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I bilanci militari al tempo della crisi. I bilanci militari al tempo della crisi

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I «tecnici» stanno studiando. Così dice il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola. I «tecnici» sono in realtà gli alti ufficiali addetti agli armamenti. Studiano come mantenere le forze armate efficienti nei prossimi anni con costi ridotti. «Tra un paio di settimane – prevede il ministro – riceverò i loro rapporti». In essi saranno indicati i capitoli di spesa ai quali si può rinunciare e le voci che sono assolutamente indispensabili. Indispensabili a cosa? Per quale scopo? In altre parole, quali sono oggi i compiti delle forze armate italiane? Perché dal ruolo che dovranno svolgere dipenderà l’acquisto di mezzi e armamenti. Dagli impegni immaginati, per esempio, si deciderà se spendere o no 15 miliardi di euro per 131 cacciabombardieri americani Jsf, noti con la sigla F35.

INFERRIATE – L’ex ministro della Difesa Arturo Parisi (Pd), molto vicino a Prodi, non ha dubbi: come difendiamo le nostre case sbarrando le finestre con inferriate, così dobbiamo garantire la sicurezza del territorio nazionale. E quindi è obbligatorio investire sull’F35. Ma dallo stesso partito di Parisi, il Pd, si levano voci del tutto contrarie. Per esempio, Marco Minniti, che è stato sottosegretario alla Difesa, è molto cauto rispetto alla necessità di dotarsi degli F35. La priorità, secondo lui, è «puntare a costruire un unico sistema Difesa tra i Paesi europei». Della stessa opinione è un altro esponente del Pd, Gianni Farina, che fa parte della commissione Difesa della Camera. Dice che «il concetto di Difesa nazionale oggi è ridicolo, dobbiamo far crescere una Difesa europea. Perciò anche gli investimenti vanno decisi coi partner europei». In questo quadro l’F35 non serve, «sarebbe una scelta avventurosa ed una spesa esorbitante».

ESERCITO – Da vari anni si sogna uno strumento militare europeo. Ma, appunto, per adesso rimane un sogno. E allora, osservano al governo, dobbiamo continuare ad attrezzarci per conto nostro. Il modello di Difesa rimane quello ideato dieci anni fa in seguito alla decisione di rinunciare alla leva. Un modello basato su militari di professione destinati a compiere missioni fuori del territorio italiano. Perché oggi, sostiene il ministro Di Paola, il nemico non è più alle porte, «ma la patria si protegge andando a disinnescare le minacce là dove nascono». Giusto. Ma questo tipo di operazioni, osserva Rosa Calipari, Pd, membro della commissione Difesa della Camera, «sono affidate in prevalenza a uomini dell’Esercito. Gli investimenti più cospicui dovrebbero andare a loro vantaggio». La pensa così anche Augusto Di Stanislao, dell’Italia dei valori: «Invece che armamenti di offesa, dovremmo concentrarci sull’acquisto di mezzi e tecnologia in grado di garantire la sicurezza dei nostri soldati». 

«UNA FOLLIA» – In realtà i mezzi e gli armamenti adeguati per i militari sul campo non mancano. I blindati Lince hanno offerto maggiore sicurezza a chi si avventura lungo le insidiose strade afghane. Sono stati compiuti anche alcuni sprechi: i 70 obici semoventi Pzh2000 costati 464 milioni di euro non sono mai stati utilizzati. Così come le 540 autoblindo Puma, che hanno richiesto una spesa di 304 milioni di euro e si sono rivelate inadatte all’impiego nelle missioni internazionali. Tutto sommato, però, le spese per l’Esercito sono sostenibili. I costi stratosferici riguardano fregate, sommergibili e caccia per ammodernare Marina e Aeronautica. «I 15 miliardi per l’acquisto dei cacciabombardieri F35 – insorge il coordinatore della Rete per il Disarmo Francesco Vignarca – sono una follia. A che ci servono quegli aerei? Chi dobbiamo bombardare? Potrei capire se fosse un programma della Nato, di cui facciamo parte. Ma l’F35 è un prodotto americano, saremo colonizzati dalla tecnologia americana. Mentre i francesi se ne infischiano e continuano a puntare sui loro caccia Rafale».

