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Lo spreco delle raccomandazioni facili

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La raccomandazione per gli italiani, e non solo per i cittadini del Sud, rappresenta purtroppo un elemento essenziale della nostra identita’ nazionale. Per capire la profondita’ del fenomeno diffidate dai soliti moralisti a buon mercato, e affidatevi invece alle statistiche, quelle attendibili, alla letteratura che nasce dalla cronaca, a cio’ che ascoltate in qualsiasi famiglia, in qualsiasi comunita’ o ambiente di lavoro dove il gioco con le carte truccate e’ un tema, quotidianamente, all’ordine del giorno. Oltre l’80 per cento degli italiani (ricerca commissionata dall’universita’ Luiss), per farsi strada, considerano essenziali i buoni rapporti, le amicizie, le relazioni. Il merito, il talento, la competenza? Sono considerate variabili quasi irrilevanti. Ancora: quasi la meta’ degli uomini e delle donne del Belpaese trovano il posto grazie a parenti, conoscenti e potenti (la fonte e’ uno studio dell’Isfol). Quanto al vizietto atavico del nostro ceto politico di consolidarsi e affermarsi attraverso l’uso, talvolta spregiudicato, o l’abuso, altrettanto frequente, della raccomandazione, suggerisco la lettura di un libro esilarante e ricco di documentazione: “L’arte della spintarella, da Garibaldi a Berlusconi”, di Daniele Martini (edizioni Baldini & Castoldi).
L’inchiesta Mastella, almeno stando a quello che scrive il gip del tribunale di Napoli in un’ordinanza di oltre 900 pagine, offre uno spaccato inquietante di una filiera del potere in Campania fondata sul familismo, su un’idea feudale del primato della politica, sull’arroganza che diventa prassi quotidiana. Sulle raccomandazioni, appunto, come criterio fondamentale, perfino per sopravvivere e non solo per fare carriera. Attenzione, pero’. Sara’ bene che la magistratura, con chiarezza, faccia capire agli indagati e all’opinione pubblica dove finisce il malcostume e iniziano i reati. Parlare di clan, di associazione a delinquere, di un partito trasformato in una banda, significa, per esempio, correre il rischio di tracimare in giudizi che possono essere anche espressi in una polemica politica, ma devono avere elementi chiari e forti per trasformarsi in capi di imputazione da codice penale. Questo confine non e’ fatto di sabbia, e nell’Italia ammalata di raccomandazioni a pioggia, e’ capitato non di rado di vedere all’opera qualche magistrato fornito di una spada da giustiziere e convinto che il suo mestiere sia quello di rivoltare il Paese come un calzino. Lo Stato di diritto, al contrario, va difeso in primo luogo con la consapevolezza da parte di tutti della propria funzione che, nel caso della magistratura, e’ quella di accertare e colpire i reati, non di abbattere un sistema, o un partito, per via giudiziaria. Film gia’ visto in Italia con gli effetti disastrosi che ben conosciamo.
Ma, una volta chiarito il quadro e compresa la rabbiosa indignazione dei coniugi Mastella, resta il fenomeno, a prescindere dai risvolti giudiziari, che l’inchiesta ha scoperchiato. E qui entrano in campo tutti i cittadini, specie noi meridionali. Mi domando: ma avete presente quali danni, talvolta irrimediabili, puo’ produrre una prassi cosi’ disinvolta nella sfera a cavallo tra la politica e la pubblica amministrazione? Quali colpi consegna al cuore di un Mezzogiorno gia’ piegato da una criminalita’ devastante e dominante e da un’autentica emergenza nazionale che avvolge come una gigantesca nube le regioni del Sud? I giovani, i nostri ragazzi, per esempio, altro non possono fare che piegarsi alla legge del sopruso, adattarsi. Oppure emigrare. I talenti, i nostri talenti, vengono sprecati e sfarinati. Le opportunita’ scompaiono. La societa’, nel suo complesso, si degrada, verso un punto sempre piu’ basso. L’illecito e il necessario diventano la stessa cosa. Nell’opinione pubblica nazionale, anche attraverso le voci piu’ interessate a mollare il Sud come una palla al piede per l’Italia, aumenta lo sconcerto, e quindi il distacco dai problemi del Mezzogiorno. Insomma: con questo sistema la Campania, il Sud, intere regioni italiane, scivolano in una desolata terra dove sono rinchiuse comunita’ considerate estranee alle regole di una corretta convivenza civile. Ecco il danno maggiore, quello rispetto al quale bisogna avere la forza, e il coraggio, di ribellarsi. Ecco le responsabilita’ politiche che sono gia’ oggi evidenti, senza che sia necessaria la certificazione di una sentenza di condanna o di assoluzione. E senza che resuscitiamo Mozart e ascoltiamo, con aria funebre e rassegnata, le splendide note di Cosi’ fan tutte.