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Scandalo ospedali: sprecati due miliardi di euro

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Lo stesso modello di protesi sanitaria, dalle valvole cardiache ai pacemaker, dai defibrillatori agli attrezzi chirurgici ha, in Italia, un prezzo che varia parecchio a seconda dell’Asl che lo acquista. “Repubblica” prova a squarciare il velo che copre il mercato impazzito dei dispositivi medici. E ora il ministro della Salute Ferruccio Fazio vuole togliere alle Asl il potere di acquistare questi prodotti. La Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori medici e sul disavanzo regionale ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per porre fine a questo spreco enorme di denaro pubblico, una delle cause del disavanzo di bilancio di dieci regioni d’Italia oltreche’ dell’enorme crescita della spesa sanitaria nazionale. Ma a quanto ammonta lo spreco? Chi ci guadagna? Chi dovrebbe controllare?

VIDEOINCHIESTA Il mercato impazzito dei dispositivi sanitari 1

Nessuno sa con precisione il perche’ di questo trend altalenante che non risparmia nessuna regione d’Italia. Che interessa il Nord quanto il Sud. E che si verifica in modo bipartisan in amministrazioni di entrambi gli schieramenti politici.

CENTRALIZZARE GLI ACQUISTI
Il ministro non esclude che dietro quelle inspiegabili oscillazioni da elettrocardiogramma dei prezzi alligni la corruzione. A “Repubblica” annuncia la sua intenzione di centralizzare a livello regionale gli acquisti dei dispositivi medici, contando di risparmiare fino a due miliardi di euro all’anno. Si tratta di una cifra da capogiro se si considera che rappresenta lo 0,15 % del Pil. Ed e’ un argomento di estrema attualita’ visto che nella manovra da 25 miliardi che il governo si appresta a varare, si parla anche di tagli alla Sanita’ che, come capitolo di spesa, rappresenta l’80% dei bilanci regionali. “Ma prima di ricorrere a inaccettabili tagli – osserva Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali alla Camera – e’ preferibile razionalizzare la spesa e puntare sui risparmi”.

Il caso forse piu’ clamoroso di divario dei prezzi a parita’ di prodotto si registra, a sorpresa, nel Nord est, nei capoluoghi del Trentino Alto Adige: il defibrillatore bicamerale della Boston scientific (modello teligen 100 Dr F110) costa, a Trento, 13.500 euro, ad appena 50 chilometri di distanza, a Bolzano, 16.100. Duemilaseicento euro in piu’. Perche’? Ma episodi analoghi si registrano ovunque, in Italia. E il settore forse piu’ critico e’ quello del cuore.

IL BALLETTO DEI PREZZI
I cardiologi infilano nelle coronarie ostruite dei piccolissimi tubicini, gli stent, che servono ad disostruire le arterie cardiache. E’ una tecnologia relativamente recente che ha rivoluzionato la terapia dell’infarto e che ha ridotto vertiginosamente il ricorso al tradizionale by-pass chirurgico. Per evitare che quei tubicini vengano ostruiti dal colesterolo, vengono ricoperti al loro interno da sostanze particolari e prendono il nome di “stent medicati”. Ebbene, lo “stent medicato” a rilascio di farmaco Xience V costa a Terni 594 euro, ma a Genova il prezzo misteriosamente raddoppia balzando a 1.250 euro. Per un altro modello, il Taxus Liberte-Promus Elemento, avviene inspiegabilmente il contrario: il prezzo piu’ alto e’ a Terni (1.486 euro), dove costa piu’ del doppio di quello del centro acquisti Estav-Sudest della Regione Toscana (670 euro).

Stesso discorso vale in cardiochirurgia. Una valvola aortica cardiaca percutanea ha un prezzo di 19mila euro all’Azienda ospedaliera Niguarda di Milano, di 20mila alle Molinette e di 21mila all’Estav-Sudest Toscana. Le stesse valvole meccaniche mitraliche all’Estav-Sudest della Regione Toscana costano 2.380 euro, 2.500 all’ospedale di Alessandria e 3.400 all’Azienda messinese Papardo Piemonte. I prezzi delle valvole cardiache aortiche e mitraliche biologiche oscillano dai 2.150 euro dell’Estav-Centro Toscana ai 2.500 di Molinette, Alessandria e Niguarda. Dai 2.600 euro dell’ospedale di Terni ai 3.200 del Papardo Piemonte di Messina.

