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Alzheimer, le multinazionali del farmaco non fanno più ricerca. Non vogliono rischiare, e preferiscono fare soldi con le medicine-placebo

Una strategia che non può essere condivisa dai governi. In Italia siamo già a 600mila malati di Alzheimer: raddoppieranno nei prossimi anni. Non a caso il governo americano è sceso in campo con un maxi-piano di investimenti contro le demenze

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RICERCA SU ALZHEIMER

La ricerca si è arresa. O meglio: le grandi aziende farmaceutiche sono in ritirata sul fronte degli studi per individuare finalmente qualche terapia efficace contro l’Alzheimer e in generale per le gravi forme di malattie neurologiche degenerative.

Stiamo assistendo a una resa, non proprio disinteressata, esattamente nel momento in cui servirebbe fare uno sforzo in più di fronte alla devastante avanzata di queste patologie. Ogni 3 secondi nel mondo una persona sviluppa una forma di demenza. I malati di Alzheimer nel mondo sono circa 50 milioni, diventeranno 74 milioni nel 2030 e 131,5 nel 2050. Una progressione impressionante, legata all’aumento della longevità e dunque destinata solo a crescere. I malati si moltiplicano, le medicine restano a zero. In Italia uomini e donne colpiti dall’Alzheimer sono 600mila, ma se si aggiungono tutte le demenze si arriva a 2 milioni di persone.

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RICERCA SU ALZHEIMER IN ITALIA

Nei mesi scorsi altre grandi multinazionali del farmaco hanno annunciato il loro addio alle ricerche per terapie relative alle varie forme di demenza: Pfizer, Eli Lilly, Merck. Praticamente nessuno, ai piani alti del ricco e profittevole settore farmaceutico, vuole mettere un dollaro o un euro sul tavolo per avventurarsi nel terreno paludoso di una ricerca che finora non ha dato risultati significativi. Anche se, c’è da aggiungere un gravissimo errore di impostazione, in quanto le ricerche negli anni scorsi si sono concentrate su una sola ipotesi, ovvero che alla base della degenerazione ci fosse la formazione di placche di una proteina chiamata beta amiloide. Da qui vaccini e farmaci che però non sono mai risultati efficaci.

Alla base del ritiro dei grandi gruppi del farmaco non manca il sospetto di una precisa strategia aziendale. Da un lato queste società, comunque, riescono a fare enormi fatturati con i medicinali attualmente in commercio, che hanno solo un effetto placebo. Per loro, dunque, non ci sono danni economici, mentre la ricerca costa, e tanto, e non è detto che arrivi a uno sbocco commerciale interessante. In pratica è come se l’industria del farmaco avesse deciso che invece di curare gli anziani, conviene farli sopravvivere, magari al meglio e il più a lungo possibile.

FINANZIAMENTI PUBBLICI RICERCA ALZHEIMER

Inoltre, ritirandosi le multinazionali farmaceutiche stanno esercitando una pressione molto forte per ottenere finanziamenti pubblici. E anche questa seconda strategia ha funzionato. Per la prima volta, infatti, di fronte all’onda lunga dell’invecchiamento della popolazione e del boom di demenze, il governo americano ha deciso di stanziare 2,3 miliardi di dollari per le ricerche sull’Alzheimer. Una spesa pubblica nella ricerca sanitaria di queste proporzioni si era vista solo negli anni Settanta, per il cancro, e negli anni Ottanta per l’Aids.

PER APPROFONDIRE: “Caregiver whisper”, il blog che racconta con ironia il rapporto tra un figlio e una mamma malata di Alzheimer

FONDI RICERCA ALZHEIMER

Eppure, nonostante le ripetute sconfitte, se parlate con un qualsiasi scienziato della neurologia, vi dirà che le prospettive della ricerca, se arrivassero i fondi, non sono così tragiche. Le demenze hanno due basi, la prima è quella genetica, e qui sicuramente I tempi della ricerca e delle terapie sono più lunghi; la seconda invece riconduce, come nel caso di malattie vascolari e di tumori, agli stili di vita, e qui le terapie da mettere in campo potrebbero arrivare molto presto. Se si facessero lavorare i ricercatori.

Siamo in un’economia di mercato, e quindi nessuno può costringere aziende private, tra l’altro molto potenti per la forza della loro attività di lobbying, a fare ricerche sull’Alzheimer. Però i governi potrebbero intervenire come hanno fatto gli Stati Uniti, e anche meglio. Per esempio: ai fondi per la ricerca andrebbero sommati incentivi per le aziende che la fanno nel campo delle demenze e penalizzazioni per società che invece sono ferme per puro interesse. Gli stati, tutti gli stati, hanno interessi vitali nella lotta contro l’Alzheimer. Il welfare europeo, con questa progressione della malattia e con l’andamento della curva demografica, non regge a lungo. Chi ha in casa un malato di Alzheimer o di Parkinson, sa bene quanto sia devastante, per tutti, una malattia così oscura. E lo stato ha il dovere di occuparsi dei problemi, vecchi e nuovi delle famiglie, se ci tiene alla pace sociale e al rispetto del patto con i cittadini. I ricchi, lo sappiamo, hanno certo meno problemi anche rispetto all’Alzheimer, potendo permettersi cure proibitive per un cittadino qualsiasi.

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ALZHEIMER: RICERCA SCIENTIFICA

Uno sforzo finanziario e un’azione di moral suasion dei governi per la ricerca sull’Alzheimer non possono essere sostenuti da un singolo paese: nessuno ha la forza sistemica degli americani. Ma tocca all’Unione europea, nel suo complesso, scendere in campo, aumentando i fondi per la ricerca e dirottandoli verso l’aria della demenza senile. E di questo si dovrebbe discutere in occasione delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, previste per il 2019.

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