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Le antenne estinte

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Il temporale stava arrivando e noi ci eravamo persi in un labirinto di strade sterrate. Bisognava fare in fretta perché la cima del Monte Partenio – un complicato saliscendi coperto di selve – si stava trasformando in acchiappafulmini. Eravamo già sul punto di scappare quando, in cima a una salita, a quota 1200, vedemmo un cancello arrugginito cigolare nel vento. Andammo a vedere e restammo senza fiato. Oltre quel portale semiaperto iniziava una strada in discesa con doppio guard-rail. E lì in fondo, tra le nubi al galoppo, c’era una spianata aperta sul nulla, coperta di enormi, nude piattaforme di cemento e strani muretti semicircolari.

Sembrava il cerchio del sole di Stonehenge, un tempio incaico per sacrifici umani. Invece era l’ex base Nato di Montevergine, il nido smantellato dei radar della Sesta Flotta, l’occhio dell’America sul Mediterraneo. Esattamente quello che cercavamo. Nemmeno Marco, che era del posto, c’era mai arrivato ed era, come noi, senza parole. Gli americani avevano portato via tutti i loro impianti, e il luogo, riconsegnato alla natura, aveva assunto una forza preistorica, quasi minerale. Verso ovest, tra gli squarci di nebbia, oltre il querceto nella tempesta, comparivano la piana di Nola e la Valle Caudina. Napoli era invisibile nella pioggia.

Fu allora che venne la fatamorgana. Tra un sipario e l’altro di nubi comparve una cresta dentata come di stegosauro, e poi un’altra ancora. Erano colline irte di antenne, parevano le guglie del duomo di Milano, e in quel clima da poltergeist – stava grandinando – la cresta del Partenio, con i suoi luoghi sacri in contatto da millenni con la Dea Madre, ora si svelava coperta di una foresta pluviale di ripetitori, attivi o dismessi. Una montagna di ferro e ruggine dove il rapporto col cielo continuava sotto forma di una tempesta elettromagnetica che additava un’ombra terribile sopra di noi.

Non avremmo potuto scoprire quel luogo in un momento più fantasmagorico. La base Nato era vuota, ma il resto delle antenne estinte era lì, tra le nubi, con ancora appesa la targa dell’esercito, della polizia, delle poste o di varie televisioni. Ci si aprì un mondo. Torri di metallo abbandonate da non più di dieci anni friggevano nel temporale come gabbie di Faraday. Una montagna di ferri contorti come ramponi sulla gobba di un capodoglio friggeva nel temporale e urlava verso il cielo chissà quale messaggio. E noi ci arrampicammo nel labirinto, passammo liberamente vertiginosi ballatoi, sentimmo il vento sibilare in vecchie strutture paraboliche, oltrepassammo squarci di filo spinato, calpestammo piattaforme di cemento coperte di muschio e vetri rotti, sfiorammo pannelli elettronici spolpati dai vandali, passammo sotto torrette di guardia perfettamente vuote e indecifrabili totem d’acciaio. Non erano segni di una civiltà estinta ma resti parlanti del nostro secolo.

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Fu allora che pensai alla prima volta in cui avevo sentito delle presenze in una rovina abitata dal vento. Era successo in Grecia nel 2004. Ero solo, e non so cosa mi avesse preso di bivaccare sui faraglioni di Zante, nella chiesa di Aghios Andreas semidistrutta da un terremoto negli anni Cinquanta. C’era solo un cartello stinto di legno a indicarla, ma egualmente ero sceso a piedi per un sentiero da capre. Alcune edicole con piccole icone e lumini punteggiavano la strada nel tramonto. Portavano nomi di santi – Elia, Dionisio, Dimitri o Maria – che nascondevano malamente gli dèi che li avevano preceduti. Forse per questo richiamo pagano ero stato attratto dal luogo. Le pietre appese al precipizio mi parlavano.

Tirava vento, l’ultimo sole affondava in un mare omerico “color del vino” illuminando il Santissimo oltre i resti dell’iconostasi, e io avevo pensato di godermi quelle magnifiche rovine nella certezza di una pace assoluta. Avevo tirato fuori dal sacco pomodori, pane e formaggio greco, ci avevo aggiunto capperi selvatici cresciuti su un muretto sbilenco, e dopo un sorso di retsina mi ero messo ad aspettare il silenzio. Ma il silenzio non veniva. Era una notte dannatamente animata. Grilli, cani lontani, asini, capre, fruscii nella boscaglia. E poi quella densità pazzesca di oscuri dei-guardiani infrattati come fauni tra i corbezzoli e i ginepri.

