La città modello per il futuro | Non Sprecare
Questo sito contribuisce all'audience di

La città modello per il futuro

di Posted on
Condivisioni

Le utopie sono visioni ideali e razionali del mondo: né profezie, né previsioni, sono solo la costruzione di una società virtuale, priva di localizzazione geografica. Nell’utopia dell’uomo politico inglese Thomas More (1478-1535), questa società esemplare abita l’isola di Utopia. Non vi regnano ingiustizia e leggi inique, abusi, corruzione, guerre e violenze di alcun tipo. More immagina un altro mondo, all’opposto della società feudale del suo tempo, dove la proprietà individuale e il denaro sono aboliti e dove i cittadini virtuosi sono avidi di saggezza e di pace.

 

L’utopia fonde due posizioni rispetto all’avvenire; l’una, letteraria, ha una vocazione critica nel descrivere dei mondi immaginari; l’altra, operativa, separa il sogno dalla realtà per meglio individuare il passaggio dal primo alla seconda. In quest’ultimo caso, si danno utopie di due tipi. Le prime paiono irrealizzabili e, se si realizzano, lo fanno a caro prezzo. Il prezzo, per esempio nell’utopia comunista, di migliaia di morti nei gulag. Le chiamerei utopie chimeriche. Che sono in errore perché si fondano su credenze dogmatiche.

 

Le utopie di secondo tipo, al contrario delle precedenti, non sfociano in aporie e in drammi umani. Rappresentano, come il primo tipo, dei valori di bene comune per essere, pensare e vivere insieme, ma quando si realizzano concretamente, materialmente, danno accesso a una ricchezza comune fatta di solidarietà con l’altro senza nuocere alla libertà di ciascuno. Sulla scorta del sociologo francese Edgar Morin, chiamerei questi sogni di un mondo migliore utopie realiste.

 

A partire da questi principi e dalla critica della città contemporanea insostenibile (cioè inadeguata a essere trasmessa alle generazioni future) si può immaginare un altro mondo urbano con l’agricoltura e gli agricoltori. I quali ne sono stati espulsi nel corso della storia, soprattutto nelle città occidentali. Non è una novità: i teorici dell’urbanistica come l’inglese Ebenezer Howard (1850-1928) avevano già immaginato di creare dellecittà con un’agricoltura di prossimità. A un secolo di distanza, quel che è cambiato nel pianeta è l’incontenibile concentrazione della popolazione nelle città (60 per cento in proiezione 2030) e l’accentuarsi della globalizzazione economica.

 

Questa critica delle città contemporanee si può limitare, dal mio punto di vista, a cinque temi: l’insicurezza alimentare delle città, sempre più sprovviste di agricolture di prossimità; la feticizzazione del paesaggio, estetizzato a spese degli spazi agricoli o boschivi e a profitto delle economie turistiche e residenziali di pregio; l’inequità nell’accesso alle risorse naturali (l’acqua soprattutto) ed energetiche e la crescente segregazione sociale dello spazio pubblico e privato.

 

Di fronte a queste gravi disfunzioni, e talora meglio di una volontà politica statale, una utopia può diventare realtà per il bene comune dei cittadini. Così l’umanità ha messo fine in linea di principio alla schiavitù, in alcuni Paesi alla pena di morte e all’assenza di sistemi sanitari o educativi di tipo collettivo.

 

A questa utopia agriurbanistica ho dato il nome di Agripolia. Essa si fonda su cinque principi: dei valori sociali intangibili: libertà, uguaglianza dei diritti, solidarietà, democrazia; il glocalismo: la globalizzazione e la localizzazione regionale delle politiche urbane; l’autonomia alimentare di prodotti freschi (per mezzo di agricolture di prossimità); la multifunzionalità dello spazio urbano non costruito; la governance territoriale e la partecipazione degli abitanti: un atteggiamento vicino a quello dei territorialisti italiani capeggiati da Alberto Magnaghi.

 

Agripolia non solo può divenire realtà, ma i valori di solidarietà e lucidità che la ispirano sono già al lavoro nelle società contemporanee. Questa utopia infatti — un progetto collettivo — unisce le condizioni che consentono ai sogni di concretizzarsi. Queste campagne urbane immaginarie sono glocali e territorializzate. Globali, perché cercano di rispondere localmente alle esigenze collettive dello sviluppo sostenibile. Locali, perché dispongono di una governance territoriale autonoma, collegata da un lato con i poteri pubblici nazionali e sovranazionali e dall’altro con gli agricoltori.

 

Alcuni diventano agricoltori urbani, rivolti soprattutto ai mercati cittadini vicini che riforniscono. Spesso pluriattivi, producono sia beni agroalimentari che servizi di prossimità: agriturismo, riciclo dei rifiuti organici, manutenzione delle siepi, protezione delle falde freatiche o delle zone inondabili attraverso imboschimenti o prati estensivi per i quali sono remunerati a partire da imposte locali. Altri, voltando le spalle alle città vicine, conservano delle agricolture specializzate, integrate o organiche, da esportazione come i cereali, le oleoproteaginose, i biocarburanti, la viticoltura o gli allevamenti. E queste due posizioni possono essere adottate dallo stesso agricoltore.

 

Tuttavia numerosi freni continuano ovunque a limitare l’agriurbanizzazione delle regioni urbane e la collocazione di infrastrutture naturali in spazi pubblici, comuni o privati. Quasi ovunque il progetto di un’Agripolia va incontro alla difficoltà di rendere compatibili due tipi di interesse pubblico fra loro contraddittori. Da un lato un perenne tessuto non costruito nell’area urbana, d’altra parte un tessuto costruito, altrettanto perenne, per rispondere ai bisogni di alloggio e di lavoro. In linea teorica, questi due usi dello spazio sono compatibili in una pianificazione rigorosa dell’uso dei suoli. Ma l’applicazione politica manca spesso di volontà e di argomenti convincenti per bloccare l’uso delle proprietà fondiarie a fini speculativi. Ne consegue l’estensione della città a spese nella maggior parte dei casi di preziose terre agricole.

 

Credere a un’utopia e aderirvi equivale a proiettarsi nel mondo futuro allo scopo di agire, per sé e per gli altri. Esistono da qualche parte nel mondo degli embrioni di Agripolia, dei tentativi di instaurare degli ordini materiali territoriali con gli agricoltori che sembrano promettenti per il bene comune urbano. Localmente, sono isolati, a tal punto i flussi commerciali mondializzati governano i mondi urbani. Ma, moltiplicati da iniziative pubbliche e private, essi si costituiscono in reti sociali che diventano più grandi e portano le prove dei valori di bene comune che hanno promesso. Ciascuno resta libero di non credere alla solidarietà di cui necessitano gli abitanti di un territorio e all’impegno che comportano le diverse forme di resistenza collettiva ai valori morali che dominano il mondo contemporaneo (individualismo, liberalismo deregolamentato, ecc.). Ma ciascuno resta responsabile dell’abitabilità dei territori che trasmette alle generazioni future. Thomas More, infatti, non ha certo generato la società che proponeva, ma ha fatto nascere presso le generazioni future il desiderio di un altro mondo. Ciò che l’utopia di Agripolia propone oggi.