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L’inefficienza della giustizia fa sprecare 20 miliardi l’anno

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L’avvocato di un’azienda veronese esce con una valigia gonfia di carte dalla corte d’appello di Venezia, competente a decidere su tutto il mitico Nordest. Il processo è finito, manca solo il verdetto. Telefonata al cliente: "La sentenza è fissata al 2017". Imprecazioni. Un rinvio scandaloso? "No, purtroppo è la norma". Colpa di giudici e impiegati fannulloni, come diceva il mancato sindaco Brunetta? "No, qui i magistrati sono tra i più produttivi d’Europa. Ma il sistema è allo sfascio". E al Sud va molto peggio. In un grande distretto come Bari il giudizio di primo grado ha una durata "media" di 1.346 giorni. A Reggio Calabria la regola (non l’eccezione) è un’assurda attesa di 2.056 giorni per un verdetto d’appello. L’inefficienza della giustizia civile colpisce i diritti di milioni di italiani: genitori e figli, imprese e lavoratori, creditori, pensionati, invalidi, consumatori e danneggiati. La Banca d’Italia stima una perdita di più di un punto di Pil: come buttare dalla finestra 20 miliardi all’anno. Il presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha aperto l’anno giudiziario 2011 parlando di "giustizia negata" e "Stato di diritto a rischio". La Commissione europea ha intimato una riforma che ora è nell’agenda del governo Monti: finora la classe politica aveva pensato quasi solo al penale, in particolare a frenare la punibilità dei reati. Ma è nei processi civili che si decide la vita quotidiana dei cittadini onesti.

ORRORI GIUDIZIARI
Messina è la città che ha il record di lentezza delle cause: in media 1.449 giorni in tribunale, 1.410 in appello, 614 perfino davanti ai giudici di pace. Gli otto giudici civili hanno carichi di lavoro ingestibili: oltre 1.500 fascicoli ciascuno solo di arretrato. Quindi la situazione continua a peggiorare, moltiplicando casi come quello del signor Antonino Bilardo, che invocava dal 1970 la proprietà di quattromila metri di terreno e dopo nove verdetti favorevoli si è sentito dare torto dopo 37 anni. Ora è in crisi pure il diritto di famiglia. "Perfino nelle separazioni giudiziali passano anche nove mesi solo per la prima udienza, la più urgente", spiega l’avvocato Carmen Currò: "E parliamo di procedimenti che incidono su valori fondamentali, su questioni drammatiche come l’affidamento dei figli".
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Al Sud il contagio è generale. Un esempio da Napoli: la signora Nicolina Navarretta, 97 anni, da 20 in causa ereditaria, si è vista rinviare l’udienza d’appello al 2014. A 100 anni le mancherà ancora la Cassazione. Altra città, altro disastro. A Bari la fabbrica Divania attende da sei anni un mega-risarcimento da una banca per una truffa finanziaria (derivati-bomba) confermata da un’inchiesta della procura. Il processo civile di primo grado è chiuso, manca solo la sentenza. Ma proprio ora un’altra banca ha ottenuto, per pochi milioni, il fallimento della società, che dava lavoro a più di 400 operai. Comunque finisca la causa civile, insomma, il ritardo ha già ucciso l’azienda. E a restituire fiducia nel tribunale non aiuta la scoperta che altri tre giudici di Bari sono indagati per una storiaccia di soldi rubati ai fallimenti, che ha già portato in cella un avvocato.

Sul Sud pesa un arretrato di 3,3 milioni di cause, più di metà del totale nazionale. A Roma i processi civili durano un terzo in più che al Nord. Ma anche qui, accanto a buoni esempi come Torino e Trento, ci sono distretti allo sbando. A Venezia si contano 1.481 cause di primo grado in corso da più di cinque anni. In tribunale mancano 8 giudici su 24 e 15 cancellieri su 80. Per cui il presidente, Arturo Toppan, è costretto ad augurarsi solo di "non aggravare l’arretrato". E per il giudizio d’appello (sempre a Venezia) la media schizza a 1.440 giorni.

ULTIMI AL MONDO
La Banca Mondiale, nel fresco rapporto "Doing Business 2012", colloca la nostra giustizia civile in fondo al pianeta: su 183 Stati, occupiamo il gradino 158. Il metro è la sentenza-standard che punisce l’inadempimento di un contratto: in Italia arriva dopo 1.210 giorni, contro 394 in Germania, 389 in Gran Bretagna, 360 in Giappone, 331 in Francia, 300 negli Stati Uniti. Ci battono alla grande anche Ghana (487), Gambia (434), Mongolia (314) e Vietnam (295). In compenso i costi legali da noi sono altissimi: il 29,9 per cento del valore della causa, contro il 14,4 della Germania e il 9,9 della Norvegia. In pratica le aziende straniere incassano i danni nel giro di un anno, mentre l’impresa made in Italy deve aspettare 40 mesi e intanto chiedere prestiti. Quindi in un caso su tre, secondo uno studio di Bankitalia, evita il processo accettando accordi al ribasso.