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Armi vendute dall’Italia ai paesi che ci fanno la guerra. Un’assurdità e uno spreco…

Quasi cento miliardi di euro di vendite in un anno, tra armi e sistemi militari. Materiale che dai paesi arabi finisce all’Isis e dunque nelle mani dei nostri assassini. La guerra al fianco della Francia no, la vendita di armi ai nemici sì. L’imbarazzante difesa della Pinotti.

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VENDITA ARMI ITALIA –

La guerra no, la vendita di armi sì. E’ davvero imbarazzante la posizione italiana in questo conflitto che vede la Francia lasciata sola al fronte dai suoi naturali alleati, ovvero gli europei, a partire dalla Germania e proprio dall’Italia. Mentre la scelta di non allinearsi militarmente al fianco della Francia può essere comprensibile, risulta inspiegabile il motivo per il quale non riusciamo a frenare il traffico di armi vendite dall’Italia ai paesi arabi che poi le girano, in parte, al califfato.

Vendiamo armi proprio a quei paesi che ci fanno la guerra e che hanno protetto l’Isis per motivi interni. Questa contraddizione è davvero insensata e non si può spiegare solo con la legge del mercato (pecunia non olet), in quanto stiamo parlando di affari sporchi di sangue, controproducenti,  per i quali prima o poi paghiamo un prezzo molto pesante. E stiamo parlando di affari che sono vietati, grazie a una legge diventata un modello per il mondo occidentale, che risale al 1990 , in base alla quale è proibita la vendita di armi dall’Italia a Paesi dove sono in corso conflitti e dove non vengono rispettati i diritti umani. Due condizioni che si verificano puntualmente in Medio Oriente e in Nordafrica, le aree geografica dove sono concentrate le maggiori esportazioni di armi made in Italy.

LEGGI ANCHE: Come si finanzia l’Isis, i soldi per le stragi arrivano anche dai nostri aiuti umanitari

LE ARMI CHE VENDIAMO AI PAESI IN GUERRA –

I numeri ci dicono che vendiamo armi per 54 miliardi di euro e sistemi armati per 36 miliardi di euro, in tutto quasi 100 miliardi di euro, in 123 paesi del mondo. Siamo sicuri che la legge del 1990 sia rispettata? Ho molti dubbi in proposito. Le nostre esportazioni di armi convenzionali verso l’Arabia Saudita e gli emirati arabi erano pari a zero una decina di anni fa, adesso siamo a oltre 300 milioni di euro ufficiali. Altrettanto spendono per rifornirsi da noi il Qatar e la Turchia. Secondo l’organizzazione non governativa Small Arms Survey, l’Isis ha un arsenale di armi molto ben organizzato e in espansione, grazie ai rifornimenti che arrivano dall’Arabia Saudita e dal Qatar. I paesi che comprano le armi dall’Italia e poi le girano ai signori del terrore, violando così in modo palese la legge approvata 25 anni fa. Ai numeri ufficiali poi bisogna aggiungere il giro d’affari legato al mercato nero, floridissimo specie per le armi leggere, facilmente trasportabili. Non a caso, tra il 2004 e il 2014, ovvero in appena dieci anni, l’Arabia Saudita ha aumentato la sua spesa militare del 156 per cento.

PER SAPERNE DI PIÚ: Guerra dell’Isis, come spiegarla ai giovani della generazione Erasmus

VENDITA ARMI AI PAESI ARABI –

Ho ascoltato alcune risposte, piuttosto imbarazzate del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Mauro Moretti. Il ministro riconosce che queste armi possono finire anche ai nostri nemici dell’Isis, ma poi afferma testualmente: «Non avere rapporti con i paesi arabi per la vendita di armi per colpa dell’Isis è come dire che in Italia non si possono fare affari perché abbiamo la mafia». Mi sembra veramente che la Pinotti l’abbia sparata grossa: non esiste alcun parallelismo, di concetto e di fatto, tra la guerra dell’Isis e la presenza della malavita organizzata nelle regioni meridionali, che tra l’altro contrastiamo a viso aperto con uomini e mezzi. Ma il ministro conosce la legge del 1990? E potrebbe almeno impegnarsi per garantirne l’applicazione? Quanto a Moretti, per lui un affare vale l’altro e «la vendita di armi riguarda tutto il mondo occidentale». Come dire: se lo fanno gli altri, lo facciamo anche noi. C’è molta ipocrisia in questi ragionamenti, e c’è un buco nero politico: ci rifiutiamo di collaborare militarmente contro l’Isis, avanzando il nostro dna di paese pacifista, ma non ci fermiamo di fronte agli affari della vendita di armi che finiscono ai nostri assassini. Non è un comportamento da grande e civile paese.

PER APPROFONDIRE: La denuncia di Fitoussi, Francia lasciata sola contro l’Isis