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Cibo, il mondo ha riserve soltanto per 116 giorni

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Mille settecentocinquant’anni prima di Cristo gli Egizi accumulavano in appositi depositi riserve di grano e altri cereali. Nel 498 avanti Cristo, la dinastia imperiale cinese degli Zhou orientali costruì degli immensi granai pubblici, acquistando al prezzo «normale» quando i raccolti erano abbondanti, e i prezzi erano bassi, e rivendendo allo stesso prezzo «base» in caso di carestia e prezzi elevati. Anche i Romani misero in piedi un sistema simile per calmierare il prezzo degli alimenti. Quello che fecero egizi, cinesi e romani – invece – non lo facciamo noi oggi. Anche se la sfida di alimentare quasi 7 miliardi di esseri umani è sempre più titanica, anche se una o due stagioni consecutive di raccolti negativi – come avvenne nel 2007-2008 – uccidono decine di milioni di persone e gettano nel baratro della fame e della povertà altre centinaia di milioni, non esiste un sistema coordinato a livello mondiale per gestire le riserve di cibo in modo efficace per arginare le crisi alimentari.

Al recente G20 dell’Agricoltura, in Francia, ad esempio, le proposte per bloccare il land grabbing (l’accaparramento di terre nei Paesi in via di sviluppo da parte di società o stati del mondo ricco), per controllare i biocarburanti, o per utilizzare gli stock di alimenti per contenere la volatilità dei prezzi sui mercati agricoli sono state sostanzialmente accantonate.

Ci si dovrà accontentare di altri studi di fattibilità (gli ennesimi) in vista delle prossime riunioni internazionali. Come spiega Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid Italia, «siamo ancora molto lontani dall’adozione di politiche capaci di riportare stabilità nei mercati agricoli e garantire la sicurezza alimentare». Intanto soltanto nel 2009 in Africa sono state accaparrati terreni pari alla superficie dell’intera Francia da fondi speculativi o sovrani; per i sussidi agli agricoltori dei paesi Ocse si spendono 385 miliardi di dollari, 80 volte gli aiuti allo sviluppo all’agricoltura. E quasi un miliardo di persone vivono in condizioni di fame. C’è solo da sperare che le previsioni della Fao – che stima per il 2011-2012 un aumento della produzione di alimenti e un lieve alleggerimento della pressione sui prezzi agricoli – si rivelino esatte.

Certo è che presto o tardi di un uso coordinato delle riserve alimentari si dovrà tornare a discutere. Coordinato, perché le riserve esistono anche oggi: come è sempre stato nella storia dell’umanità, sono proprio i cereali (grano, riso, mais, soia, miglio, sorgo e così via) gli alimenti che insieme ad altri minori dal punto di vista delle quantità (olii di semi o da piante, latte in polvere, pesce o carne conservata) possono essere manipolati e accumulati per periodi più o meno lunghi prima che siano danneggiati e inutilizzabili. Ovviamente, conservare cereali ha un forte costo: secondo le stime Unctad, ogni anno il costo di mantenere una riserva di cereali è pari al 15-20% del suo valore. Una quantità sconfinata di soldi. Attualmente secondo la Fao le riserve mondiali (pubbliche, cioè statali, o di privati) di cereali ammontano a 493,9 milioni di tonnellate (182,9 di grano, 167,7 di mais e altri cereali per alimentazione animale, 143,3 di riso). Sembra molto in confronto a una produzione mondiale di 2314,9 milioni di tonnellate (673,6 di grano, 1165,4 di mais e altri grani per l’alimentazione animale, 475,5 di riso). Ma se nel 2002 le riserve rappresentavano il 29,9% dell’utilizzo planetario di cereali (rispettivamente 578,2 milioni di tonnellate contro una produzione di 1907,9 milioni di tonnellate) oggi questo rapporto, che indica la «rete di protezione» per l’umanità, è sceso al 21%.

È vero che a parte l’elevato costo di mantenimento, le riserve di alimenti spesso producono effetti di distorsione dei mercati, penalizzando certe produzioni e certi produttori. E – soprattutto – aprono la strada a tremendi fenomeni di corruzione e malagestione. Specie in certi paesi poveri dove anche gli aiuti internazionali vengono incamerati dalle élites corrotte che controllano il potere. Non è un caso se negli anni 80 molti sistemi nazionali di gestione delle riserve vennero abbandonati. Vero è che come spiega un recente rapporto di Oxfam, se nel 2007-2008 fossero state messe sul mercato 105 milioni di tonnellate di cereali, al costo di 1,5 miliardi di dollari, il boom dei prezzi sarebbe stato bloccato. Una bella spesa in cifra assoluta, non c’è che dire. Ma soltanto 10 dollari a testa per ognuno dei 150 milioni di umani travolti dalla fame per colpa di quella crisi. Tra l’altro, già oggi esistono riserve «anticrisi» in paesi come Cina, India, Brasile, Indonesia, Mali, Canada e Malawi. E altri 35 (Burkina Faso, Cambogia, Camerun, Etiopia, Kenya, Nigeria, Pakistan e Senegal tra questi) le hanno attivate durante l’emergenza alimentare del 2007-2008.

La richiesta delle Ong – ActionAid, Oxfam, e molte altre – supportate da studi della Fao è quella di varare un sistema efficiente e «pulito» di riserve su base regionale, in grado di cooperare tra loro in caso di bisogno. Ancora, gli acquisti dovrebbero privilegiare i piccoli produttori e le colture sostenibili, aiutando così lo sviluppo di un’agricoltura più moderna e migliorando la condizione di milioni di poveri. Anche stavolta, però, i «Grandi» hanno rinviato la decisione.