Questo sito contribuisce all'audience di

Gelato, pizza e caffè: sono tutti marchi made in Italy, ma i soldi li fanno gli altri

Noi abbiamo la qualità, e il primato della genuinità. Gli stranieri hanno l'organizzazione e la capacità di fare grandi imprese e grandi affari attorno a un singolo prodotto. E alla fine vincono sempre loro.

Gelato, pizza e caffè: sono tutti marchi made in Italy, ma i soldi li fanno gli altri
Prodotti italiani di eccellenza copiati dalle aziende estere
di
Condivisioni

PRODOTTI ITALIANI DI ECCELLENZA

Gelato, pizza e caffè, la storia è sempre la stessa: gli italiani partono primi, ma arrivano ultimi. Si tratta di tipiche eccellenze made in Italy, patrimonio e identità di un Paese, prodotti che fanno parte di un patrimonio economico e culturale, dove l’alta qualità è solo la premessa. Peccato, però, che appena si esce dall’universo delle piccole aziende, di livello e di dimensioni artigianali, e si entra nel girone della grande industria, nel nome appunto del caffè, della pizza e del gelato, l’Italia semplicemente scompare. E tutto diventa patrimonio degli stranieri. Con uno spreco incredibile per il sistema Italia, per la nostra crescita economica, per migliaia e migliaia di posti di lavoro che si perdono.

Durante i mesi estivi arrivano i rendiconti, per esempio, sulla produzione dei gelati. Lo scorso anno l’Italia ha prodotto, nella sua miriade di piccole e minuscole aziende, 595 milioni di litri di gelato, il 19 per cento del totale dell’Unione europea. Siamo primi. La Germania, infatti, si ferma a 515 milioni di litri, la Francia a 454, la Spagna a 301, la Gran Bretagna a 258. Se però rovesciamo il discorso e guardiamo alle esportazioni, che sono il termometro della forza e della capacità di conquistare i mercati da parte di un’azienda, allora il discorso cambia. E diventiamo ultimi. Le esportazioni tedesche di gelati sorbetti e ghiaccioli arrivano a 401 milioni, quelle francesi a 398 milioni, mentre gli italiani non fatturano più di 223 milioni di euro all’estero. Contano, in questa differenza, le dimensioni delle aziende, la sponda che hanno dalle banche e dalla politica per conquistare i mercati, la capacità degli imprenditori di non restare chiusi nei loro orticelli. Ecco come si arriva allo spreco del gelato made in Italy, dove non a caso un’ultima eccellenza, il marchio Grom, è stata appena venduta agli americani. E la musica si ripete anche nel mondo del caffè.

I coffee house con il marchio Starbucks sono già 22.519 in 68 paesi e il gruppo di Seattle vanta un fatturato di 16,4 miliardi di dollari. Numeri da capogiro che fotografano la potenza di un brand che adesso ha messo gli occhi su quel 69 per cento della popolazione italiana che, ogni giorno, inizia la giornata al bar con un caffè o un cappuccino.

LEGGI ANCHE: Invasi dal cibo, stiamo diventando un Paese di pizzicagnoli e baracche

BRAND ITALIANI DI SUCCESSO

Dalla tazzina alla pizza. Anche in questo settore stiamo assistendo all’arrivo, sul territorio nazionale, del gigante americano: il colosso Domino’s Pizza ha aperto le sue pizzerie con l’obiettivo di mettere le sue bandiere su un mercato molto ricco, da Bolzano a Palermo. L’avventura di Domino’s Pizza ha lo stesso timbro di Starbucks, ovvero una versione stelle e strisce di un tipico prodotto tricolore, con la stessa capacità di utilizzare un’eccellenza di nicchia per trasformarla nel presidio di un mass market. Attualmente Domino’s Pizza, sede nel Michigan e data di nascita che risale al giugno del 1960, quotata a Wall Street, fattura 8,9 miliardi di dollari, con 12.100 punti vendita in 80 mercati (soltanto in India, tra New Delhi e Madras, controlla 400 locali). Inoltre il gruppo è leader mondiale nel settore della pizza a domicilio.

PER SAPERNE DI PIÚ: Pizzaioli cercasi, in Italia, il Paese della pizza, ne mancano circa 6mila

LA QUALITÀ DEI PRODOTTI ITALIANI

Caffè, pizza, gelati: la musica è sempre la stessa. Noi abbiamo la qualità, il marchio, perfino i codici genetici, di prodotti alimentari di larghissimo consumo, ma non riusciamo mai a presidiare i grandi network, ovvero gli imperi industriali e finanziari che nascono sotto il segno di un brand. Il caffè italiano è patrimonio dell’Unesco, la pizza napoletana ha il marchio di Bruxelles di Specialità tradizionale garantita (Sgt), ma i veri affari da economia globale, con questi articoli, li fanno gli altri, mai noi. Perché? Una prima risposta arriva dalla debolezza finanziaria delle nostre imprese che sono, generalmente, sottocapitalizzate e “bancodipendenti”, ovvero prigioniere del sistema bancario che monopolizza il credito industriale. La Borsa è solo un catino (anche questo dominato dalle banche e dai grandi gruppi pubblici) e l’enorme risparmio liquido degli italiani (circa 3.500 miliardi di euro) finisce ovunque, anche sotto i materassi, tranne che a mettere carburante per alimentare la crescita del sistema produttivo e distributivo. Per fare una grande catena, con respiro internazionale, non basta il brand e la qualità di un prodotto, servono anche soldi, e tanti: quelli che le imprese italiane non sono in grado di mettere sul tavolo. Più di un terzo degli acquisti di pizze, per fare un esempio, nel mondo passa attraverso i cellulari, le app e Internet. Il gruppo Starbucks per rendere più competitivi i propri locali, si è allargato, con forti investimenti perfino nel settore dell’intrattenimento, creando la Starbucks digital network, che produce film, serie tv e news, innanzitutto per i coffee shop della catena.

 

prodotti-italiani-eccellenza-brand-successo-aziende-estere (2)

DEBOLEZZA DELLE IMPRESE ITALIANE

Il secondo punto di debolezza riguarda le dimensioni delle imprese. In Italia soltanto lo 0,8 per cento delle aziende ha un fatturato superiore ai 50 milioni di euro, mentre il 94 per cento non supera i 2 milioni di euro. Il nanismo delle imprese è diventato un male cronico del sistema industriale made in Italy, e ne soffrono proprio le migliori eccellenze, dove la frammentazione è più forte. Nel settore del caffè il gruppo numero uno, Lavazza, non supera i 400 milioni di euro (il suo obiettivo è raddoppiare questa cifra entro il 2025), mentre il mercato nell’espresso in Italia è conteso da 250 società. Troppe per consentire la nascita di un colosso globale.  Sufficienti, invece, ad attirare i capitali stranieri. Quelli che allungando le mani su prodotti tipici e consolidati, che si sommano ai presidi nella pasta (per esempio Buitoni) o nel cioccolato (Baci Perugina) ci dimostrano in modo chiaro un possibile futuro del Paese, da un punto di vista industriale: conteremo sempre più prede che predatori. E questo non ci aiuterà a crescere.

UN GELATO DAVVERO GENUINO? COSÍ LO RICONOSCETE. E COSÍ LO FATE IN CASA:

 

Ultime Notizie: