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Lavorare meno, lavorare tutti. Per guadagnare di più. Ridurre i disoccupati. E affrontare la sfida dei robot

In Italia finora abbiamo fatto il contrario. E lavoriamo il 20 per cento in più dei tedeschi che hanno un reddito pro capite più alto del nostro di circa un terzo.In Germania settimana di 28 ore per chi vuole dedicarsi alla famiglia. In Nuova Zelanda le giornate lavorative passano da 5 a 4. E in Svezia la giornata di lavoro si riduce a 6 ore.

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PERCHÉ LAVORARE MENO

Smontiamo un vecchio e falso luogo comune: non è vero che gli italiani lavorano poco, e meno degli altri cittadini europei. Nel libro Il lavoro nel XXI secolo (edizioni Einaudi), il sociologo Domenico De Masi  osserva che in Italia si lavora il 20 per cento in più rispetto alla Germania: 1.725 ore pro capite contro le 1.371 dei tedeschi. Semmai sono più bassi, almeno del 20 per cento, i valori di produttività e salari. Tanto che il pil pro-capite in Italia è di 30mila euro, in Germania di 41mila euro. Mentre la disoccupazione dei tedeschi è al 3,8 per cento, rispetto all’11 per cento della nostra. Quindi il vero obiettivo, anche rispetto all’urto dei cambiamenti tecnologici, è come aumentare i posti e ridurre gli orari. Come già avviene in diversi paesi del mondo capitalista.

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Le declinazioni sono diverse, ma l’obiettivo è lo stesso: lavorate tutti, lavorare meno. E lavorare meglio, lasciando anche il tempo necessario a se stessi e alla propria famiglia. Qualcosa finalmente si sta muovendo nella palude del mondo del lavoro. Una scossa forte, per esempio, è arrivata dalla Germania, dove a significativi aumenti salariali (nell’ordine del 4,3 per cento) è stata abbinata la possibilità per i lavoratori di scegliere la settimana super corta. Solo 28 ore in fabbrica, e il resto a casa, In Nuova Zelanda è stato firmato un accordo tra imprenditori e sindacati in base al quale gli stipendi aumentano, ma le giornate lavorative passano da 5 a 4.  E anche in Svezia, in diversi uffici pubblici, si sta sperimentando la giornata lavorativa di sei ore.

Lavorare meno, lavorare tutti non è stato uno slogan fortunato: nella nostra (fragile) memoria collettiva rievoca la fumosa, e poi violenta, demagogia degli anni Settanta. In realtà non è così. Questa affermazione, mai così attuale in termini di potenziale programma, risale ai primi decenni della rivoluzione industriale, quando nelle fabbriche si lavorava almeno 16 ore al giorno, per 6 giorni alla settimana. Altri tempi, altre fatiche, di fronte alle quali furono gli operai e le loro famiglie, giustamente, a ribellarsi. E sapete chi cambiò il paradigma? Un super capitalista, un padrone a tutto tondo, dal nome Henry Ford, il re dell’auto, che abbassò il numero delle ore e accorciò la settimana di lavoro a 5 giorni. Segno di come aveva capito quanto gli potesse convenire questa soluzione, e non solo per la pax sociale nelle sue fabbriche.

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LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI

In tempi di Grande Crisi ancora strisciante, specie in paesi più fragili come l’Italia, di una disoccupazione stellare e insostenibile (con uno spreco che da noi ormai riguarda intere generazioni di ragazzi), di robot che distruggono e cancellano posti, lavorare tutti, lavorare meno può diventare una soluzione, o almeno una rotta.

LAVORARE MENO PIERGIOVANNI ALLEVA

Non a caso in molti paesi del Nord Europa si susseguono esperimenti in diversi ambienti di lavoro, dagli uffici alle fabbriche, per valutare gli effetti della riduzione dell’orario di lavoro. Tutti coincidenti: lavorare meno migliora la salute e l’efficienza, la produttività, dei dipendenti; crea un clima più positivo all’interno e all’esterno del luogo di lavoro; spinge tutti a fare bene o comunque meglio che in passato. In una clinica svedese di Svartedalens, dove si è applicato il paradigma del lavorare meno, lavorare tutti, a conti fatti si è scoperto che i risparmi sono stati «molto significativi» anche per i minori giorni di malattia, o di permesso, presi delle infermiere. D’altra parte anche in Italia, e precisamente in Emilia Romagna, si discute di una proposta del giurista Piergiovanni Alleva per approvare una legge regionale che, attraverso i contratti di “solidarietà espansiva”, applichi l’antico slogan e lo converta in un provvedimento a favore dell’occupazione. Riducendo la settimana lavorativa da cinque a quattro giorni, ci sarebbe, secondo Alleva, un nuovo posto per ogni quattro dipendenti. Non è poco, inoltre il contributo regionale per agevolare il meccanismo, non sarebbe così pesante e non si ridurrebbe al solito spreco o alla solita clientela a pioggia, ma andrebbe a centrare un obiettivo di benessere per tutti: la piena occupazione. In ogni modo, più gli esperimenti del lavorar meno, lavorare tutti vanno avanti, più si conferma un risultato di fondo: i benefici di questo cambiamento, nel medio-lungo termine, sono decisamente superiori ai costi nel breve termine.

VANTAGGI LAVORARE MENO

Immagino le obiezioni. In Italia già si lavora poco (ma questo, tra l’altro, non è vero per tutti…), figuriamoci poi se ci mettiamo anche ad abbassare l’orario di lavoro. Si darebbe spazio a nuove forme di assistenzialismo. I costi per queste politiche sono per definizione senza copertura. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Ho forti dubbi, e penso che una politica per l’occupazione ispirata all’idea di Lavorare meno, lavorare tutti possa funzionare e sarebbe un segno di reale discontinuità con un recente passato che ha troppo sacrificato e schiacciato il lavoro, facendolo mancare oppure pagandolo malissimo. Laddove senza lavoro, e senza soldi nelle tasche dei lavoratori, la ripresa economica, il ritorno alla crescita, e tutte queste belle storielle che ci ripetiamo ogni secondo, resteranno solo favole. Favole, tra l’altro, che fanno sorridere solo i ricchi e piangere i poveri.

IL LAVORO CHE NON C’É A DANNO DI GIOVANI E DONNE: