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La nuova letteratura dei social network

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ELENA STANCANELLI

Facebook è la baby sitter di noi scrittori persi nella rete, potenzialmente in grado di metterci nei guai. Col tempo che passiamo davanti al computer, e tutta la tensione da smaltire per scrivere due frasi interessanti, corriamo seriamente il rischio di acquistare incautamente set di calzini a rombi, confezioni di dvd di attrici porno bulgare, cappottini per il cane. Invece ci colleghiamo a Facebook, scambiamo due frasi con qualcuno, sbirciamo le foto di un altro, scriviamo un mini pensiero nello spazio chiamato "cosa stai pensando". È rilassante, e non incide sulla carta di credito. Ma a cosa serve? A niente. Un paio d´anni fa, io avevo aperto un account su Facebook e certe persone, molto più serie di me, mi domandavano con una certa apprensione perché lo avessi fatto. Non avevo una risposta sensata. Ci gioco, rispondevo, provo a capire se ci si può fare qualcosa. Avevo iniziato a scrivere un romanzo a puntate che buttavo lì, sul profilo, senza spiegazioni. Corrispondevo con un numero molto ristretto di "amici", coi quali avevo creato un dialogo divertente, che poteva essere il preludio di qualche "cosa" a più mani. Ma tutto quello che facevo, dopo un po´ deperiva. Non prendeva il volo, e mi annoiava. Così l´ho chiuso. Sono stata un po´ di tempo in questo stato, a dire in giro che avevo chiuso il mio profilo su Facebook. Ricevevo molta approvazione dalle persone serie. Tipo il portachiavi degli alcolisti anonimi, quello che viene consegnato a chi rimane pulito per un giorno, una settimana, un mese. Ma Facebook mi mancava. Perché? Perché gli scrittori amano Facebook, dal momento che non serve a niente? Credo dipenda dal fatto che i social network sono spazi vuoti, proprio come le pagine bianche. Non servono a niente ma ci puoi fare di tutto. Apparentemente sono forme di esposizione del privato, l´evoluzione del diario reso più allettante dalle fotografie e infinito dalle diramazioni e gli agganci sulle vite degli altri. Ma basta poco per rendersi conto che il privato non c´entra molto. Anzi: Facebook piace agli scrittori perché tutto quello che rimugina, non è vita, ma, con un po´ di generosità, letteratura. Racconto di sé, invenzione. Credo si possa dire che gli scrittori amano Facebook, anche se lo usano in modi diversi (tanto che qualcuno ha persino creato falsi profili, mettendoci da Eco ad Yehoshua). Ci sono quelli che lo trattano come un volano per pubblicizzare i propri libri, o moltiplicare i lettori degli articoli. "Postano" sulle loro pagine recensioni ai loro libri, classifiche, inviti alle presentazioni. Altri che, con lo stesso obiettivo, inventano elaborate campagne di lancio dei loro romanzi. Esemplare è il lavoro che fece Fandango per XY di Sandro Veronesi, anticipato da una pioggerella di indizi fatta cadere ad arte tra le pagine dei social network. A questa categoria appartengono anche gli scrittori che formano gruppi per convincere le case editrici a mandare questo o quel romanzo a un premio. In questi giorni, per esempio, si stanno aggregando formazioni in vista delle candidature allo Strega. I sostenitori di Alessandro Bertante, autore di un romanzo intitolato Nina dei Lupi (uscito per Marsilio), sono molto agguerriti e numerosi. Ma in ogni periodo dell´anno ci sono cause da cavalcare o prodotti da boicottare. Quando il tale scrittore o il talaltro va in televisione, per esempio, si forma subito il capannello di quelli che lo guarderanno e segnano un "mi piace" (la manina col pollice in su) sotto la notizia. Appena esce il suo libro, lo scrittore sostituisce l´immagine del suo profilo con quella della copertina, ricevendo subito moltissime manine dagli scrittori amici. Questi scrittori, che hanno un rapporto serio e sobrio coi social network, di solito rilasciano solo commenti politici, aderiscono a piattaforme e firmano petizioni. È un uso tradizionale di Facebook. Come i cartoncini di invito che si spediscono per posta, ma col vantaggio di arrivare in un istante a migliaia di persone. Va benissimo, ma secondo me si può fare di più. Dentro Facebook, c´è potenzialmente un mondo intero. Cose serie, riviste come Piscine che nascono là dentro e poi vanno nel mondo, ma anche cose bizzarre che io amo moltissimo: pagine dai titoli come struggenti haiku, tipo «schiantarsi al suolo e rialzarsi fingendo indifferenza» o «telefono di casa che puntualmente smette di suonare quando lo raggiungi» o ancora «delusione nel vedere sfaldarsi un biscotto caduto nella tazza del latte/the», che raccolgono decine di migliaia di fans, i quali, immagino, ci si accoccolano come in minuscole cucce, increduli di poter condividere passioni, o malinconie tanto specializzate. E ci sono scrittori, come Aldo Nove o Giuseppe Genna, che provano a forzare il confine e usare Facebook come, lo posso dire?, una nuova forma letteraria. Gli scrittori americani già ci credono. Ci sono interi romanzi scritti a forza di cinguettii su Twitter, sceneggiature a puntate, poesie di ogni genere. Certo, sono americani. Noi gente del vecchio mondo fatichiamo un po´ a fidarci delle nuove forme. Siamo scettici e disillusi. E in un attimo ci si rivela la vacuità di qualsiasi cosa. Ma io mi sono riscritta. Mi sono fidata della mia nostalgia più che del mio sarcasmo. Ho aperto un nuovo account, ho scritto di nuovo «c´era una volta». D´ora in poi quando i mormoni della letteratura mi chiederanno «sì, ma a che serve?», risponderò che i social network sono i libri del futuro. E potrei anche avere ragione.