In Cina le aziende fanno i conti la svolta verde | Non Sprecare
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In Cina le aziende fanno i conti la svolta verde

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Micaela Cappellini

 

«Le normative ambientali per le aziende che operano in Cina? La legge risale al 1989, ma solo adesso i governi locali si sono messi a fare sul serio con i controlli. Noi, per esempio, siamo stati obbligati a conferire i nostri liquami industriali a una società apposita autorizzata allo smaltimento. Un’operazione che ci costerà 50mila yuan all’anno». Circa 5.500 euro in più alla voce spese fisse. Stanley Xu è il direttore dello stabilimento cinese della Gasket, azienda del bergamasco specializzata in componentistica per il settore petrolchimico. La succursale cinese è nata due anni fa, nel parco industriale di Suzhou, sulla costa centrale della Cina, e vanta una produzione annuale da 6 milioni di euro.

Tutto sommato, alla Gasket è andata abbastanza bene: «Oggi – prosegue Xu – è diventato quasi impossibile ottenere in Cina la licenza per uno stabilimento dove si fanno placcaggi in nickel. E in certe regioni è ormai proibito utilizzare la tecnica dei placcaggi elettrici». Pechino insomma fa sul serio: il suo establishment è fermamente deciso a ridurre gli alti tassi di inquinamento del Paese. È finita l’era in cui era prioritario spingere la produzione e gli investimenti esteri, se serviva anche chiudendo un occhio sulle imprese senza troppi scrupoli ambientali. «Dal governo centrale il messaggio è arrivato chiaro – racconta Tiger Shan, partner di Value Partners di stanza a Pechino –. Le autorità locali, piuttosto, sembrano più restie a sposare il nuovo corso green, per paura che gli investitori fuggano dalle loro regioni».

Chi sceglie la via delle ispezioni all’acqua di rose certo non manca, ma in generale i governi locali si sono fatti più rigidi. E le aziende straniere si sa, meno ammanicate al politico di turno, sono target più facili da colpire. «Devono adattarsi in fretta alle normative – prosegue Shan – e questo ha un costo: gli impianti per il trattamento delle acque reflue e per la riduzione degli agenti inquinanti rilasciati nell’atmosfera richiedono un investimento che va da uno a dieci milioni di yuan, a seconda del tipo di fabbrica. Senza contare che il rispetto delle normative ambientali è diventato una conditio sine qua non per richiedere un prestito in certe banche, o per sbarcare sulle Borse locali con un’Ipo».

In alcuni settori l’inasprimento normativo ha partorito dei veri e propri paradossi. «Mi riferisco alla legge sull’utilizzo di sostanze chimiche entrata in vigore a fine 2010 – racconta Sabrina Pugliese, avvocato di KStudio Associato (network Kpmg), che ha personalmente seguito alcune aziende della cosmetica che hanno scelto di trasferire la produzione in Cina -. Alle imprese che utilizzano una sostanza chimica fra quelle non approvate dall’elenco ufficiale, e sono molte, occorre una speciale autorizzazione che richiede nuovi test in loco. E questo anche per le sostanze che hanno superato i più rigidi test a livello internazionale. Peccato che le società cinesi che svolgono questi esami hanno dei tempi biblici: il risultato è che molte fabbriche di proprietà occidentale a ‘oggi hanno dovuto bloccare completamente la produzione».

Sia chiaro, la battaglia green di Pechino è di quelle sacrosante, ne va della salute della popolazione. Ma per le imprese, questo si rivela un extra-costo non previsto all’epoca della decisione di delocalizzare in Cina. «A metà marzo, quando è stato reso noto il 12° piano quinquennale 2011-2015, il governo di Pechino è stato chiaro – ricorda Giuliano Noci, vicedirettore del Mip Politecnico di Milano e prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico stesso –:

quella ambientale sarebbe diventata la seconda più importante priorità del Paese dopo il tema dell’innovazione. Nel Piano è scritto che entro il 2020 la Cina dovrà ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40%, mentre il consumo di energia dovrà calare del 16% per ogni dollaro di output. Già da quest’anno il consumo di acqua dovrà essere ridotto del 7%, e a partire dal 2013, a cambio della guardia avvenuto sulla poltrona della presidenza cinese, verrà introdotta una tassa ambientale sui produttori che inquinano di più». La Cina ha inoltre varato per la prima volta una normativa a tutela dei patrimoni rurali, che pone dei limiti ai governi locali nella concessione di aree edificabili alle imprese che vogliono investire.

Non c’è però solo il governo di Pechino, a fare da propulsore alla svolta verde del Paese. L’altro braccio armato della battaglia all’inquinamento si chiama opinione pubblica. «Il sentimento ambientalista si sta diffondendo rapidamente tra la popolazione – racconta Shan –: l’anno scorso c’è stata una sola manifestazione ambientale in tutta la Cina, mentre dall’inizio del 2011 se ne contano già diverse decine».

Una delle ultime – e anche delle più note, grazie al battage dei media occidentali – ha avuto come teatro la città di Dalian, dove a metà agosto 70mila persone sono scese in piazza contro la fabbrica Fujia, che produce paraxilene, un componente delle bottiglie di plastica altamente inquinante. I manifestanti, per lo più appartenenti alla classe media, hanno accusato l’azienda di riversare le scorie contaminate nelle acque che bagnano la città, fino a che il governo locale non ha potuto far altro che annunciare la chiusura dello stabilimento. Giusto la settimana scorsa, invece, un gruppo di Ong cinesi ha pubblicato un rapporto in cui si accusa i fornitori della Apple – peraltro indicata come «consenziente» – di utilizzare sistemi di produzione altamente inquinanti.

La battaglia verde è appena cominciata e promette di non fare sconti.

Lo stesso direttore della National development and reform commission, che elabora le strategie per lo sviluppo economico della Cina, ha fatto sapere che «le regole del gioco sono cambiate e le aziende straniere dovranno adeguarsi». Qualcuno avrà la tentazione di fuggire dal Paese? «Non credo – prevede Shan –. Chi produce qui ormai lo fa per vendere sul mercato cinese. Eppoi il costo dell’adeguamento degli impianti non è così alto, lo si ammortizza in fretta. Almeno così succede per le grandi aziende». Il problema, insomma, sarà sulle spalle dei più piccoli.