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Ma gli immigrati devono andare solo nelle regioni del sud?

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Mentre Silvio Berlusconi e Roberto Maroni tentano di riscrivere l’ennesimo accordo con il governo tunisino, fragile e inaffidabile, per condividere i rimpatri e frenare le partenze dei barconi verso le coste italiane, le regioni del Sud sono al centro di un’ennesima, odiosa discriminazione e il loro territorio si sta trasformando nella discarica dei profughi. Le tende? In Sicilia, in Puglia, in Campania, in Calabria. I porti dove le navi sbarcano i migranti? Catania, Napoli, Trapani. Sempre e solo al Sud, dove tra l’altro la popolazione locale continua a fornire una prova di responsabilità e di accoglienza che fa onore a tutti i cittadini meridionali.

Dopo le dimissioni, mai rientrate, del sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano, ieri sono scesi in campo una sessantina di parlamentari del Pdl che hanno scritto al capo del governo per protestare contro questa politica  dell’emergenza a senso unico. Purtroppo si tratta di scelte non casuali e non estemporanee, ma sono il frutto di un’egemonia leghista che vede un ministro degli Interno impegnato a chiedere collaborazione all’Europa ed a tutte le regioni italiane, mentre il suo leader Umberto Bossi arringa il popolo padano con l’ennesima boutade demagogica, della serie “fuori dalle balle gli immigrati”.  Laddove le “balle” sono solo quelle dei cittadini del Nord, ovviamente.

Gli argomenti per giustificare una strategia così squilibrata diventano ogni giorno più pretestuosi. Si parla perfino della necessità di preservare i patrimoni artistici di luoghi delicati, fragili, come la laguna di Venezia, come se invece la reggia di Caserta o gli scavi archeologici di Santa Maria Capua Vetere fossero beni culturali di serie B. Oppure come se il turismo, a rischio sotto la pressione dell’onda lunga dei profughi, fosse una risorsa esclusiva  delle regioni del Nord e non anche un volano della depressa economia meridionale.

Stiamo ancora festeggiando i 150 anni dell’unità nazionale, ma continuiamo, alla prima prova dei fatti, a coltivare striscianti divisioni interne, dividendo un paese che invece avrebbe bisogno di sentirsi stretto di fronte a un’emergenza biblica. Un paese che dovrebbe affrontare questa calamità non naturale, con lo spirito evocato dal capo dello Stato quando parla di «un’equa ripartizione dei carichi fra ogni area dell’Italia». Vogliamo l’Europa in campo, giustamente, e chiamiamo in causa quei francesi che si stanno mostrando cinici e indifferenti, ma intanto sfariniamo l’Italia, sulla base di calcoli elettorali e miopi convenienze. Facciamo leva sempre e soltanto su quella infinita risorsa di cui siamo tutti forniti, la tolleranza, ma la scarichiamo come un macigno tutta sulle spalle del Mezzogiorno. I profughi che arrivano, e continueranno ad arrivare, da  una parte del mondo sprofondato nel buio di regimi autoritari e corrotti, cercano una luce, uno spiraglio di libertà e di benessere. Non possono sbattere contro il muro degli egoismi a senso unico di una classe dirigente molto meno responsabile del suo popolo.