Verso mezzanotte mi accorsi che un San Basilio mi guardava in silenzio. La luna era sorta dalla montagna e attraverso il tetto sfondato del monastero illuminava un affresco pieno di santi. Dal mio sacco a pelo vidi una processione uscire dal buio e farsi strada verso l’uscita. Eusebio, Timoteo, Giovanni Crisostomo e altri andavano sotto le stelle verso il portale aperto sullo Jonio immenso e nero. L’ultimo era Basilio, che roteava gli occhi infossati. La luna aveva ridato colore all’affresco sbiadito dalle intemperie, e i gerarchi erano là, terribili, schierati come i dignitari di Bisanzio nel mosaico di Sant’Apollinare a Ravenna.

Non avrei mai più visto una notte simile. Presi freneticamente appunti fino all’alba. Scrissi: “Mantide religiosa, un geco che tenta di prenderla. Geco che batte in ritirata, lancia il suo sordo richiamo. Colonna di formiche illuminata dalla luna. Brucare di capre. Cane color del miele entra nella chiesa, mi annusa, poi mi si accuccia vicino e si fa carezzare”. E ancora: “Vento sibila tra le pietre come un’arpa eolica. I santi tornano nel buio. Luna scende a perpendicolo nello Jonio color zinco. Dormiveglia con litanie e parole greche antiche, Anthropos, Ouranòs. Primi galli sulla montagna, scricchiolio delle pietre all’alba”. Le vecchie pietre parlavano, ne ero sicuro. Non occorreva che fossero abbandonate da secoli. Pochi anni bastavano per instaurare un rapporto. Era sufficiente che il vento ne diventasse inquilino.

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La conferma la ebbi due anni dopo in Appennino. In una notte di temporale – aveva nevicato sul Gran Sasso – ero arrivato in un nido d’aquila di nome Rocca Calascio. Mi avevano indicato una locanda per pernottare ma i fulmini illuminavano solo i resti di un maniero coronato da un torrione. Mentre guardavo quei resti, sbucò dalla pioggia una donna di nome Susanna, che mi fece strada tra vecchie case e stradine in selciato e infine mi spalancò l’uscio di una stanza calda e confortevole.

Spiegò che il paese era rimasto vuoto per anni ma lei col marito (erano entrambi romani)  l’avevano riabitato, ci avevano cresciuto cinque figli e sistemato i vecchi muri come albergo diffuso. Quando se ne andò, mi sistemai, felice come un topo nel formaggio. L’apparenza sinistra del luogo era smentita e rimasi sveglio per un bel po’ ad ascoltare la pioggia. L’indomani Susanna raccontò nei dettagli il suo incontro col luogo. Era inverno, e lei col suo uomo stavano scendendo con gli sci nella neve fresca da Campo Imperatore, quando videro le rovine della Rocca possedute dal vento e da nuvolaglia di quota.

Era strano. Tutti erano scappati dal paese, ma i nuovi venuti ne sentivano il richiamo. “Vieni”, dicevano loro le rovine. Da allora la vita di Susanna Salviati cambiò. La chiamata divenne un ordine e la coppia lasciò Roma per trasferirsi in Abruzzo e ricolonizzare la rocca. Aprirono una trattoria, sistemarono una casa per abitarvi, fecero figli, restaurarono altre case per accogliervi ospiti. Ascoltai affascinato il racconto e poi, come ad Aghios Andreas, aspettai la notte per andare a caccia dei santi-guardiani. Fu un’altra notte speciale, perché sopra un mare di nubi basse c’era solo la luna piena e il monte Sirente che navigava nell’aria senza vento.

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Ma la febbre dei luoghi abbandonati mi prese davvero solo quando conobbi Paolo Vittone, un innamorato dei fari. Era un collega milanese di Radio Popolare, di quindici anni più giovane, con cui avevo vissuto la guerra in Bosnia. Già allora, a Sarajevo, mi aveva parlato di rovine. Le chiamava “dimore del vento” e mi aveva svelato un mondo di fortezze, stazioni, fabbriche, ville nobiliari, miniere e relitti sui fondali. L’Italia era piena di posti così, diceva, e si sarebbero dovuti inventariare per costruire una carta geografica speciale. “Mlp” la chiamava, mappa dei luoghi perduti.

