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Così la burocrazia uccide le imprese

Paolo Bricco, Il Sole24ore

Qui puoi costruire, qui no. Benedetta la linea che separa un comune dall'altro. Oppure, maledetto quel confine. No, non è una rivisitazione dell'Italia municipale, che si divide fra le virtù civiche alla Robert Putnam e i campanilismi guareschiani. È una storia molto più semplice, da Lecchese o da bassa Brianza di oggi: capannoni edificati o rimasti sulla carta, niente di più. Cose che sono successe alla Brugola Oeb di Lissone e alla Fontana Pietro di Calolziocorte.

Non una vicenda di querule rivendicazioni. Piuttosto, scelte e rinvii che risalgono a molti anni fa e che hanno determinato l'attuale fisionomia delle imprese italiane, quel poco o quel tanto con cui queste ultime devono affrontare il settembre più duro. Con la riapertura di settembre, smaltite le ferie accumulate dai lavoratori, esaurita la cassa integrazione ordinaria, tagliati i costi operativi finché c'era qualcosa da tagliare, le aziende sono chiamate al redde rationem: la verifica se il loro sfibramento finanziario e industriale ha assunto dimensioni tali da annichilirle o se, ancora una volta, la loro metamorfica capacità di adattamento elaborerà una via di uscita.

Il Sole 24 Ore proverà a raccontare questo delicato passaggio, attraverso storie contrapposte. La prima puntata, che ha per protagoniste due imprese della componentistica auto, ruota intorno a un simbolo della crescita, tumultuosa e disordinata, del nostro capitalismo dei piccoli: il capannone, luogo quasi mitico della produzione, della riorganizzazione continua dei processi, degli operai portatori di conoscenze sofisticate, dell'innovazione informale «altro che Ricerca e sviluppo, qui facciamo e rifacciamo», dei tecnici diventati imprenditori trent'anni fa con poche lire di capitale. Ma, anche, punto di confronto non sempre semplice con le pubbliche amministrazioni che, come in questo caso, concedono o negano l'autorizzazione a realizzarli, questi capannoni, creano aree industriali o, per anni e anni, promettono di farlo.

Benedetta la linea che separa un comune dall'altro. Oppure, maledetto quel confine. No, non è una rivisitazione dell'Italia municipale, che si divide fra le virtù civiche alla Robert Putnam e i campanilismi guareschiani. È una storia molto più semplice, da Lecchese o da bassa Brianza di oggi: capannoni costruiti o rimasti sulla carta, niente di più. «Dieci anni fa - dice Walter Fontana, titolare del gruppo Fontana Pietro a Calolziocorte - ho comperato un terreno agricolo nel comune di Bosisio Parini. Si trovava a pochi chilometri dal mio stabilimento, ormai troppo piccolo. L'amministrazione di Bosisio non mi ha mai concesso la trasformazione in terreno industriale. Il prato è ancora lì». In questi campi, vicinissimi alla casa dove il cantante Lucio Battisti ha trascorso i suoi ultimi vent'anni, non ci sono il fiore del Perù o il passero della Mongrovia. Trovi erba alta, piante officiali e ortiche.

La prudenza, in questo imprenditore che dovrebbe miracolosamente chiudere l'attuale esercizio con un fatturato in linea con quellodel 2008,è d'obbligo.«La nostra è un'azienda da lamiera - dice - per cui razionalmente le linee produttive e gli uffici devono stare vicini. Oggi siamo divisi fra la sede vecchia, dove lavorano in 200, e una che abbiamo preso in affitto, in cui ci sono gli altri. Nella nuova area produttiva potremmo concentrare tutte le attività. Vedremo. Intanto, però, dal 2005, quando siamo stati costretti ad affittare nuove aree a Calolziocorte, abbiamo speso non meno di 3 milioni di euro».

