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La nostra bolletta energetica appesa ai regimi

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Petrolio, maledetto petrolio. La polveriera esplosa nei paesi del Maghreb, con tutte le incognite geopolitiche che ne derivano, mette a serio rischio i rifornimenti energetici da quei paesi, infiamma i mercati e si potrebbe tradurre in un pesante aumento delle nostre bollette. La guerra civile in Libia, per esempio, significa l’implosione del quarto produttore di petrolio in Africa (dopo Nigeria, Algeria e Angola) con quasi 1,8 milioni di barili al giorno. Il fiume di denaro che scorre attraverso i rubinetti dell’oro nero, sempre controllati da imprese statali, ha alimentato la corruzione delle dittature africane e in Medio Oriente e in molti casi ha significato anche una fonte di finanziamento del terrorismo islamico. Già questo elemento ci fa capire quanto il nuovo equilibrio che si andrà creando nei paesi oggi in rivolta, avrà dei riflessi diretti e significativi per la sicurezza globale. Ma per noi, oggi, il punto centrale riguarda le forniture e la totale dipendenza del sistema Paese da nazione tutte, in un modo o nell’altro, coinvolte nell’uragano dell’incertezza. Le importazioni italiane di idrocarburi sono divise, di fatto, in tre quote equivalenti: un terzo dal Medio Oriente (compresi l’Iran con il 13 per cento e l’Iraq con quasi il 10 per cento), un terzo dall’Africa (con la sola Libia al 23 per cento) e un altro terzo dai paesi dell’ex Unione sovietica (Russia e Azerbajan in testa). Se sovrapponiamo le forniture ai conflitti già in atto e potenziali, l’Italia sembra chiusa in una trappola. E con il gas non va molto meglio, visto che soltanto la Libia, dove l’Eni intanto ha chiuso il gasdotto, ci garantisce il 12 per cento del fabbisogno nazionale con 25 milioni di metri cubi pompati ogni giorno lungo le coste africane. Abbiamo alternative e riserve, oltre alla possibilità di procedere con acquisti spot sul mercato, ma le rivolte popolari e le conseguenti fiammate dei prezzi ci espongo a rischi enormi. Il petrolio è ai massimi dal 2008, ben oltre la soglia psicologica dei 100 dollari per il Brent, le aziende che commercializzano la benzina ne hanno già approfittato per nuovi e continui aumenti del carburante, e gli analisti hanno calcolato che se la situazione di incertezza andasse avanti per un anno le bollette elettriche degli italiani, famiglie e imprese, subirebbero un’impennata dell’8 per cento. Sono numeri pesanti, in un sistema dipendente dalle importazioni, e con un’industria piccola e media che sta tentando faticosamente di uscire dal tunnel della recessione.

La crisi del Maghreb, vista da Roma, oltre al dramma di un’ondata biblica di nuova immigrazione, ci  consegna, in tutta la sua concreta realtà, la fotografia di un paese impiccato alla corda del petrolio prodotto altrove, nelle aree del mondo più instabili. Appena il 15 per cento della nostra energia non arriva da idrocarburi, e nel resto dell’Unione europea le cose stanno molto diversamente: la Francia è vicina al 50 per cento, la Germania al 37 per cento, il Regno Unito al 24 per cento. La differenza tra noi e loro, che ci rende anche fragili interlocutori nelle sedi decisionali dell’Unione, sta nel fatto che ovunque la politica energetica si è tradotta nello sviluppo di un mix di fonti con un unico obiettivo: uscire dalla trappola petrolifera. In Italia, invece, siamo sempre al punto di partenza. Abbiamo fatto importanti passi avanti nel fotovoltaico, con un conto salatissimo pagato dalle nostre bollette, e possiamo sperare, nel medio termine, nello sviluppo della tecnologia nel solare. Siamo a zero sul nucleare, e nonostante gli annunci del governo, il piano per costruire nuove centrali è avvolto in una nube di totale incertezza. Non riusciamo a trasformare in energia quella montagna di rifiuti che invadono strade e marciapiedi delle nostre città. Insomma: l’economia nazionale è dipendente dalle importazioni energetiche, che illuminano le nostre case e fanno girare gli impianti delle nostre industrie. Un handicap da puro azzardo, se pensate che entro i prossimi vent’anni il 90 per cento della produzione di gas e petrolio arriverà dai paesi in via di sviluppo, dove la precarietà  politica e sociale è all’ordine del giorno. Avremmo bisogno di un piano energetico nazionale, serio e credibile, ma intanto corriamo il rischio di bruciarci mani e piedi nelle fiamme del Maghreb.