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L’Italia non e’ un Paese per rifugiati

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L’Italia è sempre meno un Paese per rifugiati. L’odissea dei 140 somali, accampati da anni nell’ex ambasciata di via dei Villini a Roma, denuncia le carenze di un sistema di accoglienza, che comincia a scricchiolare: crollo delle domande di protezione, taglio ai finanziamenti, mancanza di una legge organica sull’asilo.

Il diritto d’asilo. In Italia, il diritto di asilo è garantito dall’articolo 10 comma 3 della Costituzione: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge".

L’accoglienza. Il richiedente asilo è dunque una persona che ha presentato domanda ed è in attesa della risposta dello Stato in merito alla concessione dello status di rifugiato. "In base a una direttiva europea  –  spiega Fiorella Rathaus, responsabile integrazione del Consiglio italiano per i rifugiati (CIR)  –  lo Stato deve garantire l’assistenza e l’accoglienza ai richiedenti asilo". Qual è allora il problema? "E’ che una volta concesso lo status di rifugiato (solitamente in 3/4 mesi), lo Stato italiano non ha sulla carta più alcun dovere di accoglienza verso il cittadino straniero, che deve camminare ormai con le proprie gambe".

Lo SPRAR. Ma come funziona l’accoglienza dei richiedenti asilo? Il sistema avviato in

via del tutto sperimentale nel luglio del 2001 è stato istituzionalizzato dalla legge 189 del 2002, con la costituzione del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR). Le risorse vengono assegnate dal ministero dell’Interno, mentre la struttura di coordinamento del Sistema è affidata all’ANCI: l’associazione dei comuni italiani.

I numeri. Tra il 2002 e il 2009 sono stati accolti nella rete SPRAR 26.432 richiedenti e titolari di protezione internazionale, per il 74% uomini e per il 26% donne. 529 sono i bambini e le bambine che, dal 2005 al 2009, sono nati in Italia da una mamma accolta nei progetti SPRAR. I Paesi maggiormente rappresentati nel Sistema di Protezione sono Eritrea, Somalia, Afghanistan, Etiopia, Nigeria e Turchia. E’ poi aumentata la presenza dei minori non accompagnati richiedenti asilo: nel 2006 gli accolti erano 31, mentre nel 2009 sono stati ben 320. Un sistema, dunque che funziona, ma non senza falle.  

Le falle: solo 3.000 posti. Lo stesso Flavio Zanonato, sindaco di Padova e vicepresidente ANCI con delega all’immigrazione, ha ricordato che "il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo oggi ha a disposizione 3.000 posti, organizzati in piccole strutture disseminate in 130 Comuni in tutta Italia. Il problema è che è sottodimensionato. Abbiamo liste d’attesa molto lunghe, circa 1.000 persone l’anno scorso non sono riuscite ad accedere al Sistema” e quindi ai progetti d’accoglienza sul territorio 1

Il crollo delle domande. Le falle del sistema e il fatto che lo Stato italiano non ha doveri formali verso chi è stato riconosciuto oramai come rifugiato, spiegano la difficile situazione del nostro Paese. E questo, nonostante i rifugiati siano solo 55mila. A titolo di comparazione, la Germania ospita circa 580mila rifugiati, il Regno Unito 290mila, i Paesi Bassi e la Francia ne ospitano 80mila e i 160mila ciascuno. Non solo. Secondo i dati UNHCR, nel 2009 il numero delle nuove istanze di asilo presentate alle Commissioni territoriali sono state 17.603: quasi la metà in meno rispetto al 2008 (- 42,3 per cento). Un crollo dovuto agli effetti del Trattato con la Libia e dei respingimenti in mare di tutti i migranti, profughi o meno senza distinzione di sorta.

I senza tetto. Nonostante i numeri contenuti, la vita di molti rifugiati in Italia resta comunque drammatica. Secondo il CIR, solo a Roma vivono 1.500 rifugiati in condizioni abitative di drammatico degrado. Veri e propri ghetti, come quello di via Arrigo Cavaglieri (Romanina), quello di via Collatina, quello di via dei Villini, la baraccopoli di Ponte Mammolo o il binario 15 della Stazione Ostiense.

I "casi Dublino". Non è tutto: "Molti somali che si trovano accampati nell’ex ambasciata nel gergo burocratese vengono chiamati "casi Dublino" – spiega Laura Boldrini, portavoce italiano UNHCR nel suo blog su Repubblica.it 2 – Si tratta di persone che sono arrivate in Italia e qui hanno chiesto asilo ma che, non potendo sopravvivere senza alcuna assistenza e senza un lavoro, si sono successivamente spostate in altri paesi dell’Unione Europea dove hanno poi avanzato una nuova domanda, in contrasto con il Regolamento di Dublino il quale stabilisce che nei paesi dell’Ue si può richiedere asilo una sola volta e che è il primo paese europeo in cui si entra a dover vagliare la domanda". Insomma, chi è entrato in Italia, qui deve rimanere, anche senza lavoro o alloggio..

I rimedi? "Oltre alla carenza di fondi – sostiene Fiorella Rathaus del CIR – l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea senza una legge organica in materia di asilo, che riconosca dei diritti di assistenza anche a chi ha ottenuto lo status di rifugiato". Quanto ai somali accampati nell’ex ambasciata, "il comune e gli altri enti locali – suggeriscono al Cir – dovrebbero occuparsene come di propri concittadini e capirne le difficoltà di inserimento".