Per dirla tremontianamente, il problema dello spirito dei luoghi, nel caso del nostro capitalismo a prato basso, non è trascurabile. Lo sa bene Giannantonio Brugola, il figlio dell'Egidio Brugola che ha industrializzato in Italia, alla fine degli anni Venti, le viti e le chiavi che hanno preso il suo nome. Da bambino, la domenica, dopo la messa Egidio, un geniaccio di paese dal pessimo carattere che litigò anche con Enzo Ferrari, portava il piccolo Giannantonio nella fabbrica, letteralmente incastonata dentro al paese, dietro la chiesa dei santi Pietro e Paolo. «Abbiamo iniziato ad aprire nuove sedi dodici anni fa - ricorda Brugola - , in questo è stata fondamentale la crescita a Lissone dove, grazie all'espansione verso il confine con Vedano al Lambro, oggi abbiamo quattro stabilimenti e due sedi di uffici: per un'azienda manifatturiera come la nostra, la logistica deve essere a un tiro di schioppo ed è bene che la maggioranza dei nostri 260 dipendenti vivano vicino al posto di lavoro». La Brugola Oeb fa viti per i motori delle auto. In 42 stabilimenti, le grandi case automobilistiche le montano su 85 motori diversi. Fra i clienti, ci sono Volkswagen, Ford, Renault e Opel. Dai motori a bassi consumi, che ormai garantiscono più del 60% del fatturato all'azienda di Lissone, al propulsore della Bugatti da mille e un cavallo, la Eb 110, su cui ne sono collocate dodici.

Al mondo, un motore su quattro ha una vite di testata realizzata dalla Oeb. A Lissone, dove le strutture sono in grado di produrre una vite partendo dallo sviluppo e dalla prototipazione, hanno deciso di concentrarsi unicamente sulle auto: la nicchia della nicchia, «come se Valentino facesse esclusivamente vestiti da sera», dice senza false modestie il Brugola. Il principale concorrente europeo, la tedesca Kamax, un gigante grande quattro volte e mezzo il lilliput brianzolo, si dedica anche ai tir e al movimento terra.
Dai mitici tempi della prima brugola, l'evoluzione ha riguardato i materiali e i rivestimenti come le tolleranze agli errori, sempre più piccole. E, negli ultimi dieci anni, i cambiamenti organizzativi e il riammodernamento delle linee produttive.

Il fatturato nel 2007 si è attestato a 94 milioni di euro, l'anno scorso a 86 e«quest'anno, se va bene, a 65»: il 99% da export, un caso da manuale da multinazionale tascabile di pura impronta deritiana. «La situazione - riflette Brugola - è tremenda. Alla fine di quest'anno, tutti i dipendenti avranno trascorso un terzo del loro tempo in Cig. I grandi costruttori continuano a premere sulla filiera per avere più qualità a prezzi più bassi. È durissima». Uno spiraglio positivo riguarda la relazione con Ford. Oeb fornirà le viti per il motore Fox 3, il mille di cilindrata a bassi consumi che, dalla fine del 2010, verrà prodotto a Colonia, in Germania, e a Craiova, in Romania: un contratto da 10 milioni di euro all'anno.

In un frangente tanto complesso, Brugola rivendica in pieno il suo essere brianzolo e italiano. «Non potrei spostare la mia fabbrica a 50 chilometri da qui - spiega nell'ufficio di Lissone - perché impiego quattro anni a formare un tecnico. Una volta, il tesoro era la manualità. Oggi, che è tutto automatizzato, conta il rapporto con le macchine e con i materiali. Qualcosa di molto complicato e impalpabile». Lo stesso senso di appartenenza riguarda la comunità più ampia, quella nazionale. Dura, dura, dura: il primo contratto in Germania, Herr Brugola l'ha strappato nel 1979. «Non si fidavano -ricorda-l'umiliazione maggiore era quando dovevo dire Ich bin mailänder , io sono milanese. Se dicevo Ich bin italiener , scattava la reazione pizza, mandolino, mafia».

