è stato soprattutto Pepper, un robot umanoide alto circa 120 centimetri. Non è un medico e non sostituisce infermieri o genitori: il suo compito è fare compagnia. Può parlare, giocare, ballare, riconoscere alcuni segnali emotivi e interagire con i bambini prima di procedure che possono far paura.

Mancin ha lavorato perché Pepper e altri robot potessero entrare nelle corsie pediatriche, a partire dall’Ospedale Pediatrico di Padova,  come strumenti di quella che viene chiamata robotica sociale o robot therapy: un modo per usare la tecnologia per creare un momento di serenità, proprio come fanno la clownterapia o altre attività di supporto. I robot sono stati programmati anche per parlare più lingue, così da poter coinvolgere bambini con origini diverse: non macchine che sostituiscono le persone, ma strumenti per creare un rapporto di fiducia e distrazione positiva per i bambini ricoverati.

In pratica Pepper:

  • intrattiene i piccoli pazienti parlando, cantando, scherzando e facendo giochi interattivi;
  • distrae i bambini nei momenti più difficili, ad esempio prima di un esame o di una terapia dolorosa, contribuendo a ridurre lo stress;
  • interagisce con le emozioni del bambino grazie a sensori, telecamere e sistemi di riconoscimento che gli permettono di reagire a voce, volto e comportamento; per esempio può rispondere a un sorriso o cercare di consolare un bambino spaventato.
  • viene usato come supporto non farmacologico, cioè come aiuto per diminuire ansia e paura senza ricorrere soltanto a farmaci sedativi.
Un aspetto interessante è che Pepper non sostituisce medici, infermieri o psicologi: viene gestito dagli operatori e inserito come compagno di gioco e di relazione, per rendere più sereno il percorso ospedaliero dei bambini.
Il caso di Pepper a Padova non è isolato, anche se la robot therapy in ospedale pediatrico è ancora una pratica sperimentale e presente solo in pochi centri italiani. I progetti più simili riguardano soprattutto robot umanoidi usati per ridurre ansia, paura e stress nei bambini durante ricoveri, esami o interventi.
I casi più interessanti in Italia sono:
  • Ospedale Pediatrico Salesi (Ancona)
    È uno dei casi più vicini a Padova. Qui è stato sperimentato il robot umanoide NAO, chiamato Estrabot, e successivamente Pepper, ribattezzato Sally da una piccola paziente. I robot accompagnano i bambini nel percorso preoperatorio, dalla stanza fino alla sala operatoria, aiutandoli a rilassarsi e distraendoli prima dell’anestesia.
  • Ospedale Santissima Annunziata di Taranto – Pediatria e Oncoematologia pediatrica
    Qui è stato introdotto Aphel, un robot umanoide che gioca, parla, balla e interagisce con i bambini ricoverati o in day hospital. È stato pensato soprattutto come supporto emotivo per affrontare procedure come prelievi, biopsie e altre terapie impegnative.
  • Azienda Ospedaliero-Universitaria Federico II – Chirurgia pediatrica
    Un gruppo di ricerca ha sperimentato Pepper con bambini ricoverati per valutare se l’interazione con il robot potesse ridurre stress e ansia nelle fasi prima e dopo l’intervento chirurgico.
  • Progetti di ricerca in Piemonte
    In collaborazione con università e aziende sanitarie piemontesi sono stati studiati robot umanoidi come Pepper e NAO per possibili applicazioni nell’assistenza sanitaria e nell’interazione con bambini, compresi percorsi legati a bisogni educativi e terapeutici.
  • Bambino Gesù a Roma
Il Bambino Gesù ha ospitato il progetto “Robotica in pediatria, piccoli pazienti a scuola di scienza”, con attività in cui i bambini ricoverati          potevano conoscere robot e programmazione come esperienza educativa e di svago.
Un pilot study del 2026 pubblicato su BMJ Paediatrics Open dal titolo “Use of a humanoid robot to reduce  distress in autistic children undergoing paediatric cardiology visits: a pilot study”. Ha valutato l’impiego di un robot umanoide NAOdurante visite cardiologiche pediatriche di bambini con disturbo dello spettro autistico (ASD).
Lo studio ha coinvolto 24 bambini con ASD (età media circa 9 anni) sottoposti a visite cardiologiche assistite dal robot. NAO era programmato per svolgere attività semplici ma mirate: salutare il bambino, cantare, fare piccoli giochi di movimento, spiegare le procedure con un linguaggio adatto all’età e fornire rinforzi positivi durante esami come elettrocardiogramma ed ecocardiogramma.

I risultati principali sono stati:

  • riduzione del disagio emotivo: durante le visite con NAO il 70,8% dei bambini non mostrava segni osservabili di disagio, rispetto al 25% nelle precedenti visite tradizionali degli stessi pazienti;
  • la quota di bambini con disagio grave o molto grave è scesa dal 20,8% nelle visite senza robot al 4,2% con NAO;
  • si sono osservati anche meno artefatti dovuti al movimento e tempi procedurali più brevi, probabilmente perché i bambini riuscivano a collaborare meglio e a rimanere più fermi durante gli esami;
  • secondo i genitori, il robot aiutava a spostare l’attenzione del bambino dalla procedura medica, rendendo l’ambiente più prevedibile e meno minaccioso.
Il significato della ricerca non è che il robot “cura” l’autismo o sostituisce il personale sanitario. Gli autori lo propongono come strumento di supporto alla relazione e alla gestione dello stress, particolarmente utile in situazioni in cui rumori, contatto fisico, attese e procedure sconosciute possono generare forte ansia.

 

Photo credit immagine di copertina: TEDxReggioEmilia 2018 – Humanity Beyond Humanity

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