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Olimpiade: l’occasione sprecata e l’errore di Monti

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Quando l’Italia sognava in grande, avventurandosi nell’epopea del boom economico, che ci ha trasformato in un Paese solido e benestante,  Roma incassava il suo status di scintillante capitale con l’entusiasmo, anche popolare e non solo da tifoseria sportiva, esploso con le Olimpiadi del 1960. Più di mezzo secolo dopo, con una decisione poco convincente e perfino contraddittoria con la mission del governo che presiede, il premier Mario Monti ha deciso il ritiro della candidatura made in Italy per i Giochi del 2020, quasi certificando agli occhi del mondo il nostro declino e l’impoverimento di un Paese che arretra paurosamente appena si tratta di decidere qualcosa di sistemico, e dunque di utile a tutta la comunità nazionale. Quella ratificata da Monti é una scelta che, sebbene motivata da comprensibili  preoccupazioni di budget in tempi di Grande Crisi, si traduce in una sconfitta per Roma, per il Sud (le Olimpiadi del 1960 videro anche Napoli tra i luoghi scelti per gli eventi sportivi, e in particolare per le competizioni veliche) e per l’Italia. Una sconfitta tanto più bruciante se si considera l’occasione sprecata, prima ancora di misurarsi con la concorrenza di altre grandi metropoli del mondo, laddove, nonostante la nostra ormai cronica incapacità di pensare in grande, Roma fino a ieri compariva come la favorita dai bookmaker nella corsa ai Giochi 2020.  Un governo che vuole lasciare un segno di lungo periodo con un programma ispirato al titolo “Cresci Italia” non può alzare le mani di fronte ai rischi di un’operazione così complessa né può utilizzare come alibi alla sua mancanza di coraggio il travagliato, e talvolta farsesco,  percorso con il quale la candidatura di Roma finora è stata sostenuta. Bisognava osare, tutti uniti, come è avvenuto in occasione della battaglia per l’Expo 2015, e senza scivolare nella dietrologia oggi, specie di fronte alle ciniche battute di Umberto Bossi che esulta per la scelta di Monti, viene il sospetto che Roma abbia subito una mortificazione che invece non è mai stata presa in considerazione per Milano. Quasi come se l’Italia, fresca delle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’unità, non fosse una e una sola. Una cosa è la quadratura e la trasparenza dei conti, che non possiamo più permetterci di forzare, altro fatto è un segno di resa, di fronte ai nostri vizi nazionali, che pagheremo a lungo nell’opinione pubblica mondiale. E poiché questo governo ha il suo più autorevole garante istituzionale nella persona di Giorgio Napolitano, resta solo da capire se il Capo dello Stato, nell’assoluto rispetto delle sue prerogative costituzionali alle quali non è mai venuto meno, non intenda esercitare almeno una legittima moral suasion per uscire dalla trappola di un autogol, per dirla in termini sportivi, che l’Italia, capace sempre di alzare la testa nei momenti più critici, non merita.