In un momento così complicato,l'identità rappresenta una radice a cui tenersi aggrappati. Anche se il ceto politico deve innaffiare la pianticella dell'attaccamento alla propria patria, grande e piccola. «Sono ottimista che questa volta la faccenda si sblocchi - afferma Fontana - , ma se così non fosse me ne potrei tranquillamente andare all'estero. Ho già un'area a Pitesti, in Romania, vicino allo stabilimento della Dacia. In sei mesi, costruisco lì quello che mi serve». Come in molte storie italiane, anche nelle cose che funzionano si avverte un retrogusto amarognolo. Perfino Brugola, che ha beneficiato della collaborazione del comune di Lissone, ha un terreno agricolo. «Non me ne faccia parlare - conclude - si tratta di 250mila metri quadrati a tre chilometri in linea d'aria da qui. Ma sono a Muggiò, il paese confinante. Sono di mia proprietà da trentacinque anni. Avrei potuto concentrare lì, in un'unica sede, ogni mia attività. Non me li hanno mai lasciati trasformare in area industriale. È un altro comune rispetto a Lissone». E tutto, come sempre nel nostro paese, ricomincia.

A Lissone, invece, le cose sono andate diversamente. «Dieci anni fa abbiamo iniziato a crescere - racconta Giannantonio Brugola, dell'omonima ditta che produce viti per motori d'auto - e il municipio ci ha accompagnato in questa espansione, destinandoci aree pensate per lo sviluppo delle piccole aziende».

Qui, si dirà, è in gioco al massimo un po' di fatturato o, al più, lo stato d'animo dell'imprenditore che vorrebbe avere un rapporto sereno con i sindaci del suo paese. Soltanto che, in tempo di crisi, l'autorizzazione negata o meno ad ampliare lo stabilimento diventa una questione non da poco. Perché influenza la capacità produttiva. E, nel pieno della carestia degli ordini che affligge il terremotato mercato mondiale dell'automotive, ogni contratto strappato permette di prendere una boccata d'ossigeno,sopra quel pelo dell'acqua compostodalla perenne tensione finanziaria internazionale e dall'ormai congenito umor nero del singolo imprenditore.
Fontana, con i suoi 300 addetti e i 72 milioni di euro di fatturato, lavora per Audi, Bmw, Mercedes, McLaren e Ferrari: il 90% dei ricavi è ottenuto all'estero, la metà in Germania. Le scocche in alluminio della California e della Fiorano arrivano a Maranello da Calolziocorte. Fino a dieci anni fa, la Fontana produceva esclusivamente stampi per l'automotive. Da allora, progressivamente, si è specializzata anche nell'assemblaggio e nella lastratura dei veicoli di nicchia. Una attività che ha consentito, a un gruppo che a Istanbul ha una fabbrica con 200 addetti, di aumentare strutturalmente in Italia gli occupati. Solo da gennaio, il personale è salito dell'8 per cento. Da qui, la necessità di avere nuovi spazi. «Ogni tanto - riferisce sconsolato Fontana, perito meccanico con la passione per la tecnologia delle auto - di notte mi sogno ancora l'ordine da 80mila carrozzerie per Magna Steyr a cui ho dovuto rinunciare l'anno scorso. Una commessa da 200 milioni di euro in cinque anni. Ma non ce la facevo».

Corpo industriale grande, vestito stretto. «Allora - sostiene - , dove ci sono sassi e erba, avrei creato 150 nuovi posti di lavoro. Mi fermarono dicendomi che il comune preferiva concentrare tutte le attività industriali in un'altra area. Benissimo, pensai. Hanno impiegato cinque anni per identificare la cosiddetta area del mais, fra Bosisio e Molteno. Di concreto non è successo niente. Si sono limitati ad affidare uno studio a Nomisma». Adesso, la situazione sembrerebbe prossima a sbloccarsi. «Domani la nuova giunta comunale verrà in azienda a farsi un'idea di chi siamo e di cosa facciamo. In quella famosa area del mais, dovremmo essere l'insediamento industriale trainante». Anche se l'ottimismo di Fontana è temperato: «Ci siamo fatti da soli l'analisi dell'area del mais. Abbiamo scoperto che sotto il suolo corrono le condutture del gas e, sopra, passa l'alta tensione. Consultando i documenti pubblici del catasto, abbiamo appreso che il terreno è diviso fra 72 proprietari diversi». E, a questo proposito, aggiunge: «Immagino che probabilmente non sarà facile realizzare gli espropri. Anche se apprezzo la buona volontà della nuova giunta di Bosisio».


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