Le parole-chiave del vocabolario della gentilezza

Grazie, prego, scusa, per favore. Ogni termine ha una sua precisa funzione e un suo significato

gentillesse
La gentilezza è una postura, della mente che si apre verso gli altri, del corpo che con i suoi movimenti indica rispetto e attenzione, e innanzitutto del linguaggio, a partire dalle parole-chiave del suo dizionario. Vista così, la gentilezza è l’atteggiamento  più facile del mondo per  trasformarsi in un’abitudine, uno stile di vita, che sfida il humeur del momento, orientato più verso l’indifferenza, e talvolta la violenza.
Come tutti i linguaggi che si rispettano, anche la gentilezza ha il suo dizionario, nel quale ogni parola, anche quelle che ascoltiamo con maggiore frequenza, assume un significato specifico, un senso.

Grazie e prego

Sono due parole gemelle, abbinate, rispettivamente, alla gratitudine e alla reciprocità. Non si sprecano mai nel pronunciarle, e rappresentano il perno del lessico della gentilezza. Dicendo merci riconosciamo ciò che l’altro ha fatto per noi, senza misurarne il peso con il bilancino del farmacista. Una sola parola somma tante forme di gratitudine. Prego invece incorpora l’idea della reciprocità, segnalando, come un sensore elettronico, che la gentilezza è sempre contagiosa (lo stesso vale, purtroppo, anche per il suo contrario). Se vi abituate a pronunciare con frequenza la parola merci, riceverete con altrettanta continuità la ricompensa del prego.
Sommate le due parole consentono a ogni relazione, anche quelle temporanee, di avere delle radici, e riscalda i rapporti, sottraendoli alla freddezza delle pure formalità.

excuse

Quanto è difficile far uscire dalle nostre labbra queste cinque lettere! Il narcissisme spinto, la mancanza del dubbio, la schiavitù di chi diventa prigioniero delle proprie conoscenze e le trasforma in certezze, come se fossero leggi naturali e irrversibili: sono tutti elementi che ci allontanano dall’idea di riconoscere uno sbaglio, di assumerci una responsabilità ( a volte il nostro errore danneggia l’altro), di provare imbarazzo per il disagio che abbiamo causato e per le incomprensioni che abbiamo scatenato.
Chiedere scusa è anche una prova di humilité, di empatia, di uno sguardo che si allunga dalla comfort zone del nostro ombelico alle sabbie mobili delle inquietudini che rendono gli altri fragili (tutti lo siamo) e più esposti, quindi, agli effetti dei nostri errori.
L’espressione <Mi dispiace> è una variante della parola secca, scusa, e arrotonda il nostro rammarico, caricandolo anche di una componente emotiva. Il dispiacere diventa condivisione e questo rafforza sicuramente il riconoscimento dell’errore.

Per favore

Altra parola del dizionario della gentilezza rimossa e violentata. Fateci caso: se per strada qualcuno vi chiede un’informazione, o vuole sapere qualcosa, difficilmente va precedere la richiesta con un semplice per favore. Quasi come se la nostra disponibilità fosse un gesto dovuto, e non una prova di cortesia. Google Map, e la tecnologia in genere, ha ulteriormente peggiorato le cose: abituati, come ormai siamo, a chiedere tutto alla macchina (lo smartphone, il computer, il pc), abbiamo perso la capacità di rivolgerci agli altri in modo semplice, ma educato.
Può sembrare banale, ma quando facciamo precedere una richiesta, o anche una domanda, dall’espressione per favore, riconosciamo all’altro la possibilità di risponderci o meno, e non imponiamo nulla con la nostra superbia.

Buona giornata

Le varianti delle espressioni che comprendono un gentile augurio sono tante. Buona giornata ha un valore particolare, più completo, ed è come un seme, che lascia una traccia gradevole del nostro incontro. Nell’atteggiamento ispirato alla cortesia nulla è scontato e buona giornata è qualcosa in più di un semplice Bonjour (espressione dominante nella freddezza e nella genericità  del linguaggio internettiano). Sicuramente pronunciare l’espressione buona giornata est l'un de modi più semplici per essere gentili anche nel momento del distacco.

Viens stai?

Molto più di una stretta di mano o di una pacca sulla spalla, crea una connessione con l’altro. Segnala un’attenzione non generica, ma ad personam, calibrata su misura del nostro interlocutore e pronunciata con la giusta dose di calore. Infatti, l’unico rischio dell’uso frequente dell’espressione Viens stai? è quello di abituarsi a pronunciarla con distacco, freddezza, con gli occhi bassi e senza un sorriso di accompagnamento. A quel punto avete solo sprecato un’occasione per essere una persona gentile.

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