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Perdonare è uno sbaglio? Sì, dice Galimberti. Ma dimentica la pace interiore che ci porta il perdono

Il filosofo considera un grave sbaglio chiedere sempre di perdonare e accusa la cultura cattolica di doppio registro: dal pulpito si insegnano le regole e nel confessionale si perdonano le deroghe. Dove sbaglia Galimberti

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PERCHÉ BISOGNA PERDONARE –

Torno sul tema del perdono dopo avere letto un testo del filosofo Umberto Galimberti che mette sotto accusa la cultura cattolica che coltiva la doppia coscienza: dal pulpito si insegnano le regole e nel confessionale si perdonano le deroghe. In questo modo siamo diventati degli apologeti del perdono e, scrive Galimberti, «non c’è evento delittuoso a proposito del quale non si chieda alla vittima se è disposta o meno a perdonare». Con l’effetto paradossale che mentre il colpevole se la cava rapidamente, anche rispetto alla propria coscienza, grazie al capo cosparso di cenere in cerca del perdono, la vittima che non perdona matura invece un senso di colpa per non avere rispettato un obbligo in più pure richiestole.

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PERDONO: GALIMBERTI –

Credo che nel ragionamento di Galimberti si faccia confusione tra il perdono di Dio e quello degli uomini e tra gli uomini. È vero: la cultura protestante non prevede un ordine sacerdotale che perdona le colpe, e per questo la coscienza deve vedersela direttamente con Dio senza alcuna garanzia che la colpa sia condonata. Ma il Dio cattolico è per sua natura misericordioso, dal latino misereor (pietà) e cuore (cuore). La misericordia di Dio, dunque, non è un condono né un colpo di spugna sui nostri peccati: è un autentico gesto d’amore, alla base della misericordia, senza la quale il perdono non potrebbe esistere. E nessun gesto d’amore è più grande di quello compiuto da Dio nel mandarci un figlio e farlo morire crocifisso proprio per perdonare i nostri peccati. Il sacerdote è un intermediario del nostro dialogo con il Dio misericordioso, anche se la sua è una funzione attiva, e non passiva. Chiunque sia entrato in un confessionale per chiedere l’assoluzione, sa bene di averla ricevuta dopo un colloquio, un approfondimento dell’errore, ispirato all’idea di non ripeterlo e non alla ricerca di una sorta di sanatoria divina.

Accanto al Dio misericordioso e pronto a perdonare, c’è anche nella fede cattolica un Dio severo, molto severo. È Colui che nella Sacre scritture distrugge Sodoma e Gomorra, città-simbolo dei peccatori incalliti, ed è il Gesù che nei Vangeli, per esempio, non ha paura a scacciare dal tempio quei mercanti simbolo del potere del denaro e delle sue sataniche seduzioni.

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IL VERO SIGNIFICATO DEL PERDONO –

Quanto al perdono tra gli uomini, suggerisco a Galimberti di leggere un saggio scritto da un padre gesuita sulla rivista Civiltà Cattolica dove il significato e la forza del perdono vanno oltre il gesto di apertura nei confronti dell’altro e ci aprono l’orizzonte di una pacificazione con noi stessi. Quanto soffriamo, quanto paghiamo in termini di inquietudine strisciante e perenne, per la nostra durezza e per l’incapacità di perdonare? Qui sta la grandezza di un gesto che, certo, ha bisogno dei suoi tempi, della sua maturazione e di una profonda convinzione. Tutti motivi per cui, ha ragione Galimberti quando invece condanna senza appello la richiesta immediata del perdono da parte del colpevole di un grave peccato. Pensate alle vittime di efferati omicidi che sono immediatamente raggiunte dal giornalista con microfono che domanda: «Lei è pronto a perdonare?». È una domanda semplicemente stupida, ma gli idioti non giustificano la cancellazione della forza e delle qualità del perdono.

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