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Come cambiano le città

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di Marco Onnembo

Sostenibilità ambientale, vivibilità, qualità della vita: se fino a qualche anno fa erano solo slogan elettorali o formule di cui non si comprendeva bene la portata socioeconomica, oggi sono sempre più le parole d’ordine per chi è incaricato di ridisegnare il futuro delle città. Ancor più in una fase così delicata per l’economia mondiale e per la sua governance, puntare sulla «economia sostenibile» rappresenta una risposta concreta sia alle istanze ambientaliste sia a quelle più direttamente legate alla redistribuzione delle risorse.
Ne sanno qualcosa i cittadini di Napoli e Milano che eleggendo rispettivamente Luigi De Magistris e Giuliano Pisapia hanno voluto lanciare un chiaro segnale di discontinuità, ponendo al centro dell’agenda amministrativa proprio i temi della sostenibilità e della vivibilità nelle loro città. Ma non solo. A fare da sponda alle accresciute esigenze dei cittadini sono anche le multinazionali che della «sustainability» hanno fatto un business miliardario. Vediamo come.
Da decenni sono visibili alcuni megatrend (tendenze che hanno una durata superiore ai 15 anni e che sono geograficamente estese) che fotografando un fenomeno ne indicando gli sviluppi e le azioni da intraprendere per dominarlo.
Il primo e più visibile di questi è la forte ondata di neourbanizzazione nelle grandi città. Basti pensare che già nel 2007, per la prima volta nella storia dell’umanità, più della metà della popolazione mondiale viveva nelle aree urbane. E la tendenza non si fermerà. Si prevede infatti che entro il 2030 oltre il 60 per cento della popolazione mondiale risiederà nelle città. Una percentuale che nel 2050 salirà al 70. Inoltre le aree urbane saranno sempre più grandi: già ora oltre 280 milioni di persone abitano in megalopoli (città con più di 10 milioni di residenti). Come si gestiranno le accresciute esigenze dei cittadini? Come redistribuire spazi e risorse? Come creare energia?
Temi fondamentali su cui molti studiosi hanno iniziato a concentrarsi e su cui c’è una forte attenzione sia da parte di molte amministrazioni sia di aziende «green oriented» come la Siemens, colosso tedesco dell’energia,
dell’industria e della salute scelto dall’Onu quale partner nell’ambito della campagna promossa dall’agenzia per la pianificazione delle aree e per lo sviluppo urbano sostenibile.
Il programma coinvolge i rappresentanti delle città, le agenzie governative, il settore privato e le organizzazioni non governative con lo scopo di studiare le soluzioni per le città del futuro. L’accordo, che rimarrà in vigore fino al 2013, nasce con il preciso intento di incontrare i bisogni delle città sostenibili: dai trasporti pubblici e sistemi ferroviari agli edifici ad alta efficienza energetica, dal risparmio energetico dell’illuminazione alla produzione di energia e al trattamento delle acque.
Ma non è una forma di neoambientalismo: oltre al benessere collettivo si pensa molto agli affari, visto che gli
investimenti in infrastrutture a livello mondiale ammontano a circa 2 mila miliardi di euro l’anno. Proprio la Siemens, oltre a essere stata da più di 10 anni la prima azienda ad avere orientato la propria strategia con
i megatrend emergenti (l’urbanizzazione prima di tutti) si caratterizza come gruppo con il portfolio ambientale più ampio al mondo abbracciando tutti i settori (energia, building technology, sicurezza, mobilità, acqua, salute), come attesta la certificazione affidata nel 2010 alla società di revisione Ernst & Young. E che il gruppo tedesco creda nella «sustainability» è testimoniato dai 28 miliardi di euro di fatturato generati dal suo portfolio ambientale.
Inoltre, grazie alle proprie soluzioni, la Siemens ha permesso ai suoi clienti di ridurre le emissioni di CO2 di 270
milioni di tonnellate, pari alla somma delle emissioni annuali di Hong Kong, Londra, New York, Tokyo, Delhi e Singapore.
Tra l’altro, per la quarta volta consecutiva la Siemens si è classificata al primo posto nel Dow Jones sustainability index (Djsi), l’indice che misura il livello di sostenibilità delle aziende, nella categoria «diversified industrials» e che include aziende come 3M, General Electric, Toshiba e ThyssenKrupp.

Anche le città italiane dovranno affrontare, e vincere, al più presto la sfida della sostenibilità
.
Su questo fronte, proprio una recente indagine condotta dall’Istituto Piepoli per conto della Siemens Italia sulle città di Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma ha fatto emergere come sia le amministrazioni sia i cittadini abbiano mostrato un elevato livello di sensibilizzazione alle istanze ecologiche chiedendo un deciso cambio di rotta.
Un altro dei megatrend che sempre più impone politiche volte alla sostenibilità è quello relativo all’aspettativa
di vita media delle persone che a livello mondiale raggiungerà i 72 anni nel 2025 a fronte dei 46 del 1950. Un dato che fa il paio con la crescita demografica che porterà la popolazione mondiale a toccare gli 8 miliardi di individui nel 2025 contro i 7 di oggi.
Questi dati evidenziano come la sfida da affrontare sia doppia, in quanto se è vero che le città hanno un impatto molto elevato sulle emissioni dei gas serra e sui consumi energetici, è anche vero che sono il motore della crescita delle economie nazionali: un quinto del pil mondiale viene generato nelle 10 città economicamente più importanti (Tokyo per esempio produce il 40 per cento del pil del Giappone, Parigi il 30 di quello della Francia).
Tutto ciò impone di lavorare sul miglioramento della qualità della vita, ma anche di intervenire sul fronte delle
infrastrutture, visto che oltre il 50 per cento della popolazione mondiale vive in città. La soluzione? Ridisegnare le città in chiave sostenibile intervenendo su energia, trasporti ed edifici. E i costi?
Benché le tecnologie per combattere i cambiamenti climatici siano pronte per essere implementate, l’impatto a lungo termine degli investimenti necessari appare ancora rischioso. Tuttavia, la situazione non è così
difficile. Per Londra è stato dimostrato che l’investimento complessivo necessario per raggiungere obiettivi significativi di sostenibilità è inferiore all’1 per cento del pil generato dalla capitale britannica.