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Reportage: l’anno della Cina3

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Il bastone e la carota: cosi’ il governo cinese tiene in pugno Hong Kong.

Hong Kong. L’estuario del fiume delle Perle, che separa Hong Kong da Macao, custodisce come reliquie della natura gli ultimi esemplari degli ormai rari delfini bianchi. E chissa’ se i cetacei riusciranno a sopravvivere ai lavori, appena iniziati, di un tipico maxi progetto made in China: una superstrada di 50 chilometri, sospesa sull’acqua lungo il ponte piu’ lungo del mondo, che colleghera’ le due citta’ in meno di mezz’ora di macchina. Costo dell’opera: otto miliardi di euro. Consegna: entro il 2016. Tutto finanziato e controllato dal governo di Pechino che da quando ha messo le mani sulla ex colonia britannica, ammainando la bandiera di Sua Maesta’ e alzando quella della Repubblica popolare, non ha mai rinunciato a usare il bastone e la carota con i 7 milioni di abitanti di una strategica citta’-Stato. Sono trascorsi 12 anni dalla cerimonia che segno’ la fine dell’era coloniale (1 luglio 1997) e, colpo dopo colpo, quattrini sul tavolo e frustate sulla schiena alternati come in uno spettacolo del circo, oggi fai fatica a riconoscere l’autonomia di Hong Kong, sempre piu’ integrata nel convoglio della superpotenza cinese. Il disegno e’ chiaro, anche se ben nascosto tra le luci degli 8mila grattacieli che formano la skyline mozzafiato di Hong Kong e nell’ebbrezza notte e giorno, giorno e notte, di una metropoli instancabile a servire cucina internazionale (c’e’ un ristorante ogni 630 abitanti), a ospitare turisti e uomini d’affari con 150 voli al giorno da e per le destinazioni di mezzo mondo. Il disegno di Pechino e’ quello di conquistare fino in fondo il presidio di Hong Kong, caput mundi quando si parla di traffici di ogni specie, lasciando solo la sensazione di un’autonomia amministrativa piu’ formale che sostanziale. Il governatore Donald Tsang e’ richiamato continuamente all’ordine dai mandarini del governo di Pechino, che di fatto lo eleggono e lo controllano, preoccupati per le manifestazioni di piazza dei dissidenti di Hong Kong, pronti a chiedere piu’ diritti umani e meno ingerenze del partito. In realta’, a parte qualche fiammata della piazza, la partita e’ gia’ chiusa e il risultato, ancora una volta, e’ all’insegna del capitalismo autoritario e nazionalista dei comunisti moderni signori della Cina.
Basta sorseggiare un te’ nella magica hall dell’albergo Peninsula, fare un giro nei centri commerciali di Kowloon o tra gli antiquari e le gallerie di arte contemporanea di Hollywood Road, cenare all’esclusivo China Club con show di arti marziali compreso, ed e’ evidente come Hong Kong e Pechino facciano parte, in modo organico e definitivo, della stessa nazione. Se il leader cinese Hu Jantao annuncia una stretta creditizia per scongiurare i rischi dell’inflazione e del crack di un’economia in forte crescita, il governatore Tsang si presenta nell’aula del Parlamento di Hong Kong e recita a memoria un bel discorsetto, tutto confezionato, sui rischi della bolla immobiliare nella sua citta’-Stato. Peccato che qualche giorno prima un Paperone cinese, dicono trentenne, abbia acquistato cinque camere da letto con vista sulla baia per 56,6 milioni di dollari. Un appartamento record. E peccato che nel 2009, in piena turbolenza e saliscendi dei mercati finanziari, approfittando dell’euforia dopo il crollo, le piu’ importanti societa’ immobiliari di Pechino abbiano fatto cassa quotandosi in borsa proprio a Hong Kong a colpi di Ipo da miliardi di dollari.
E’ dai quartieri generali delle grandi holding cinesi con sede a Hong Kong, da quei grattacieli di Kooloon, che e’ partita la nuova campagna acquisti della Cina negli snodi dell’industria e della finanza globale. Fino a ieri i cinesi mettevano i loro soldi per fare shopping nei settori delle materie prime, della tecnologia e della logistica; adesso ingoiano come birilli grandi societa’ di automobili in Europa e in America, giganti della distribuzione in Giappone, aziende di filati in Scozia, alberghi in Indonesia. Avanzano. E la crisi, o comunque l’incertezza dei paesi occidentali, li aiuta, perche’ con i loro pagamenti cash, i cinesi stanno assediando, con una forsennata campagna acquisti, i marchi dei paesi un tempo padroni del pianeta.
Se Pechino ordina, Hong Kong obbedisce. La borsa di Shanghai ha annunciato un’alleanza a tutti i livelli con quella di Hong Kong, qualcosa di piu’ di un matrimonio, e i nuovi progetti di sviluppo del territorio e del turismo nelle diverse regioni della Cina, compreso il Ponte sul fiume delle Perle, sono tutti saldamente coordinati dal governo di Pechino, la carota appunto. Quanto al bastone, Hu Jantao chiede una lotta senza quartiere contro la corruzione e la criminalita’, il modello del social capitalismo e’ innanzitutto legge e ordine, e il governatore Tsang sguinzaglia le sue forze dell’ordine a presidiare il territorio per mostrare la mano pesante nei confronti dei clan che qui dicono la loro negli affari puliti e in quelli sporchi. Qualcuno finisce in galera, un magistrato insospettabile che ha accumulato un tesoro in banca, un tycoon che riciclava denaro della Mafia cinese con le sue societa’ nel settore del gioco d’azzardo, o un funzionario della pubblica amministrazione incastrato mentre intascava la mazzetta, e la festa della Hong Kong luccicante e seducente, sempre all’avanguardia nel design come nella gastronomia, continua a pieno ritmo. Perfino la gerarchia degli acquisti e’ stata capovolta. Le statistiche dicono che i celebri brand del lusso, dalla Tod’s a Cartier proseguendo all’infinito, abbiano venduto i loro prodotti, nel 2009, quasi per il 40 per cento a consumatori cinesi. Cioe’ ai nuovi ricchi che aumentano come le mosche durante l’estate, e si rovesciano a Hong Kong per mostrare le loro fortune e godersele in allegria. Siamo noi occidentali, invece, che entriamo nei negozi targati Shanghai Tang, numero uno dell’abbigliamento e degli accessori del lusso made in China, e facciamo acquisti con lo sconto di fine stagione. Loro, i cinesi, pagano solo e sempre prezzo pieno; noi proviamo a cavarcela con i saldi. Il mondo si capovolge, o forse e’ gia’ capovolto, e le vetrine di Hong Kong lo dimostrano meglio di qualsiasi statistica dell’economia globale.
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