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La Cina e le energie rinnovabili

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Paradossi, contraddizioni e una certezza: la Cina marcia a passi da gigante verso la meta decisiva dei prossimi vent’anni. Già, perché il Paese della Grande Muraglia gioca d’anticipo per vincere la sfida del futuro: la green economy. Valerio Rossi Albertini, professore di chimica fisica dei materiali innovativi e ricercatore del Cnr, è lo scienziato italiano – tra i 10 mila delegati da tutto il mondo – invitato al summit di fine ottobre a Dalian, dal titolo Leading the green economy: returning to harmony with nature. Tema del suo intervento: la situazione italiana, dopo la bocciatura del nucleare al referendum.

ALLA GUIDA – Reduce dalla maratona di conferenze e tavole rotonde, la sua percezione è chiara: «Con l’intraprendenza che li contraddistingue», osserva, «i cinesi si stanno attrezzando per guidare la rivoluzione imminente». Come? «Prendiamo l’eolico: solo per il 2012 investiranno 47,9 miliardi di dollari», spiega Rossi Albertini. Tra i progetti più ambiziosi, entro il 2020 sarà costruito un immenso parco eolico, con una potenza installata di circa 20 gigawatt, pari a quella di oltre una dozzina di reattori nucleari. Per ora, il settore della componentistica continua a crescere: «Molte delle pale eoliche in giro per il mondo», ricorda il ricercatore, «sono di fabbricazione cinese». Altro business fiorente è quello del fotovoltaico: «In rapido sviluppo, in primis, per invadere il mercato internazionale».

VERDE SÌ, MA QUANTO? – La fotografia, però, non è verde al cento per cento: basta spostare un po’ l’obiettivo, per cogliere altre tonalità. Opache. L’esempio più tangibile è l’inquinamento atmosferico: «A Pechino e Shanghai», racconta lo studioso, «c’è una coltre irrespirabile. Nelle belle giornate, per effetto di questa patina, il sole appare rossastro: atmosfera simile al “fumo di Londra” ottocentesco, da prima rivoluzione industriale». Lo strabismo – da un lato l’impulso alle rinnovabili, dall’altro la devastazione ambientale – è ancora più palese in interventi selvaggi come la diga delle Tre gole nella provincia di Hubei. «Con la realizzazione di un gigantesco impianto idroelettrico», insiste Albertini, «stanno compiendo un disastro: sconvolgimento dell’ecosistema, inondazioni di terreni coltivati e decine di migliaia di agricoltori costretti ad abbandonare i campi». Nel frattempo, non cessano il consumo di carbone e la progettazione di centrali nucleari. E non s’intravedono spiragli di apertura sul Protocollo di Kyoto: «I cinesi si rifiutano di ridurre l’emissione di anidride carbonica entro il 2020», dice Rossi Albertini, «perché la considerano una conseguenza inevitabile del progresso e rivendicano il diritto di seguire lo stesso percorso dei Paesi occidentali».

LA PARTITA DELL’ITALIA – La partita dell’Italia, secondo l’esperto, si gioca sul campo dell’alta tecnologia: «Noi abbiamo sempre precorso i tempi, forse ce ne siamo dimenticati. Dobbiamo affermare la nostra specificità, altrimenti saremo colonizzati». Le possibilità di competere ai massimi livelli ci sono, ma è tempo di accelerare: «I nuovi pannelli fotovoltaici che utilizzano la plastica invece del silicio», spiega il fisico, «costano già il 20% in meno e andrebbero perfezionati per la produzione su scala industriale». Altro fronte sul quale moltiplicare gli sforzi è quello del vettore idrogeno: «L’unico problema è che l’elemento non si trova allo stato libero, ma va prodotto: bisogna incentivare le ricerche per ridurre i costi». La questione è anche politica: «Serve una struttura organizzativa, una cabina di regia che faccia da raccordo tra istituzioni, organismi confederali, società civile per una strategia unitaria». Le indicazioni sono precise: «Manca una figura ad hoc, penso a un ministro per l’energia», incalza Rossi Albertini. «Negli Stati Uniti è il premio Nobel Steven Chu, con ampie deleghe affidategli dal presidente Obama». Fondamentale, poi, diffondere l’informazione per aumentare la soglia di consapevolezza: «Del summit di Dalian si è parlato pochissimo: forse si crede che sia un fenomeno marginale o transitorio, invece è la madre di tutti i problemi. E il rischio», conclude lo scienziato, «è che a sanare il nostro debito saranno proprio i cinesi. Mi chiedo: a che prezzo?».