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Tutti parliamo e urliamo, ma quasi nessuno ascolta. Eppure dovremmo fare il contrario. E l’ascolto evoca la gentilezza

È impossibile governare bene, stare insieme nella società come in famiglia, senza sapere ascoltare. Diceva Leonardo Da Vinci: «Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri». Servono galateo e umiltà

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L’IMPORTANZA DI SAPER ASCOLTARE

Tutti parliamo, spesso urliamo, ma quasi nessuno ascolta. È uno dei paradossi della modernità: abbiamo moltiplicato le fonti del linguaggio, le abbiamo rese virali, ognuno di sente libero di esprimere un’opinione, di dare giudizi a raffica, anche su argomenti dei quali è del tutto ignorante, ma diminuiscono le persone che sono disposte ad ascoltare. In contrario di ciò che ci invitava a fare il saggio Plutarco, autore di un long seller intitolato L’arte di ascoltare: «Abbiamo due orecchie e una sola bocca, proprio perché dobbiamo ascoltare di più e parlare di meno».

La perdita di ascolto è una grande spreco. Nella vita pubblica: è impossibile governare bene, prendere le decisioni giuste e nei tempi giusti, senza ascoltare chi ti ha eletto (e anche chi non ti ha votato) e senza confrontarsi con  le ragioni degli avversari. In famiglia: senza l’ascolto è impossibile dare longevità, respiro lungo, futuro, a un rapporto matrimoniale e ai delicati equilibri familiari. I primi che ci chiedono ascolto sono i figli: non farlo, significa perderli per strada. Nei rapporti quotidiani, nella vita di comunità che ognuno di noi spende  all’interno di relazioni la cui qualità di fonda sull’ascolto. Se c’è, le relazioni funzionano; se manca, le relazioni appassiscono oppure si trasformano in risse.

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ASCOLTARE L’ALTRO

Buona parte dei conflitti condominiali, male endemico di un paese rissaiolo, nascono proprio dall’incapacità di ascoltare le ragioni, anche le più banali, di un vicino. Se non ama i cani, per esempio, bisognerà pure ascoltare le sue ragioni e fare particolare attenzione ai bisognini e all’abbaiare del nostro compagno di vita. Stare insieme, ovunque, da un palazzo a una famiglia, da un’associazione sportiva a una società, significa innanzitutto ascoltare.  E non solo parlare, come se ciascuna delle nostre parole fosse estrapolata dal vangelo.

Ma dove nasce questo autismo di massa? Da quando abbiamo smesso di ascoltare? E quali sono le cause di un isolamento così diffuso? Partirei da una premessa: ascoltare non è facile. Ha bisogno di mettere insieme l’orecchio, l’occhio, il cuore, e dunque è una sorta di esercizio che mette in moto l’intera persona. Prendete l’orecchio: come si fa ad ascoltare nell’era del rumore cronico? Abbiamo bisogno di silenzio per sentire, e invece siamo circondati da rumori assordanti. Perfino nelle funzioni religiose, è il silenzio, il raccoglimento, che ci avvicinano all’Altro, a una dimensione che non è quella terrena. Siamo ormai abituati a vivere circondati dai rumori e con il silenzio abbiamo smarrito anche il sottofondo necessario all’ascolto.

VALORE ASCOLTO

Poi ascoltare significa liberarsi da una serie di vincoli e di pregiudizi che invece stanno crescendo a dismisura, anche per effetto della viralità del web, che concede a tutti la possibilità di coltivarli e di esprimerli. Il dogmatismo, il cinismo sterile, il relativismo, le convinzioni che si propagano  come false verità. Sono tutti virus che inquinano l’ascolto. Ne azzerano la voglia, ne uccidono la potenza, in fasce, all’origine. Un mio zio molto simpatico, quando si trovava a conversare con qualcuno che si parlava addosso, a colpi di convinzioni e di editti, a un tratto lo liquidiva con questa battuta: «Ho capito, quando hai finito di parlare spegni la luce…». Era una frase fulminante che metteva l’interlocutore spalle al muro, con il suo autismo e la sua autoreferenzialità.

Ascoltare significa non accettare le semplificazioni degli slogan. E significa non parlare a colpi di frasi fatte, di retorica, alla pancia più che al cervello e al cuore. Quanto più stravolgiamo il linguaggio, lo degradiamo a insulto e semplificazione, tanto più riduciamo i mezzi dell’ascolto. E rischiamo di parlarci, o di insultarci, addosso. Quando la realtà è complessa, e capita spesso, anche nella sfera dei sentimenti, uno dei modi per scansarla, è quello di «non volere sentire ragioni», ovvero chiudersi nel proprio Io, magari un Io utente, e non accettare qualsiasi forma di confronto con il Noi. Perdendo così una grande opportunità, in quanto come diceva Leonardo Da Vinci, sapere ascoltare «significa possedere, oltre al proprio, anche il cervello degli altri». E quindi moltiplicare energia, sogni, ambizioni, idee. Non vi sfugge che il meccanismo dell’ascolto presuppone anche un uso non limitato della risorsa dell’umiltà: se hai l’arroganza di sentirti un portatore di verità assolute, difficilmente sarai in grado solo di ascoltare le ragioni degli altri, che non sono sempre infondate. E comunque non possono essere infondate a priori, e come tali inascoltabili. Ovviamente l’ascolto non è una cessione passiva alle motivazioni degli altri, non è il perdono sempre e comunque dei torti che si sono subiti, non è la sconfitta delle proprie idee. Semmai è la verifica della loro fondatezza: non possiamo ascoltare, come se fossero comprensibili e giustificabili, le idee dei terroristi islamici che pensano di risolvere i problemi uccidendo persone innocenti e non riconoscendo alcun valore alla vita.

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Infine l’ascolto è una pagina di galateo. Molto stringente.  Per ascoltare bisogna essere persone aperte, educate, capaci di apprendere e di comprendere. Il cafone non ha alcuna possibilità di accedere all’ascolto, E quindi l’ascolto, come scrive in un bel libro dedicato al suo valore lo scrittore e psichiatra Eugenio Borgna è per sua definizione «gentile». Già, ma la gentilezza è come il silenzio: una virtù smarrita nell’epoca del caos della nuova modernità.

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