CRISI – La stampa cattolica batte sul tasto dell’etica. Giudica immorale spendere miliardi per ordigni bellici. Le obiezioni sono che con quei soldi si possono costruire tanti ospedali e centinaia di asili per i bambini. Licio Palazzini, dell’Arci, calcola che con un aereo si potrebbero mantenere al servizio civile 35 mila giovani per un anno. Tutto questo discorso si scontra con la strategia della nostra Difesa che contempla la partecipazione alle azioni di attacco condotte dall’Alleanza atlantica o dalle cosiddette coalizioni dei volenterosi. La discesa in campo delle forze armate è diventata messaggera del made in Italy, proiezione dell’immagine italiana all’estero, un surrogato del ministero degli Esteri. Se c’è una crisi internazionale da risolvere con le armi, gli italiani vogliono essere partecipi. E’ avvenuto in Kosovo, in Afghanistan, in Libia. L’Italia non vuole rimanere fuori da questo tipo di operazioni, che però richiedono mezzi con tecnologie avanzate. «Quando si decise l’intervento in Kosovo – ricorda l’ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Dino Tricarico – gli alleati non volevano accettare nella coalizione i nostri F104, considerati troppo antiquati».

 

PORTAEREI – Il problema si riproporrà fra pochi anni, quando bisognerà svecchiare la flotta aerea, mandare in pensione gli Amx e i Tornado, che sono stati concepiti alla fine degli anni Sessanta e ormai costano più di manutenzione che comprarli nuovi. Gli avversari dell’F35 vorrebbero sostituirli con gli Eurofighter, di costruzione europea. Ma gli Eurofighter non solo hanno funzioni diverse dall’F35, hanno costi perfino superiori al jet americano, e soprattutto non possono planare sulla portaerei Cavour. Questo è un grosso problema. Le dimensioni della Cavour non sono tali da permettere decolli e atterraggi lunghi. Servono aerei a decollo corto e atterraggio verticale. E una versione dell’F35 sarà sviluppata proprio con queste caratteristiche. Sarebbe l’ideale per rimpiazzare i vecchi Harrier a decollo verticale. La Cavour è costata un miliardo e mezzo di euro e per adesso la sua unica missione svolta riguarda gli aiuti ai terremotati di Haiti, che non è proprio l’ideale per una portaerei.

LEALTA’ – Tuttavia la Cavour, secondo l’ex capo di stato maggiore della Marina Marcello De Donno, è fondamentale perché «oggi i conflitti divampano in aree lontane dove la portaerei si può trasferire offrendo l’apporto dei suoi velivoli». E il ministro Di Paola, che non dimentica la sua divisa di ammiraglio, punta deciso all’acquisto degli F35 perché così risolve i problemi dell’Aeronautica e anche della sua amata Marina. Ma Giovanni Forcieri, Pd, ex sottosegretario alla Difesa con Prodi, ha un altro argomento che consiglia di dotarsi degli F35 e spendere i 15 miliardi diluiti in una quindicina d’anni: ne fa una questione di lealtà. Fu lui a firmare nel 2007 l’accordo definitivo con la Lockheed Martin americana. «E i patti – dice – vanno rispettati». Come insegnavano i latini: pacta sunt servanda. Non solo cacciabombardieri. Anche velivoli senza pilota, i cosiddetti droni: ne abbiamo acquistati 8 per una spesa di 1,3 miliardi.

ROBOT – Il soldato moderno deve minimizzare al massimo i rischi, la sensibilità delle nostre società occidentali non sopporta più le perdite umane, non concepisce il corpo a corpo. E allora giù bombe dagli aerei. Se potessi, ha detto il presidente Obama, «farei intervenire solo aerei senza pilota». Solo robot. Tecnologia costosa. E i conti però non tornano. Quest’anno la Difesa avrà in dotazione 14,5 miliardi, più un miliardo e mezzo per le missioni estere. L’intero apparato militare costa 73 milioni al giorno. Buona parte, il 65 per cento, se ne va in stipendi. Gli organici ammontano a 182.500 uomini, di cui 22.900 ufficiali fra i quali spiccano 425 generali e 1900 colonnelli. Troppi. I piani di riduzione prevedono di scendere a 140 mila effettivi. Come arrivarci è un bel rebus.