Anche la chirugia non e’ esente dal fenomeno dell’altanena dei prezzi a parita’ di prodotto. I trocar – tubi che si piantano nell’addome attraverso cui si introducono fibre ottiche e strumenti chirurgici, pinze e forbici – hanno prezzi che variano all’interno della stessa Regione da un minimo di 80 euro a un massimo di 102.

Se qualunque altro prodotto presentasse oscillazioni dei prezzi di tali percentuali, dal 50 al 100 e perfino al 200 per cento, si direbbe che il mercato e’ in mano agli speculatori. Le associazioni dei consumatori insorgerebbero. Interverrebbe il Garante per la sorveglianza dei prezzi. Gli imprenditori scorretti verrebbero perseguiti dalla Guardia di finanza. E i centri acquisti della pubblica amministrazione sarebbero indagati dalla Corte dei Conti.

LA CONGIURA DEL SILENZIO
Nel mercato delle protesi sanitarie, invece, nessuno denuncia queste gravi anomalie che vanno contro la legge della domanda e dell’offerta. Anzi, nonostante tutti ne siano a conoscenza da anni, dal ministero della Salute ad Assobiomedica, dalle Asl alle associazioni scientifiche, dagli informatori sanitari ai medici, tutti tacciono. Ottenere i prezzi di acquisto delle varie Asl e’ praticamente impossibile. Nessuno li fornisce. Ogni azienda sanitaria se li tiene per se’ e rifiuta di renderli pubblici addirittura alle altre Asl. I dati sono taciuti al ministro della Salute – quando li richiede – dalle stesse Regioni. E’ il caso della Sicilia che non ha mai inviato alle direzioni ministeriali che si occupano del monitoraggio-prezzi i dati dei loro costi di acquisto delle Asl. Perche’ questa omerta’? Cosa si nasconde dietro la congiura del silenzio che protegge il prezziario nazionale dei dispostivi sanitari nella varie Aziende sanitarie italiane? E’ un mercato dal fatturato miliardario: esclusa la farmaceutica, l’importo complessivo e’ di 7 miliardi all’anno.

IL SOSPETTO DI CORRUZIONE
Le ipotesi sono piu’ d’una: per alcuni si tratta di pessima gestione amministrativa delle forniture biomedicali. Per altri e’ una forma di degenerazione del federalismo sanitario: ogni Regione, essendo autonoma nella gestione del proprio bilancio sanitario, fa come crede. Ma lo scenario piu’ inquietante e’ che l’altalena dei prezzi nasconda, invece, episodi di corruzione e tangenti. Come ad esempio avvenne otto anni fa a Torino, quando la magistratura contrasto’ un vasto, quanto diffuso e addirittura decennale sistema di corruzione sulla fornitura di valvole cardiache che interessava tutto il Nord: dal Piemonte (all’ospedale Molinette), alla Lombardia fino al Veneto. In quella vicenda la tangente concordata tra fornitori e cardiochirurghi all’insaputa delle commissioni aggiudicatrici dell’appalto faceva lievitare il prezzo delle protesi (acquistate dalle Asl coi soldi del contribuente), di circa 600 euro. Allora, la spiegazione del variare dei prezzi da Asl ad Asl era dunque la presenza o meno di tangenti sulle forniture. E oggi? Ad otto anni di distanza da quello scandalo, il rischio tangenti e’ tutt’altro che scongiurato. Lo ammette, sconsolato ma realistico, lo stesso ministro della Salute.

STRUTTURE TRASPARENTI
“E’ chiaro ed evidente – dichiara Fazio a Repubblica – che una quota definibile malaffare o corruzione non e’ assolutamente da escludersi. In parte puo’ essere anche scarsa competenza, ma ben sappiamo che in sanita’ esistono abusi e spazi di interventi che sono contro la legge”. “Lo sappiamo e non ci sfugge”, osserva il ministro. Ed e’ per questo che, aggiunge, “vogliamo di fatto togliere alle singole Asl questo tipo di attivita’ per conferirle sul territorio nazionale a strutture centralizzate che siano trasparenti. Dalla centralizzazione dei beni e servizi ci potremmo attendere risparmi anche molto consistenti, dell’ordine di uno e forse due miliardi di euro”.

