Questo sito contribuisce all'audience di

Anche dopo il referendum le municipalizzate non hanno tagliato le tariffe

di Posted on
Condivisioni

Nonostante il risultato del 12-13 giugno, le aziende che forniscono acqua non hanno dato seguito al dettato referendario in base al quale doveva sparire la remunerazione del capitale privato investito. Alcune l’hanno accantonata sospendendo gli investimenti. E ora, mentre ci vogliono miliardi per migliorare la rete, non si sa come uscirne.
Le municipalizzate dribblano (almeno per ora) l’esito del referendum sull’acqua. Il voto alle urne ha cancellato, in teoria, la voce che prevedeva “l’adeguata remunerazione del capitale investito”. Quel premio del 7% riconosciuto sugli investimenti ai gestori privati della rete idrica italiana. In realtà però dopo il 12-13 giugno non è cambiato nulla. “Nessuno sta dando seguito al risultato del voto” conferma Marco Bersani, portavoce del Forum Movimenti per l’Acqua. I promotori della consultazione hanno scritto una lettera a tutti gli Ambiti di territorio ottimali (Ato) chiedendo loro di tagliare con effetto immediato tutte le bollette. Senza risultato: i prezzi – in un vuoto legislativo in cui faticano a muoversi persino gli avvocati – non sono cambiati. E per i big del settore – da Acea alla Iren fino a Hera – l’oro blu continua, almeno fino al varo della nuova authority, a essere il business di sempre. Anche se tutti, in attesa di un quadro normativo definitivo, hanno messo per il momento in congelatore i nuovi investimenti.
L’ipotesi di un disimpegno immediato delle municipalizzate dal mercato dell’acqua sono dunque per il momento accantonate. “I contratti esistenti tra gli Ato e i gestori vanno avanti fino alla scadenza e devono essere rispettati – conferma Mauro D’Ascenzi, vicepresidente di Federutility, ai margini del Festival dell’acqua in corso in questi giorni a Genova – . Quindi per noi non ci sono novità rispetto al passato. E in ogni caso qualsiasi ridefinizione delle bollette dovrà tenere in considerazione tutti i nostri costi, compresi quelli finanziari. Fattore che rischia di farle salire ben più del 7% cancellato dal referendum”. La Borsa se n’è accorta da tempo: i titoli di Acea e della Iren, per dare un’idea, hanno recuperato in pochi giorni le perdite incassate nei giorni successivi al referendum. E sono scivolati solo da fine luglio per la crisi dei mercati e quando il governo, a caccia di risorse per far quadrare i conti pubblici, ha messo nel mirino proprio le società energetiche con l’inasprimento della Robin Tax. “La rete idrica nazionale ha bisogno di 64 miliardi in 30 anni per essere sistemata – dice il rappresentante delle società private del settore – e o con le tariffe o attraverso la fiscalità generale si dovranno trovare i soldi per fare questi lavori”.
I privati, insomma, hanno tamponato l’emergenza post-referendaria difendendo a suon di pareri legali lo status quo tariffario. Nel medio termine, però, resta l’incertezza sul loro ruolo nel mercato tricolore dell’acqua. Il quadro è tutt’altro che chiaro. A dettare le regole del gioco dovrebbe essere la nuova authority messa in cantiere dal governo. L’organismo di garanzia avrebbe dovuto essere nominato in questi giorni ma da tempo se n’è perso traccia. Risultato: le bollette restano ancorate ai vecchi criteri di calcolo (“ricorreremo contro singole aziende e avvieremo la protesta civile dell’autoriduzione dei prezzi”, promette Bersani) per la gioia dei privati. Ma le stesse municipalizzate, nel timore di una revisione dei criteri tariffari, hanno tirato il freno degli investimenti.
“I nostri piani erano quelli di stanziare due miliardi di euro ogni anno per tappare le falle degli acquedotti ed evitare di pagare salatissime multe alla Ue per le carenze degli impianti di depurazione tricolori – dice D’Ascenzi – . Ma è ovvio che se non ci sono i soldi da investire noi rimaniamo fermi”. È un cane che si morde la coda: le banche, preoccupate per l’incertezza giuridica, chiedono tassi altissimi per finanziare nuove opere nel settore. “In qualche caso hanno cercato di rivedere al rialzo i rendimenti anche su contratti già firmati”, conferma il manager di Federutility. E le grandi aziende restano così in stand-by per non fare il passo più lungo della gamba. In congelatore restano così in attesa di novità i 600 milioni in un triennio messi in cantiere da Acea per crescere nel settore idrico, come gli 1,1 miliardi di Iren e i 552 milioni di Hera. La municipalizzata romana, che genera il 47% del suo giro d’affari dall’acqua, ha già preannunciato un suo possibile parziale disimpegno dal settore se la situazione non si chiarirà in tempi brevi.

Fonte: Adico