I fari, dicevo. Ne cercava uno abbandonato per vivere, e invece ne trovò uno solo per morire. Un faro in funzione, nella mia Trieste, con una casa accanto. Non esattamente quello che cercava, ma era pur sempre un’altana dove spalancare le imposte sul mare. Si era gravemente ammalato. Negli ultimi mesi parlammo tantissimo e lui, guardandomi con occhi febbrili, spesso evocava luoghi perduti. Tonnare, manicomi, impianti idroelettrici. Fabbriche, catacombe, strade e ferrovie. Diceva che le rovine erano mille volte più vive degli ipermercati. E quando il terremoto spazzò via l’Aquila, vaticinò che il vento andava a impossessarsi dell’indicibile. La città.

Mi lasciò vecchi libri di storia e marineria, e in uno di questi – “Agenti segreti di Venezia” a cura di Giovanni Comisso – trovai mesi dopo una mappa d’Italia disegnata a mano. Era chiaramente un primo abbozzo della mitica “Mlp”. Indicava una trentina di luoghi con formule allusive o metaforiche. A Nordest della Sardegna, tra Caprera e Maddalena, aveva annotato “Fortezza Bastiani”. Sopra Avellino c’era un’ancor più misteriosa “Cresta del Drago”. In mezzo alla pianura padana stava scritto infine “Professor Nebbia”. Da perderci la testa.
Non seppi mai se l’avesse fatto apposta. Fatto sta che da allora non ebbi pace. Portai sempre la mappa con me nei viaggi di lavoro, e questa si arricchì talmente che ne generò un’altra, più grande e completa. Ma lo spazio non bastava mai perché ovunque andassi trovavo indicazione di altre grandiose, insospettabili e sconosciute rovine. I miei viaggi si riempirono di una geografia parallela. Paolo aveva ragione. L’inventario era sterminato e la mappa, come in un racconto di Borges, sembrava disegnare il volto di qualcuno.

Per cominciare cercai il professor Nebbia. Non era uno scherzo di Paolo, l’uomo esisteva davvero. Emiliano, 85 anni, una barbetta da elfo, Giorgio Nebbia era il più straordinario conoscitore di impianti industriali abbandonati del Paese e, contrariamente al cognome, era uomo allegro dagli occhi lucenti e mobilissimi. In un dialogo durato quattro ore mi portò come un bracco a fiutare un labirinto di piste perdute, così la mia mappa si infittì di annotazioni. Aggiunsi la ferrovia marmifera delle Apuane, con le nuove cave aperte nelle gallerie. Le piattaforme dei missili Trident contro la Jugoslavia, silenziosamente installati e silenziosamente smentallati negli anni Sessanta. Le fabbriche papaline di allume, le zolfare siciliane. Dietro a Marghera, altri cimiteri di veleni. E un’infinità di altre primizie sconosciute.

Fu allora che mi munii di taccuino e partii a caccia dei luoghi abbandonati d’Italia. La nostra storia. E questo che segue, più che un viaggio, è il rapporto di una malattia che dura da tanto, la mia. Uno zibaldone di scoperte fatte in tempi diversi dall’estate del 2009, ma allineate geograficamente per non disorientare il lettore. Fari, miniere, passi alpini, fortezze, strade, ferrovie, stazioni, fattorie, depositi di scorie atomiche, dighe. Rovine benefiche o sinistre. Abitate da epopee o da storie nere. Case degli spiriti dove talvolta ho provato brividi di paura, ma più spesso serenità, specie là dove madre natura si era ripresa il suo. In molti di quei luoghi, come nel monastero greco, non avrei esitato a dormire da solo.

E adesso che parlino le pietre muschiate e le ruggini gloriose. Che parlino i luoghi del vento, consumati dalla pioggia, dal sole o dal mare. I miserabili ruderi e i calcinacci sono cose mute, ma le rovine, perdio, hanno una voce sommessa e percepibile che anche un semplice restauro può spegnere. Per questo, quando ne varchiamo la soglia, il nostro silenzio ha più senso che altrove.