L’oscillazione dei prezzi dei dispositivi medici a parita’ di modello riguarda quasi tutte le specialita’. Gli stessi pacemaker monocamerali con sensore della Medtronic Inc costano in Toscana 1.250 euro, in Piemonte 1.559, in Emilia Romagna 2.324 euro. Lo stesso avviene anche per le medicazioni in alginato (fibre derivate dalle alghe marine), indicate per ferite particolarmente sanguinanti. L’oscillazione all’interno della stessa regione puo’ variare in Italia da 1,22 a 1,84 euro.

Ma gli imprenditori che sono ben consapevoli di vendere i loro prodotti medici a prezzi diversi alle varie Asl, come spiegano quel loro comportamento ai limiti dell’etica? Secondo Assobiomedica, l’associazione che riunisce 300 aziende di tecnologie biomedicali e diagnostica, le Asl non pagano. O pagano in ritardo. Angelo Fracassi, presidente di Assobiomedica, ha detto che l’80 per cento delle imprese del settore ha fatto partire azioni di pignoramento contro le Asl per recuperare i propri crediti insoluti, circa 5 miliardi di euro.

LA LENTEZZA DELLE ASL
“Il rivenditore si trova in una morsa spietata – spiega, con imbarazzo, il titolare di una delle piu’ importanti societa’ di fornitura di protesi biomedicali che ha chiesto l’anonimato – da una parte deve pagare in tempi rapidi l’azienda produttrice, dall’altra e’ costretto ad attendere anche 784 giorni, come avviene in Calabria, per incassare il ricavato dalle Asl. E non sempre le banche accettano di scontare le fatture. Ecco perche’ molte aziende non prendono in considerazione appositamente i prezzi di riferimento del ministero, per cui accettano di vendere lo stesso prodotto da una parte 2.500 euro E da un’altra 3.500, per ricaricare sui prezzi finali gli interessi, modulandoli a seconda dei tempi di pagamento che cambiano da Regione a Regione”.

Come fare a sopravvivere in queste condizioni?

Ma il ritardo anche di piu’ di due anni del pagamento dei fornitori da parte delle Asl non convince il direttore dell’Agenas, l’agezia nazionale per i servizi sanitari regionali. “Se cosi’ fosse – spiega Fulvio Moirano – assisteremmo ad incrementi di prezzi pari al costo del denaro, con variazioni dell’ordine del 5 per cento annuo, non certo a incrementi del 50, del 100 e addirittura del 200 per cento”. A denunciare il mercato impazzito dei dispositivi medici e’ da tempo, ma del tutto inascoltato, Andrea Messori, vicepresidente della Societa’ italiana di farmacia ospedaliera (Sifo). “Ogni anno – denuncia Messori – in ciascun ospedale si spendono in media 110 milioni di euro per l’acquisto di dispositivi medici soprattutto nell’ambito della cardiologia interventistica, contro 90 milioni di euro per i farmaci. Mentre per i farmaci c’e’ una governance, l’Aifa (agenzia italiana sui farmaci), un organo di controllo simile manca per i dispositivi. Col risultato che in questo settore il prezzo e’ libero con gare che si svolgono ospedale per ospedale, con un’eterogenita’ di prezzi enorme che possono raddoppiare o triplicare da zona a zona dell’Italia”. “Ci sono differenze di prezzi – ammette Giovanni Monchiero, presidente della Fiaso, la federazione di tutte le aziende sanitarie italiane – assolutamente inspiegabili e che ci stupiscono. Quando queste differenze di prezzo sono troppo rilevanti qualche dubbio che le procedure non si siano svolte correttamente diventa inevitabile. Nella migliore delle ipotesi si tratta di scarsa capacita’ contrattuale dietro le quali talvolta si possono nascondere debolezze dell’animo umano”.

IL NORD NON E’ VIRTUOSO
Al di la’ del sospetto che prezzi doppi e tripli da Asl ad Asl nascondano fenomeni di corruttela, questo Far West del mercato genera sprechi di denaro pubblico, interessa tutte le regioni d’Italia comprese quelle “virtuose” del Nord, ed e’ una delle principali cause del disavanzo regionale di 5 miliardi di euro, il 5 per cento del fondo sanitario nazionale. Per questo la Commissione parlamentare sugli errori sanitari e sui disavanzi regionali presieduta da Leoluca Orlando aprira’ un’inchiesta. Lo ha annunciato la deputata Melania Rizzoli, caprogruppo pdl in commissione. “Ci occuperemo di questo settore – annuncia Rizzoli – avviando un’indagine per evitare sprechi sanitari e ingiustizie a danno dei cittadini italiani”.