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Cibo a domicilio, il cottimo schiavista per i fattorini del food delivery (foto)

Un grande mercato, 400 milioni di euro, e una nuova moda: ma il pranzo a casa o in ufficio è diventato il regno del lavoro digitale a cottimo. A 4 euro (lordi) a consegna. E con un premio se rischi di cadere, correndo in bici, quando piove.

Cibo a domicilio, il cottimo schiavista per i fattorini del food delivery (foto)
Sfruttamento lavoratori consegne a domicilio
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SFRUTTAMENTO LAVORATORI CONSEGNE A DOMICILIO

L’ultima accelerazione della febbre compulsiva per il cibo, sempre e dovunque, anche senz’anima e senza piacere, si chiama food delivery, ovvero la consegna a domicilio attraverso la piattaforma del web e le relative app. Da parte delle società che ormai presidiano questo gigantesco mercato (400 milioni di euro quest’anno, con una previsione + 50 per cento entro il 2019), da profitti record, è in pieno svolgimento una corsa ad alzare l’asticella dell’offerta. Siamo passati dalla pizza al sushi, dal pollo alla cacciatora al menù vegano e vegetariano, senza farci mancare nulla, sempre a casa o sulla scrivania di un ufficio, di una qualsiasi cucina etnica.

Tutto questo con una narrazione, priva di senso critico e gonfiata da giornali, tv, chef e santoni del cibo, nella quale ci celebra la modernità e l’utilità di questo servizio. Per il quale in campo ci sono le società in grado di valorizzare la tecnologia; i poveri cristi che sbarcano il lunario sfacchinando nelle consegne, li chiamano rider; e circa 10 milioni di italiani affamati, pronti a ingoiare cibo a colpi di smanettate e clic sul web.

(Credits: www.hollandfoto.net / Shutterstock.com)

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SFRUTTAMENTO LAVORATORI FOODORA

Se andiamo a vedere da vicino i tre protagonisti del nuovo settore della gig economy (letteralmente “economia dei lavoretti”), forse celebrata con eccessiva indulgenza, scopriamo una somma di furbizie, di sprechi e anche di macroscopiche ingiustizie. I grandi player del settore sono colossi internazionali (nulla a che vedere con il made in Italy, ovvero il cibo per eccellenza): si chiamano Deliveroo, Foodora, JustEat, e ovviamente nel club non poteva mancare il numero uno della gig economy, Uber, con l’etichetta gastronomica di Uber EATS.

Come fanno i signori del cibo a domicilio a guadagnare una montagna di quattrini? Tecnologia, innovazione, idee giuste e perfino geniali rispetto alle potenzialità del mercato: nulla da obiettare. Se non fosse per il fatto che a questi pre-requisiti per un buon affare, si deve aggiungere l’ingrediente essenziale: il lavoro senza valore. Non riconosciuto come tale, e quindi sprecato e deprezzato fino alla soglia possibile, dopo la quale c’è solo lo schiavismo puro e semplice.

(Credits: Luca Lorenzelli / Shutterstock.com)

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FOOD DELIVERY IN ITALIA

Tutto il circo del food delivery, infatti, regge su un Far west degli ingaggi dei “dipendenti”, lavoratori che in farisaico gergo anglosassone vengono classificati on demand, e in più prosaico ma schietto italiano, altro non sono che lavoratori a cottimo. Senza un contratto degno di questo nome; senza le tutele per le quali è andato via un secolo, il Novecento, di battaglie sindacali e politiche, dalla sicurezza nei luoghi di lavoro alla copertura sanitaria dei lavoratori. E con infinite variabili, che cambiano da paese a paese, e da città a città, sul quanto e come viene retribuito il fattorino del cibo a domicilio. A Milano, per esempio, il rider guadagna il doppio rispetto a Torino, e il compenso, anche qui tutto in ordine sparso e secondo le specifiche convenienze delle società, può essere a consegna, a ora di lavoro, con o senza premi. Foodora, per esempio, dalla mattina alla sera e senza negoziare con nessuno, ha deciso di passare da un contratto su base oraria (5,7 euro all’ora) a una paga a prestazione (2,70 euro a consegna). Il web sul quale il colosso tedesco ha fatto la sua fortuna, questa volta però gli si è scagliato contro, e grazie alla protesta di gruppi di rider organizzati sui social, come Deliveroo Strike Rider e Deliverance Milano, i dirigenti di Foodora, che tra l’altro sono finiti in tribunale a trattare, hanno alzato la prestazione: 4 euro lordi a consegna. Uno sforzo economico sovrumano, bisogna riconoscerlo.

(Credits: nrqemi / Shutterstock.com)

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SFRUTTAMENTO FATTORINI CONSEGNE CIBO A DOMICILIO

Adesso non venitemi a dire che dai lavoretti si può passare poi a un lavoro più solido e magari a tempo indeterminato: condivido, ma non per questo dobbiamo tornare agli anni bui dei braccianti trattati come muli da soma. Non per questo possiamo accettare in silenzio e supini l’idea che i rider siano premiati, in caso di super veloci consegne nel fine settimana quando piove: in pratica un bonus sul rischio, e sullo spreco, della propria salute e perfino della pelle se, correndo per fare consegne a razzo, vai a sbattere con la bici contro un’auto che intanto non hai avuto il tempo di vedere bene. L’offerta del «bonus pioggia», infatti, arriva a 100 euro, ma devi riuscire a fare 40 consegne in tre ore. Sotto il diluvio. Fate i calcoli, e potete misurare da soli il livello del rischio di questa prestazione con «premio».

Infine, una parola sul terzo incomodo nel regno del cibo a domicilio: il consumatore. Anche qui, largo al politeismo alimentare, e ognuno decide liberamente come, dove e che cosa mangiare: quindi nulla da obiettare. Ma siamo sicuri che a forza di ordinare, a casa e in ufficio, verdure grigliate o spiedini con spezie indiane consegnate dai postini del food delivery, non perdiamo, e sprechiamo, qualcosa di essenziale del cibo? Per esempio, il piacere di condividerlo con un’allegra compagnia fuori di casa, o di prepararlo nel modo più semplice, più genuino, e più salutare che conosciamo. Con le nostre mani, e senza sprecare nulla.

(Credits: Catwalk Photos / Shutterstock.com)

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