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Selfie estremo, la strage degli adolescenti a caccia di scatti rischiosi. La tecnologia senza limiti sta distruggendo le nostre vite (foto)

L’ultimo episodio è la morte di Andrea, che si era arrampicato sul tetto di centro commerciale per auto-scattare la sua foto. Un ragazzo su dieci ha già messo a rischio la propria incolumità per un selfie. A Piacenza intanto nasce la prima scuola italiana “phone free”

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MORIRE PER UN SELFIE

È impossibile consolare un padre che ha perso un figlio per la febbre dei selfie. Andrea Barone, 15 anni, è l’ultima vittima di questa follia e temiamo che l’elenco non finirà qui: era salito con gli amici sul tetto di un centro commerciale, al confine tra Milano e Sesto San Giovanni, si era fatto una foto sfidando qualsiasi rischio ed è precipitato all’interno dell’edificio, da un punto dove non esisteva alcuna forma di protezione.

LEGGI ANCHE: Volete reagire alla schiavitù della tecnologia? Leggete i consigli in questo libro

SELFIE PERICOLOSI

Una vita sprecata come quella del quindicenne morto a Terni, mentre scattava la foto all’amico in scooter che gli doveva passare vicino, del suo coetaneo travolto da un’onda mentre si auto-fotografava a picco sul mare, del ventenne di Val di Susa precipitato mentre cerca di saltare una scalata. Non sono più singoli episodi, singole tragedie e fatalità. L’Osservatorio nazionale dell’adolescenza ha diffuso dei dati ricavati da un questionario compilato da ben 8mila adolescenti in tutta Italia. Leggete bene che cosa viene fuori: l’8 per cento di loro è stato sfidato a fare un selfie estremo e un adolescente su dieci lo ha fatto mettendo a rischio la propria incolumità, una percentuale che sale al 12 per cento nella fascia di età tra gli 11 e i 13 anni.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da James Kingston (@thejameskingston) in data:

PER APPROFONDIRE: Incidenti e rischi dei selfie, c’è una follia in questa deriva. Possiamo fermarla?

SELFIE MORTALI

Il selfie estremo è diventato il sintomo più evidente di ciò che sta avvenendo: la tecnologia sfrenata, senza conoscenza e senza difese, distrugge le nostre vite, in quanto ne elimina il valore, il senso. Come il lavoro, che nella gig economy gonfiata dal web, perde senso e diventa lavoretto. In queste condizioni i nostri figli, i nostri nipoti, come scrive Massimo Recalcati, sono letteralmente “senza rete”. Vittime incoscienti, martiri, di un uomo che ha perso il braccio di ferro con la macchina, e si è inchinato allo strapotere delle protesi elettriche ed elettroniche.

Alessandro non era un ragazzo strano. Amava davvero la vita, come oggi ricorda il padre distrutto. Non era prigioniero dell’alcol, della droga, della solitudine, dei mali più diffusi della contemporaneità. Era solo attratto da questa bestiale sottocultura del narcisismo individuale alimentato dagli smartphone, da un esibizionismo che deve sempre superare un limite, anche quello del più banale buonsenso, per potersi affermare. Era intrappolato da una modernità che non sappiamo più declinare, che ci semplicemente sfuggita di mano.

Dobbiamo rassegnarci a tutto ciò? Partita chiusa? Assolutamente no. Le risposte, con le relative contromisure, sono a portata di mano, tutti possiamo fare qualcosa, ma per reagire bisogna muoversi, essere attivi, e non cedere all’ineluttabile legge del progresso. Le risposte devono partire da famiglie e scuola, e ispirarsi alla declinazione di due verbi: vigilare ed educare. In fondo, nessun genitore, tranne i più scellerati, ignora le frequentazioni di un figlio adolescente, il suo rendimento a scuola, se e quando fa uso di droghe oppure quante sigarette fuma. E allora perché la vigilanza non deve allargarsi anche all’ambito dell’uso sfrenato della tecnologia? Siamo noi, nelle nostre case che possiamo tenere gli occhi aperti sui ragazzi e sulla loro deriva a caccia del selfie estremo, avendo ormai la misura concreta dei rischi. Siamo noi che possiamo sottrarli a questa diabolica calamita. Iniziando a dare il buon esempio, e non trasformandoci noi, persone di un’altra generazione, in macchiette della tecnologia che a loro volta, per puro narcisismo, stanno sempre a smanettare con qualche foto da mettere in Rete.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da A N G E L A N I K O L A U (@angela_nikolau) in data:

PER SAPERNE DI PIÙ: Muore a 26 anni, volando per un selfie estremo dal 62esimo piano. Wu era pagato con 13mila, sporchi euro

IL RUOLO DELLA SCUOLA

Poi c’è la scuola. Un concetto moderno di formazione non può escludere, dalle elementari fino a tutto il percorso che si conclude con la licenza liceale, l’educazione digitale. Anche con la necessaria severità, parola che troppi insegnanti sembrano avere del tutto dimenticato. Abbiamo letto l’esperimento appena avviato a Piacenza, dove all’istituto San Benedetto, è nata la prima scuola “phone-free” d’Italia. Applicando questa volta a vantaggio dell’uomo la tecnologia, il preside Fabrizio Bertamoni ha reso obbligatorio l’uso di un sacchetto, prodotto negli Stati Uniti, dove lo usano nelle scuole, nei teatri e nei musei, che scherma completamente i cellulari.

SELFIE KILLER

All’inizio di ogni lezione l’insegnante consegna agli studenti questa speciale custodia, dove il cellulare finisce per essere completamente isolato fino al termine della giornata scolastica. Il preside, nel presentare la sua iniziativa alle famiglie, ha fatto presente che si tratta di uno strumento di difesa, educativo, per i ragazzi, un aiuto, da tenere presente anche per casa. E le famiglie lo hanno appoggiato. Forse si sono accorte di due numeri: 10 ore di connessione ogni giorno via smartphone dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni; 75 volte al giorno, la media di consultazione del cellulare per i giovani tra i 15 e i 20 anni. È nella zona grigia di questa compulsione tecnologica che si ape il baratro nel quale un ragazzo di 15 anni si lascia attirare da un selfie estremo. E ci rimette la vita.

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da James Kingston (@thejameskingston) in data:

POCHE MA EFFICACI REGOLE PER L’EDUCAZIONE DIGITALE: