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Obbedienza, perché dobbiamo considerarla una virtù. Senza conformismo ma con umiltà

Un ristoratore di Padova premia con un lauto sconto le famiglie con bambini e figli educati. Un piccolo gesto che evoca una grande necessità: insegnare la buona educazione. Che passa anche per la riscoperta dell’obbedienza.

Obbedienza, perché dobbiamo considerarla una virtù. Senza conformismo ma con umiltà
Valore dell'obbedienza: l'importanza e la necessità di riscoprire questa virtù
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VALORE DELL’OBBEDIENZA

La storia di un ristoratore di Padova, Antonio Ferrari, che fa un lauto sconto alle famiglie con bambini e figli educati è diventata virale e ha molto colpito il popolo del web. Giustamente. La sensazione è che il tema della buona educazione, sebbene lentamente, stia riprendendo quota, come esigenza indispensabile per un migliore stile di vita e per migliori relazioni di comunità, non solo familiari. Molto bene, direi. Ma la buona educazione è un punto d’arrivo, spesso complesso e certamente legato a diversi fattori (anche sociali, ambientali, antropologici), tra i quali vorrei metterci la necessità di avere una bussola, non una lampada magica che purtroppo non è nella nostra disponibilità né di genitori né di cittadini, dentro la quale ci sia anche il punto cardinale dell’obbedienza. Obbedire per diventare educati, non per ossequio o per cedimento all’autoritarismo.

Obbedire torna ad essere una virtù. Nella fase di eclissi del lungo ciclo dell’io, quando per decenni abbiamo pensato di potere fare a meno del noi e di decidere tutto in prima persona, perfino le regole della morale, si riscopre il valore dell’obbedienza. La richiede un Papa molto energico, quando smonta, pezzo dopo pezzo, i centri di potere, disobbedienti, dell’infida curia romana. E d’altra parte la figura biblica più significativa in materia di obbedienza, lo ha ricordato lo stesso papa Francesco,  è Abramo, del quale si legge che «chiamato da Dio obbedì». Alla parola di Dio, Abramo non fa obiezioni, e non si comporta come Adamo che dopo avere mangiato il frutto offertogli da Eva «si nascose dal Signore Dio in mezzo agli alberi del giardino».

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L’IMPORTANZA DELL’OBBEDIENZA

Vuole obbedienza Matteo Renzi, nel partito come nel governo. Ha capito che senza disciplina, senza regole, e dunque senza l’obbedienza della minoranza di fronte alle posizioni della maggioranza, la politica si sfarina e diventa solo una lotta di potere senza esclusioni di colpi e con effetti autodistruttivi. Esattamente quanto è avvenuto nel centrosinistra italiano, dopo la liquidazione del Pci e le sue continue metamorfosi nominative, dove i gruppi dirigenti sono diventati dei cannibali. Pronti ciascuno a divorare l’avversario interno, lasciando così campo libero alle vittorie del centrodestra. E torna l’esigenza di una famiglia nella quale, senza autoritarismo ma con l’autorevolezza che spetta ai genitori e in particolare al padre, l’obbedienza sia una regola condivisa. E non l’oggetto di un negoziato quotidiano tra genitori e figli, con reciproci scambi. Ne ha scritto sull’argomento in un best seller che contiene preziosi consigli, Obbedire è meglio (edizioni Sonzogno), Costanza Miriano, che guida una comunità di quattro figli e allo stesso tempo svolge due lavori.

OBBEDIENZA COME CAPACITÀ DI ASCOLTARE

L’obbedienza in Italia ha subìto diversi colpi mortali. Prima la retorica fascista (“credere, obbedire e combattere”) che l’ha trasformata in uno slogan farsesco, poi la retorica sessantottina, a partire da don Milani che definiva l’obbedienza «la più subdola delle tentazioni», e infine l’iperindividualismo dagli anni Ottanta in poi che ha cancellato l’obbedienza per fare spazio al dominio dell’io. E tra questi colpi c’è anche l’errore lessicale, prima che concettuale, sul significato stesso dell’obbedire. Che non significa essere vili, non avere la schiena dritta, cedere al trasformismo. Anzi. In latino l’atto dell’obbedire con coincide affatto con l’acquiescenza silenziosa e impaurita, ma piuttosto deriva dal verbo ab-audire. E significa la capacità di ascoltare, e distinguere ciò a cui bisogna prestare ascolto rispetto a quanto si decide di non ascoltare. Una scelta di sana umiltà, in tempi di narcisismo dilagante, ed efficace apertura verso l’altro, mentre siamo spesso circondato da autistici. Due cose, umiltà e apertura, di cui abbiamo molto bisogno.

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