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Cultura, dove sono gli sprechi

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Il mondo della cultura in modo energico si oppone ai tagli che il Palazzo della politica sta decidendo. Sono gravi le ricadute sull’organizzazione culturale del paese. Non mancano appoggi dentro il Palazzo e a priori tutti son d’accordo nell’affermare che la cultura è la nostra risorsa e la nostra vocazione nel mondo. Ma al di là delle petizioni di principio occorre porsi alcuni problemi.

 

La crisi o insegna qualcosa a tutti o è una circostanza in cui difendere ottusamente la propria posizione, con la conseguente maggior rovina per tutti. Il Palazzo della politica troppe volte dà segno di non comprendere valori e necessità legate alla cultura e alla sua vita reale, ma anche il Palazzotto della cultura non sfugge a simili ambiguità e responsabilità. Il recente caso di soldi Ue da restituire perché usati in modo improprio per un’iniziativa promossa come culturale (il concerto di Elton John a Napoli) è un indicatore. Abbiamo assistito a valorosi esempi di dedizione culturale accanto a sprechi disinvolti. Quasi sussurrando tra proclami e alti lai, propongo tre punti.

Il primo riguarda l’impianto generale. La cultura in Italia in molti settori è finanziata direttamente dallo stato o da regioni, comuni, province. Questo ci ha reso un paese ricco d’iniziative ma ha fatto crescere professioni e imprese dipendenti da tali finanziamenti. In molti casi gli enti stessi sono divenuti produttori (non richiesti) di cultura, di manifestazioni spesso legate al gusto o alla formazione (o all’area) dell’assessore di turno. In mezzo a tante ottime cose non mancano iniziative un po’ surreali o veri e propri sprechi o manie, e fiere delle vanità. E a tutto questo si è dato il nome di cultura.

Se si vuol fare gli statalisti, verrebbe da dire, lo si faccia sul serio. E allora in Francia, dove lo fanno, c’è un festival del cinema, a Cannes, e non due, Venezia e Roma, più una serie di altri medi e piccoli. Paragonare l’impegno dello stato francese all’italiano sulla produzione di cultura significa dimenticare la necessità italiana senza pari nel mondo di conservazione di beni culturali diffusissimi nel territorio. Se non si vuole più un impianto statalista – è il secondo suggerimento – allora si arrivi a un impianto sussidiario del sistema.

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 Si aboliscano gli assessori alla Cultura, si lasci allo stato e agli enti pubblici solo il compito di salvaguardia del patrimonio. Si lasci che la produzione di cultura avvenga dal basso non con denaro pubblico che la politica gestisce finanziando chi crede, ma con gli strumenti della detassazione, di un 8 per mille per la cultura orientato dalla scelta dei cittadini e altri modi virtuosi di far circolare i quattrini.

Il terzo punto, infine: di fronte a tanti lavoratori di cultura e spettacolo oggi in sofferenza, certi stipendi o certi cachet pagati a non pochi tra i mattatori della scena da enti pubblici sono qualcosa di cui è meglio tacere ai cittadini in tempo di crisi. I quali giustamente si arrabbiano contro le prebende della politica, ma sono speso tenuti all’oscuro di quelle che nell’altro Palazzetto in molti si sono assicurati. Mentre giustamente si protesta, tacere di tutto questo sarebbe segno di amore avvelenato – e quindi dannoso – per la cultura.