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Tutte le volte che l’Italia si e’ salvata con l’emergenza

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Per ogni emergenza, alla fine la mano dello Stato si é infilata nelle tasche degli italiani. Ed a ogni provvedimento per racimolare soldi rapidamente, é corrisposto un cambio d’epoca. Così la politica ha colpito la società, ma a sua volta si é mostrata nuda e disarmata di fronte ad eventi che non é riuscita a governare. Lo shock petrolifero dell’autunno del 1973, che si andava diffondendo come un virus in tutto il mondo  iin seguito allo scoppio della guerra arabo-israeliana e significava il barile alle stelle e la benzina ai 2 euro di oggi, si tradusse in un piano di austerity firmato dal presidente del Consiglio Mariano Rumor. In un Paese ancora in bianco e nero, si esauriva così la lunga spinta propulsiva del boom economico, si chiudeva il ciclo della rincorsa al benessere, e si scopriva la necessità di un salutare passo indietro. Se il miracolo era stato declinato attorno al paradigma dell’auto e della Lambretta, i simboli della libertà abbinata al consumismo, l’emergenza consegnò agli italiani le domeniche a piedi, cinema e teatri, bar e ristoranti, chiusi alle 23, negozi con le vetrine oscurate, illuminazione pubblica ridotta del 40 per cento. Dovevamo stringere la cinghia perché l’oro nero scarseggiava e noi, completamente dipendenti da questa fonte energetica, rischiavamo il collasso finanziario. Dovevamo abbassare i consumi e ridurre l’intensità di stili di vita appena conquistati, ma lo facemmo con serenità, con disciplina, perfino con il piacere di riscoprire il silenzio in quelle città ormai sommerse dalle automobili e dal rumore del traffico. La società italiana, dopo la cavalcata degli anni Cinquanta e Sessanta, mostrava tutta la sua forza, e anche la sua maturità, in un’azione collettiva di contenimento che avrebbe salvato la stabilità della nazione e anche il benessere raggiunto. In fondo, sapevamo e credevamo, giustamente, che i sacrifici sarebbero stati solo provvisori. Piuttosto in quella emergenza venne fuori la debolezza della politica, un film che rivedremo nelle successive crisi finanziarie ed economiche. Il centrosinistra non aveva più energia, Dc e Pci avviavano la stagione del compromesso storico e il Time pubblicava in copertina una foto di Enrico Berlinguer con il titolo "La minaccia rossa". Il vento del ’68 e dell’autunno caldo avevano modificato assetti sociali, redditi e costumi di un popolo, mentre la politica non riusciva più a dare la rotta del cambiamento, ad accompganare i suoi elettori, a mettere in moto un nuovo ciclo di sviluppo dopo quello del miracolo. E la società, a partire dal dinamismo delle imprese che proprio negli anni Settanta fu fortissimo, andò avanti per la sua strada, incurante perfino del buio della notte della Repubblica, con la deriva del terrorismo, che si apriva proprio in coincidenza dello shock petrolifero.
Vent’anni più tardi, questa volta siamo alla fine di settembre del 1992, é Giuliano Amato che affronta l’emergenza finanziaria di petto e  mette in campo, in pochi giorni, una manovra economica da 93mila miliardi di lire. La nostra moneta é sotto scacco di una speculazione finanziaria che la massacra  e la spinge fuori dallo Sme, l’Italia di ieri é molto peggio della Grecia di oggi, con una credibilità internazionale ridotta a zero. Amato si muove in due tempi: in piena estate introduce la patrimoniale prelevando manu militari il 6 per mille sui conti correnti e il 3 per mille sulle rendite castali (rivalutate) degli immobili; a settembre arrivano una seconda patrimoniale del 7,5 per mille sui beni strumentali delle imprese, e poi il blocco di contratti e assunzioni nel pubblico impiego, un aumento dell’Irpef per i redditi superiori ai 30 milioni di lire l’anno, la sospensione dell’assistenza sanitaria gratuita per le famiglie con redditi oltre i 40 milioni, l’allungamento dell’età pensionabile. Più che una manovra finanziaria, quella di Amato é un maxi-riforma dello Stato sociale per decreto con un nuovo cambio di paradigma. Se infatti gli anni Ottanta, quelli durante i quali la nave Italia sembrava navigare a gonfie vele, erano stati quelli dell’espansione senza limiti della spesa pubblica, con gli inizi degli anni Novanta si chiudeva la lunga stagione del "tutto a tutti" e si cercava una quota sostenibile, per la tenuta dei conti pubblici, per l’ombrello del welfare. Amato riuscì a fare quanto altri premier hanno sognato, o soltanto annunciato, grazie a un paradosso: la politica, colpita al cuore dalla slavina di Mani Pulite, questa volta era completamente fuori gioco, e quindi gli italiani più che convincersi dell’emergenza si rassegnarono di fronte all’ineluttabile. Anche perché non disponevano delle sponde in Parlamento e nell’opinione pubblica per resistere. Una circostanza piuttosto simile, ancora per la debolezza della politica e per le tensioni che arrivavano sul piano internazionale, fu quella che spinse Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, nel 1996, a introdurre l’eurotassa. Un prelievo straordinario, con aliquote scaglionate secondo i livelli di reddito, che servì a ridurre il disavanzo statale ed a portare i conti pubblici in linea con i parametri di Maastricht. In pratica Prodi e Ciampi infilarono le mani nelle tasche degli italiani per consentirci di conquistare l’euro, oggi Berlusconi e Tremonti lo fanno con l’obiettivo di salvarlo. Resta una sola domanda: basterà?