Sign up with your email address to be the first to know about new products, VIP offers, blog features & more.
[mc4wp_form id="5505"]
Questo sito contribuisce all'audience di

Coltivare l’orto è un gesto rivoluzionario (Pierre Rahbi)

Filosofo e scrittore, l'ottantenne Rahbi si definisce innanzitutto un contadino attento alla natura. Le sue idee hanno fatto breccia nei programmi scolastici e nelle risoluzioni dell'Onu. Il suo appello più estremo: torniamo alla terra

Condivisioni

PIERRE RABHI E L’ARTE DELL’ORTO

La sobrietà allunga la vita. Coltivare un orto è un gesto rivoluzionario. Abbiamo creato un mondo senza natura, e dobbiamo rimediare. Sono alcune delle idee di un personaggio straordinario: l’ottantenne Pierre Rahbi, contadino, filosofo e scrittore, di origine algerina. Le idee di Rahbi sono entrate nei programmi scolastici della Francia, nelle raccomandazioni dell’Onu, nei documenti ufficiali di organismi sovranazionali di protezione dell’ambiente. La sua autorevolezza è riconosciuta ovunque, ma la cosa più forte è l’autentica semplicità del suo pensiero. Come questi concetti, che abbiamo raccolto attraverso uno stralcio di una sua intervista concessa a Carlo Petrini.

LEGGI ANCHE: Terreno argilloso, il più nutriente per il vostro orto. Altro vantaggio: è ricco di calcio, potassio e magnesio (foto) 

COME OCCUPARSI DELL’ORTO

L’ultimo degli ultimi che sarà primo, è un concetto che appartiene alla visione cristiana. È questa la tua formazione?
«Sono dell’idea che l’amore sia la forza più grande in grado di cambiare il mondo, ma non ho appartenenze formali. Ora credo in quello che faccio: il contadino. Posso spiegarvi come fare affinché la terra riesca a creare energia per la vita, ma non il perché ci riesce. Coltivo una parte molto razionale ma c’è momento in cui la razionalità non può più darci delle risposte. Sono molto affascinato dal mistero della vita, ma se mi chiedono, l’unica cosa a cui non potrei mai rinunciare è il mio orto».

La razionalità ha un limite, l’orto è un universo illimitato.
«L’urbanizzazione ha creato un universo limitato e tutti si sono dovuti adattare, ma in quell’universo non c’è più il fondamento della vita. Abbiamo creato un mondo parallelo senza natura e ora la gente non la comprende più».

Se giochiamo una partita contro un gigante non abbiamo nessuna possibilità, allora dobbiamo cambiare il campo di gioco e le regole del gioco.
«È quello che si chiama l’uscita dal paradigma. Nel 2002 mi hanno chiesto di presentarmi alle presidenziali. Mi sono detto che sarebbe stato interessante donare uno spazio di espressione della gente e allora ho dato vita a un luogo per raggrupparsi e riflettere, per ricercare la creatività della società civile. Da lì è uscito un programma che apparentemente non aveva nulla a che fare con la politica, tutto basato sull’amore, sulle utopie, sull’agricoltura ecologica, sul ruolo della donna e sull’educazione. Tenemmo 40 conferenze in giro per la Francia ed erano sempre piene: significa che si può avere fiducia nel futuro».

Che pensi della situazione in Africa?
«Disastrosa, gli asiatici depredano le risorse, i capi di Stato sono corrotti. Guarda l’Algeria, non produce ma esporta, si è addormentata sullo sfruttamento petrolifero. Non si produce cibo, i settori vitali sono morti. Se l’Algeria smette di esportare petrolio muore. Ci sono caste che si prendono tutta questa ricchezza, come in altri Paesi, e lasciano il popolo nella povertà».

Noi abbiamo scelto di fare 10.000 orti in Africa, e credo che sia il momento per costruire qualcosa nel continente. Una dimensione umana e di organizzazione, per ricreare una classe dirigente che abbia a cuore la comunità e non il commercio, la salvaguardia della biodiversità, la lotta alla fame e alla malnutrizione.
«È una cosa straordinaria. Quando mi hanno domandato di intervenire in Burkina Faso, io non conoscevo quella parte dell’Africa. Ma ho analizzato la situazione. L’agricoltura chimica non si poteva fare, le persone dicevano “io sono talmente povero che non posso acquistare fertilizzanti e diserbanti”. È un sistema insostenibile per loro, perché è un sistema fatto per vendere e non per nutrirsi. È il sistema che produce la fame. Ora questo meccanismo sta rovinando anche i contadini europei, perché per fare agricoltura industriale gli strumenti sono troppo cari e la crisi peggiora la situazione. Si impoveriscono e sono diventati, almeno in Francia, la categoria di lavoratori che subisce più suicidi. Se c’è gente che fa piccoli orti, io dico «bene!» Un orto è un atto politico, di resistenza».

IDEE DECISIVE PER COLTIVARE BENE L’ORTO