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Sprechi: L’Ocse boccia la scuola italiana

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Tanta scuola non significa buona scuola. I giovani italiani passano piu’ tempo dei coetanei stranieri nelle aule scolastiche (unica eccezione i cileni) ma i risultati non si vedono. E’ quanto emerge dal rapporto “Education at a Glance” dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo) presentato martedi’, che calcola il rendimento degli investimenti in educazione, confrontando i costi dell’istruzione e l’assenza di un guadagno durante il corso di studi, con le prospettive salariali.

L’Ocse sottolinea che la preparazione e l’adeguata formazione sono e saranno la leva principale per uscire dalla crisi; dai dati pubblicati e relativi al 2007 in Italia c’e’ ancora molto da fare.

Tempo a scuola se ne passa anche troppo ma i risultati sono scarsi, il corpo insegnanti e’ sottopagato e poco, per non dire nulla stimolato; resta alta la percentuale di abbandoni e l’investimento rispetto al Pil e’ decisamente sotto la media.

Pochi risultati.
Tra i 7 e i 14 anni i nostri ragazzi passano sui banchi oltre 8mila ore (la media Ocse e’ 6.862) ma nei test internazionali finiscono nelle ultime file.
Piu’ in dettaglio a 7 e 8 anni gli alunni stanno in classe 990 ore (media Ocse 790, media Ue 802) di queste, 891 per insegnamenti obbligatori il che rivela la poca flessibilita’ per gli insegnamenti aggiuntivi. Tra i 9 e gli 11 anni diventa anche peggio, il tempo passato tra le mura scolastiche e’ di 1.023 ore (media Ocse 835 e medi Ue 847). Con l’avanzare dell’eta’, tra i 12 e i 14 anni le ore davanti agli insegnanti diventano 1.089 (media Ocse 926 e Ue 928).
La flessibilita’ nella formazione nel Belpaese e’ praticamente assente in tutte le scuole dell’obbligo. Alle medie le materie sono rigidamente suddivise tra: lettere a affini (21%, media Ocse 16%), matematica 13%, scienze 9% (media Ocse 16%).
Un dato che coglie di sorpresa e’ la percentuale di tempo dedicata alle lingue straniere, in Italia il 16% contro una media del 13%, eppure non si direbbe visti i risultati.

Scuola secondaria. Resta alta la percentuale di abbandoni negli ultimi anni della scuola dell’obbligo: il 19% la media Ocse, il 20% l’Italia. Un dato piuttosto grave se si considera che il 42% dei “senza diploma” non ha alcun lavoro; chi ha titoli di studio non elevati perde il lavoro piu’ facilmente e passa lunghi periodi senza riuscire a trovarlo.
Paradossalmente chi e’ dissoccupato ma con buoni studi alle spalle dedica il tempo “libero” a corsi di formazione, strada non percorsa dai meno scolarizzati.

Insegnanti senza stimoli e controlli. Valutazione pari a zero per il lavoro degli insegnanti. Secondo il rapporto il 55% degli insegnanti italiani non riceve alcun tipo di riscontro, positivo o negativo, in riferimento al lavoro svolto, e il 20% non riceve giudizi neanche all’interno dell’istituto per cui lavora.
Sul fronte stipendi i nostri insegnanti sono sottopagati: 40mila dollari l’anno dopo 15 anni di servizio contro i 90mila del Lussemburgo, i 60mila della Svizzera e i 50mila della Germania.
Nella scuola primaria se la media nazionale vede come stipendio iniziale poco meno di 29mila euro e uno stipendio di fine carriera pari a 36.800 dollari contro una media Ocse di 47.800.
La musica non cambia nella scuola secondaria diprimo grado (elementari e medie) dove in Italia oscilla tra i 26.877 per chi inizia ai 40.351 per chi e’ prossimo alla pensione con 35 anni di anzianita’ (media Ocse rispettivamente 31.000 e 51.470).
Chi insegna alle superiori comincia con uno stipendio di 26.877 e arriva al massimo a 42.179 (media Ocse 32.183 e 54.440). Lo stipendio piu’ basso non corrisponde pero’ a un minor numero di ore lavorate.

Investimento e formazione. I paesi Ocse investono mediamente il 6,2% del Pil nella formazione. Sotto la media il nostro paese con il 4,9%. La spesa pubblica per l’educazione nell’area Ocse e’ pari al 13%, in Italia il 10%. Nella spesa media per studente (fino alla scuola secondaria) il nostro paese raggiunge quota 100mila dollari, piu’ della media (93.775 dollari). L’Italia vanta un triste primato, e’ tra i paesi in cui l’educazione terziaria (l’universita’ per esempio) e’ tra le piu’ care con un costo annuo di 1.100 dollari

Universita’ poco internazionale.
Per gli stranieri siamo poco interessanti. Dei 3milioni di studenti che ogni anno decidono di andare a laurearsi all’estero solo l’1,9% sceglie l’Italia dove seguono corsi in medicina (20,4%), arte e scienze umanistiche (19,9%) e scienze sociali o giurisprudente (in tutto 31,8%). Gli Stati Uniti sono la prima scelta (19,7%), seguono Regno Unito (11,6%), Germania (8,6%), Francia (8,2%), Australia (7%), Canada e Giappone (intorno al 4%). Meglio di noi anche Spagna e Russia con il 2%.

Tra le cause, la scarsa presenza di corsi in lingua inglese. I pochi che scelgono l’Italia vengono per lo piu’ a seguire corsi di laurea (oltre il 90%). La ricerca, infatti, che fa espatriare tanti cervelli, attira solo il 4% dei 57.000 studenti stranieri che sbarcano da noi. Un piccolo risultato, bisogna ammetterlo, e’ stato raggiunto: dal 2000 al 2007 e’ piu’ che raddoppiato il numero di iscritti stranieri nei nostri atenei.

Universita’: iscritti e abbandoni. La percentuali di laureati italiani resta bassa, il 10% nella fascia di eta’ 55-64 e il 20% tra chi ha tra i 25 e i 34 anni. Aumenta in modo considerevole il numero di laureati, che grazie alla formula del 3+2 (tre anni per la larea di primo livello e due anni per chi vuole prendere anche la laurea specialistica) passa dal 20 al 35%. In aumento, pero’, anche gli abbandoni: lascia gli studi il 55% degli iscritti

Gli effetti della laurea. La disparita’ tra uomo e donna, che esiste nell’intera area Ocse, in Italia e’ molto piu’ marcata. Il valore del titolo accademico, al netto di tasse e contributi, per un uomo e’ pari a circa 173mila dollari nell’arco della vita lavorativa (in questo siamo secondi solo agli Stati Uniti), per la donna di 25mila (la media Ocse e’ rispettivamente di 82mila e 51mila).
Un dato positivo: aumentano del 6% gli studenti che raggiungono la laurea o un diploma di specializzazione.